D come Dado

Le immagini degli alfabetieri del nostro secondo dopoguerra erano molto simili fra loro. La lettera A veniva spesso disegnata con APE, B, con BICICLETTA, C con CILIEGIE, e così via. La lettera D era contrassegnata con l’immagine di un dado.
Indicare D con DADO dava una informazione che lasciava a volte qualche bambino un po’ sconcertato, perché quando doveva recitare A, B, C, arrivava a D ed avrebbe voluto dire … DIDO. Ma si passava sopra. Come si passava sopra ad un altro errore (questo sì da segnare con la matita rossa). Il DADO delle illustrazioni portava sulle varie facce dei numeri. La disposizione dei numeri era spesso sbagliata. Guardate l’immagine qui sotto. Notate niente? In tutti i dadi numerici con sei facce, la somma delle superfici opposte deve dare sette (6 e 1, 5 e 2, 4 e 3). Qui si vede in primo piano il numero sei. Di conseguenza, il numero uno dovrebbe essere nella faccia corrispondente, che ovviamente non è visibile. Ed invece il numero uno appare in alto. E non c’è da credere che il disegnatore abbia attinto la posizione dei dadi dalla storia antica: fino al V secolo a, C., la posizione delle facce opposte era tale che al numero 1 doveva corrispondere il 6, al numero 3 il 4 ed al numero 5 il 2
I dadi possono essere letterali o numerici. Le lettere sui dadi potevano essere incise, disegnate, o accompagnate da immagini. Le lettere erano sistemate in modo da facilitare l’apprendimento del leggere e dello scrivere, “giocando”.
Ma, prima di presentare alcuni esempi di dadi letterali, osserviamo questo dado che fa parte della collezione del Metropolitan Museum of Art ed è considerato fra i più antichi mai ritrovati. E’ stato realizzato durante la dinastia tolemaica tra il 305 e il 30 a.C. ed ha delle lettere greche scolpite. Si tratta di un dado a venti facce, con venti lettere. Le singole lettere dell’alfabeto, sull’icosaedro regolare formato da triangoli equilateri, erano anche indicative dei numeri: alfa indicava anche il numero 1, beta il 2 ecc. Probabilmente i simboli sono di origine copta e greca, tra i quali spiccano ben visibili le lettere theta (il numero 9) ed epsilon (il numero 5). Sarà stato un dado per imparare a scrivere o un dado per giocare? A percorrere le tracce della storia, di dadi-lettere ne incontriamo di diversi.

Il più famoso dado letterale è sicuramente quello etrusco che è un normale cubo che ha incise delle parole che indicavano i numeri. Poiché la lingua etrusca, all’epoca del ritrovamento del dado, non era conosciuta, ci si è serviti di questo strumento di gioco per capirne di più. La identificazione dei numeri in corrispondenza delle parole è avvenuto solo nella seconda metà del secolo scorso (thu = 1, zal = 2, ci = 3, sa = 4 mach = 5 huth = 6). 

 

                

L’immagine mostra uno strumento decorato che si chiama Sevivon, o Dreidel. Non è propriamente un dado, ma una trottola. si usa nella Festa delle luci (Chanukkah). E’ questo il gioco più conosciuto nella cultura ebraica Le quattro facce della trottola indicano i termini: nun, gimmel, hei e pei le cui prime lettere formano un acronimo che sta per Nes Gadòl Hayà Pò, “un grande miracolo è accaduto qui”.

Questo  era invece un sussidio scolastico realizzato nel periodo nel quale il Maresciallo Henri-Philippe-Omer Petain (1856 – 1951). Generale molto amato durante la prima guerra mondiale, fu a capo del governo collaborazionista di Vichy dal 1940 al 1944, in seguito al Secondo armistizio di Compiègne.
I dadi con le lettere dell’alfabeto non sono stati inventati oggi e non erano neanche molto diffusi nella maggior parte delle scuole del secolo scorso. I dadi di Petain erano, come si vede, costruiti in classe. Probabilmente i dadi alfabetici erano più adatti a situazioni familiari, quando un adulto (genitore o precettore) si poneva il compito di far imparare la lingua scritta ai bambini.
Come si usavano i dadi alfabetici? Intanto quelli più antichi erano piacevoli da maneggiare, da toccare, da guardare. C’erano delle figure che potevano stimolare la narrazione, l’immaginazione e favorire il dialogo solitario o con un adulto.  Se se ne possedevano più serie e con dimensioni diverse si poteva procedere a costruzioni e distruzioni, si potevano impilare o allineare, ricercare equilibri o costruire città. Probabilmente questo avveniva fino a che l’adulto presente non interveniva per dare qualche indicazione, come ad esempio riconoscere una singola lettera. Oppure poteva intervenire segnalando un certo ordine da dare ai cubi e alle lettere, mettendole in modo da formare parole o nomi. Insomma, una didattica – rispetto ai tempi – più motivante di quella in uso in quel tempo nelle scuole.

Al massimo, si potevano trovare nelle scuole cubi senza le lettere, da usare in maniera froebeliana. Per chi aveva studiato Froebel, il cubo era una forma considerata perfetta (assieme alla sfera e al cilindro). Froebel consigliava (era il suo terzo “dono”) di presentare al bambino un cubo suddiviso in otto cubetti. Il quarto dono, era rappresentato da un cubo diviso in otto mattoncini a forma di parallelepipedo. Il quinto era un cubo diviso in 27 cubetti; il sesto dono era un cubo diviso in 27 mattoncini. Insomma, i vecchi dadi-lettere, realizzati in diverse dimensioni, mettevano insieme elementi della didattica froebeliana e l’insegnamento della lingua scritta.

Anche i cubi-lettera che si trovano oggi in commercio possono essere fatti in legno, anche se hanno perso sia quegli aspetti “ideali” che aveva la didattica froebeliana, sia quella più immaginifica presente nei cubi narrativi. La maggior parte dei dadi sono oggi realizzati con materiali di plastica. Si possono trovare in commercio confezioni che contengono abbondanti cubi-lettere. Le lettere indicate nei dadi possono essere allineate per formare nomi personali o piccole frasi. I dadi, in certi casi, sono forati in modo da poterli fissare con una cordicella. In questo modo la scritta può diventare un braccialetto o una collana.

I dadi-lettera commerciali hanno assunto alcune delle caratteristiche che contraddistinguono la nostra poca: la piacevolezza, l’allegria, la gustosità. Anche l’insegnamento è indubbiamente meno “rude” di una volta e porta il segno della nostra epoca. Anche i dadi sono frutto di modelli culturali. Oggi si pensa: “Un bambino piccolo si potrebbe far male con i cubi di legno che sono spigolosi”; oppure: “E se li tira in testa a qualcuno?”. Allora… la pericolosità è eliminata se si usano dadi-lettere fatti di gomma piuma, stondati agli angoli.

Oppure si pensa: “L’insegnamento è una cosa noiosa”, “I bambini non hanno interesse”. Ed allora ecco lo zuccherino, come si faceva una volta. Lettere di zucchero, dolcetti con piccole lettere alfabetiche (i dolcetti-lettera erano usati anche dagli antichi greci e dai romani). Se volete provare, le istruzioni sono qui sotto, con tanto di indicazione di chi l’ha messo in commercio. Perché l’educazione scolastica – nel nostro caso anche i dadi-lettera – risulta sempre più connessa alla dimensione commerciale. Chi vende un prodotto non ha una “etica” educativa. Vende ciò che ritiene sia richiesto (implicitamente o meno) dai possibili clienti-consumatori: le mamme, gli insegnanti, i bambini.

 

I dadi lettere non sono quasi più usati per l’insegnamento. Li ritroviamo molto più frequentemente nei giochi con parole (del tipo Paroliere) destinati ai giovani o agli adulti, o nei giochi di ruolo che derivano dal famoso Dungeons and Dragons.

                       

Gli alfabetieri che si appendono nelle scuole hanno indicato per tanto tempo (e lo fanno ancora) la lettera D e l’immagine di un DADO per insegnare a leggere/scrivere. Lo hanno fatto usando sempre l’immagine dei dadi numerici. La lettera D, era contrassegnata dall’immagine un DADO numerico. Sembrava un meccanismo di una semplicità estrema, ma come si è visto, il rapporto fra DADO e scrittura non è tanto semplice.