BARBIANA: la scuola di emancipazione

 “Spesso gli amici insistono perché io scriva loro un metodo, che io precisi i programmi […] sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna “fare” per fare scuola, ma di come bisogna “essere” per poter fare scuola. Bisogna avere le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici, non bisogna essere interclassisti, ma schierati” (Don Lorenzo Milan)
Se si guardano le vecchie foto di Barbiana all’inizio degli anni ’50 non si trovano differenze di rilievo rispetto a come è adesso: una chiesa, la sua canonica accanto, i boschi circostanti, qua e là poche case sparse. Uno di quei rari luoghi esteticamente immobili, quasi non toccati dalle speculazioni edilizie iniziate alla metà del secolo scorso e poi instancabilmente proseguite nei decenni successivi. Tuttavia, oggi a Barbiana non mancano né acqua corrente, né luce, né gas come al tempo in cui vi fu inviato don Lorenzo Milani, giuntovi in modo avventuroso per l’unica strada sterrata che vi si inerpicava.

Era il 7 dicembre del 1954 quando il priore inviato da Firenze prendeva posto nella sua nuova parrocchia. Perché si fosse deciso di mandarlo lassù, quel prete coltissimo e brillante, è cosa nota.

Amici e parenti non gli nascosero dapprima la speranza che quella sede remota fosse una destinazione provvisoria. Lui, dal canto suo, invece, maturò un convincimento diverso, decidendo in breve che quella sarebbe stata la sua casa sino alla fine, tant’è che comprò subito un pezzetto di terra nel piccolo cimitero ai piedi della canonica eletto a luogo per la sua sepoltura.

Lo scarto tra il mondo di provenienza di don Lorenzo e quello in cui veniva adesso relegato era immenso. Il noto pittore post macchiaiolo Oscar Ghiglia aveva fatto due bei ritratti alla madre di Milani, Alice Weiss sposata Comparetti. Uno ebbi modo di vederlo dal vero nella casa di quello che era stato il mecenate di Ghiglia, prima commerciante di bestiame in Argentina poi albergatore in una nota località della costa toscana.

Là trascorreva parte dell’anno la famiglia Milani, il resto del tempo lo divideva tra la proprietà nei pressi di Montespertoli, La Gigliola, e il bell’appartamento fiorentino. Ebbene, Alice Weiss, immortalata nel ritratto collocato in quella casa dove forse non avrebbe amato sostare, era l’emblema perfetto di una signora di elevato rango, sociale ed economico. Le scelte del figlio, molto amato, l’avevano sovente lasciata perplessa, per quanto ne avesse sostenuto prima le inclinazioni artistiche, mandandolo a lezione dal celebre paesaggista tedesco Hans-Joachim Staude e in seguito iscrivendolo all’accademia di Brera.

Sulla improvvisa conversione, invece, si erano aperti, almeno inizialmente, tra i due accesi contrasti. Tuttavia, è sempre un’altra immagine, stavolta una fotografia conservata nell’archivio privato di Michele Gesualdi, a svelare l’evoluzione successiva, questa coglie un’Alice Weiss in posa al fianco del figlio e che appare diversa rispetto al ritratto di Ghiglia. Madre e figlio si trovano proprio a Barbiana, l’eleganza dei modi tradisce la provenienza di entrambi, ma qualcosa suggerisce come persino la madre avesse preso alcune distanze dal suo universo esclusivo per tentare una comprensione delle scelte del priore.

Quando Lorenzo giunse a Barbiana l’Italia era agli esordi del boom economico, quella gente di montagna sul treno del ‘progresso’ rischiava di non aver proprio occasione di salirci.

Non solo perché il progresso stesso quel mondo rurale e montano lo avrebbe di lì a breve totalmente cancellato, ma anche perché uno dei pochi strumenti di accesso alla mutata società era la scolarizzazione di massa dalla quale di fatto molti dei figli del popolo erano esclusi.

La dispersione scolastica e la selezione attuata in modo classista li condannavano infatti a non avere accesso alle competenze sufficienti e necessarie per farsi strada nel nuovo che avanzava.
Fu la scuola che Milani attivò “esigente, di interessi vasti, dove si approfondiva di tutto e dove si indicava l’obiettivo alto di studiare per uscire insieme dai problemi” (Prefazione a Lettera ad una professoressa, p. XIII) che per molti di quei ragazzi costituì il biglietto per salirci su quel treno, evitandone l’esclusione.

Il compito che si pose la sua scuola fu, non solo offrire strumenti minimi di alfabetizzazione, tali da creare futuri abili al lavoro in una società ingiusta di cui la scuola contribuiva a sancire l’ordine, ma un compito più alto emancipatorio, quello della formazione dell’uomo e del cittadino.

La sua scuola non fu mai un modello astratto calato dall’alto, tanto da “far parti eguali tra diseguali”, quindi rimanendo un luogo di formazione di massa, ma sostanzialmente ingiusta. Fu invece costituita sulle reali necessità dei ragazzi più svantaggiati, affatto ipotizzata sul calco dell’alunno modello ma su quello del più lento e del più svogliato.

“Chi era lento e svogliato veniva accolto come il preferito […] sembrava che la scuola fosse fatta solo per lui”(Lettera ad una professoressa, p. 12).
Così l’abbandono scolastico si riuscì sempre ad evitare, nessuno di quegli alunni si sentì inadatto allo studio tanto da preferirgli un lavoro prematuro.
Il programma si decideva ogni giorno a seconda delle esigenze che emergevano di volta in volta e degli argomenti che occorreva approfondire.
Si leggeva il giornale almeno due ore al giorno, se ne svisceravano le notizie, praticamente esso costituiva un libro di testo da cui partivano argomenti e conversazioni.

Nell’aula del maestro don Milani, mancavano cattedra e banchi, mentre si lavorava gomito a gomito attorno ai tavoli di legno costruiti dai ragazzi stessi nella falegnameria della canonica, la lezione avveniva, tempo permettendo, all’esterno, sotto la pergola o nei campi circostanti, facendo della classe un luogo aperto e integrato con l’ambiente.
L’orario scolastico era ben più ampio del normale: si faceva scuola da mattina a sera tardi, prolungando talvolta anche la notte, per esempio con l’astrolabio per far giungere lo sguardo degli allievi fino alla scoperta delle stelle e della volta celeste.

Già a San Donato in Calenzano, dove era giunto nel 1947 come cappellano del vecchio preposto, don Daniele Pugi, per 7 anni aveva attivato una scuola per i giovani della piana. E quella scuola, contrariamente al ruolo tradizionalmente svolto da un prelato, ben presto era divenuta la sua principale attività sacerdotale. Milani configurava un modo nuovo di essere prete, di agire la propria missione. E questo modo nuovo, teso non solo ad annunciare il Vangelo ma insieme impegnato ad eludere il degrado culturale foriero di disuguaglianza sociale, incontrò ostacoli e incomprensioni, tali da valergli poi l’esilio di Barbiana. Esperienze pastorali (1958) fu la testimonianza di quei primi anni essenziali di attività.

Il figlio della colta famiglia borghese, poliglotta, che aveva avuto accesso alla migliore formazione, ai viaggi, alle relazioni molteplici con intellettuali ed artisti, sapeva bene quanto la cultura potesse essere strumento di emancipazione ed eguaglianza sociale.
Ai lavoratori o ai figli di lavoratori senza diritti la scuola di Milani provava ad offrire una possibilità di emancipazione attraverso il riappropriarsi della ‘parola’, del linguaggio.

Dal 1947, anno dell’esordio nella piana vicina a Firenze, fino al 1967, anno della morte in cui si chiuse l’esperienza nel Mugello, si snodò un cammino ventennale teso alla crescita delle comunità in cui di volta in volta si trovò ad operare.
Barbiana aggiunse certo all’opera, in precedenza iniziata a Calenzano, l’ulteriore aggravio dell’estremo isolamento geografico e culturale.

In quegli anni di aspre contrapposizioni politiche Don Milani fu anche fortemente discusso: non era un prete? Se lo era perché non si limitava alla predicazione tradizionale? Oppure, invece, non era forse troppo politicizzato a sinistra? Ove arrivava il limite oltre il quale un prelato rischiava di compromettersi addirittura con il comunismo? A chi gli oppose motivazioni di tale natura rispose spesso con la massima di San Tommaso “in extremis omnia sunt communia”.

Ovvero, che quello che lui si era prefisso era compito adatto per un religioso, anzi, proprio laddove si rinveniva la presenza di necessità primarie il religioso (e l’uomo in generale) avrebbe dovuto considerare come giusto il mettersi in gioco, anche integralmente, sino a spogliarsi.

La sua scelta di stare a fianco dei più deboli certo ebbe una sua indiscutibile, seppur peculiare, natura politica, sempre da ricollocarsi in una più ampia dimensione religiosa. La chiave corretta di lettura della predicazione etico sociale di don Milani è da collocare in una radicale fedeltà alla chiesa a cui aveva scelto di appartenere, anche laddove con essa si presentarono contrasti.

La celebre frase rivolta a Pippetta (lo studente comunista di San Donato in Calenzano, Italo Bianchi) è integralmente esplicativa di questo fatto: “Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, instaurato la casa dei poveri nella reggia del ricco, quel giorno ti tradirò, quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo, beati i poveri perché il regno dei cieli è loro.

Quel giorno io non resterò con te, io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso” (Lettere, p.78).

di: Pamela Giorgi

Breve bibliografia di riferimento:

Don Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, Lef, 1997
Scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa, Fondazione Don Lorenzo Milani (cur.), Lef, 2007
Lettere di Don Lorenzo Milani priore di Barbiana, Michele Gesualdi (cur.), Edizioni San Paolo, 2007
Don Milani fra storia e memoria: la sua eredità quarant’anni dopo, Carmen Betti (cur.), Hoepli, 2009
Don Lorenzo Milani e la pittura: dalle opere giovanili al Santo Scolaro, Sandra Gesualdi (cur.), Lef, 2013
Pamela Giorgi e Sandra Gesualdi, Barbiana e la sua scuola: immagini dall’Archivio della Fondazione Don Lorenzo Milani, Aska, 2014
Pamela Giorgi, Rivoluzionare la didattica tradizionale: l’esperienza di Don Milani, in «La Vita scolastica» (luglio 2016), Giunti (http://www.giuntiscuola.it/lavitascolastica/magazine/articoli/rivoluzionare-la-didattica-tradizionale-l-esperienza-di-don-milani/ )
Michele Gesualdi, L’esilio di Barbiana, Edizioni San Paolo, 2017