E, COME ESTETICA

Gli alfabetieri sono anche belli a vedersi.
Quelli murali, in particolare ci offrono non solo un elenco di suggestioni che rimandano alla cultura dell’epoca che li ha prodotti, ma hanno anche un certa gradevolezza. Le immagini normalmente sono semplici, anche se schematiche, i colori tenui e molto aderenti alla realtà. Certo si potrebbe obiettare che gli alfabetieri non sono immagini “estetiche”, disegnate per il piacere degli occhi e portatrici di emozioni e di meraviglia. In effetti il loro scopo non è estetico, ma didascalico.

Vogliono rappresentare non tanto le immagini che mostrano, ma piuttosto vogliono essere dei simboli. Syn-ballein significa unire, armonizzare, mettere insieme. Da syn-ballein deriva il termine “simbolo” che nel linguaggio comune è inteso come una immagine che riconduce ad una precisa realtà. Il cane della lettera C non è un vero cane, ma il syn-ballein di un cane. E come simbolo si unisce ad un altro simbolo, la lettera C, che è appunto un simbolo che sta per un suono.

Ricordo che, quando andavo alle elementari, il maestro ci chiedeva di decorare – nella “bella copia” – la prima lettera maiuscola del testo. E noi trovavamo un gran piacere nel disegnare volute e ghirigori. Qualcuno accennava anche a piccole figure che si appoggiavano nella curva della C o che scivolavano su un lato interno della V. Chissà come ci sarebbe piaciuto avere un alfabetiere con le lettere, con la F che diventa un personaggio di una festa, o la I che si copre della neve di un inverno rigido, accanto ad un pupazzo con naso di carota e braccia di arbusto, come in questo esempio che si ritrova in diversi paesi, per l’apprendimento dell’italiano come seconda lingua.

Il maestro non ci aveva detto nulla, ma gli alfabeti figurati stavano nella storia. Giovannino de’ Grassi, vissuto nella seconda metà del Trecento, aveva lavorato ad un alfabeto con figure umane e di animali. Ma lui è solo uno dei tanti artisti, calligrafi, pittori, stampatori, che hanno disegnato l’alfabeto illustrando scene della Bibbia, del Vangelo, oppure vedute diaboliche o cabalistiche. Basta ricordare le lettere iniziali dei manoscritti medievali. Gli alfabeti umani – per la loro complessa simbologia – richiederebbero una trattazione a parte.

Giovannino de’ Grassi (1390 circa)

E chissà come sarebbe piaciuto a noi bambini se il nostro maestro avesse messo in classe un alfabetiere come quello disegnato da Charles Joseph Hullmandel, verso la seconda metà dell’Ottocento, un alfabetiere nel quale ogni singola lettera diventa un paesaggio, con una sua scenografia evocativa e narrativa. Le 26 lettere di Hullmandel si trovano adesso al British Museum di Londra, ma sono anche visibili su Internet.

 

 

 

 

 

 

L’alfabetiere di Hullmandel è un alfabetiere a tema: appaiono rappresentati soltanto ambienti all’aperto ed in molti di essi compaiono personaggi che pescano, coltivano la terra, pascolano le pecore, viaggiano a piedi, a cavallo o su carri di legno. Nell’alfabetiere prende corpo la vita di campagna della fine Ottocento con piante e ruderi che spesso compaiono come lettere alfabetiche e che fanno da cornice evocativa di una vita semplice, ma anche un po’ tenebrosa e difficile.

Gli alfabetieri a tema sono molto abbondanti nelle tavole contemporanee. L’argomento più noto è probabilmente quello degli animali (si veda A come asino). Ci sono libri con alfabetieri di animali (come quello realizzato da Fabrizio Silei) e scatole da colorare (come quella disegnata da Jean Guy).

 

 

 

 

 

 

Qui riportiamo solo due esempi “estetici” di alfabetieri con gli animali, realizzati da due artisti contemporanei.

 

 

 

 

 

 

L’ alfabetiere a tema “animali” a sinistra è di Jen Montgomery (designer), quello a destra di un artista russo

Questo appartiene ad una serie realizzata in una scuola.

Le singole lettere dell’alfabeto decorate hanno una storia così lunga che avrebbe bisogno di essere menzionata in una enciclopedia a parte. Sicuramente il mio maestro lo sapeva, ma non ce l’ha mai raccontata, forse perché all’epoca la storia era fatta esclusivamente dai grandi eventi e dai grandi personaggi. Come avrebbe potuto essere storia una semplice lettera decorata dell’alfabeto?

Eppure di storie alfabetiche che fanno storia ce ne sarebbe da raccontare. Dalle lettere miniate, alla calligrafia, a Giovanni Maria Mitelli, il tipografo veneziano fra i più importanti del XVII secolo. Mitelli, non ha mancato di pubblicare, fra le sue stampe, nel 1683 un alfabeto illustrato: L’alfabeto del sogno. La sua idea era quella di insegnare ai suoi allievi, in forma allegorica ed utilizzando tutte le lettere dell’alfabeto, come avrebbero dovuto comportarsi nell’esercitare l’arte del disegno. Questo geniale pittore e incisore immagina di essere stato incaricato in sogno da Morfeo, il dio dei sogni, che gli comanda di rappresentare le singole lettere dell’alfabeto attraverso forme e visioni pertinenti alla nobilissima arte del disegno. Così in ogni carta oltre all’immagine allegorica, ci sono dei versi che spiegano e consigliano: ecco, per esempio, la lettera T. Il testo della T dice: “Se dipingi, o disegni il T t’accenna, Ch’hai da Temprar con regola i colori, Ch’hai da Temprar con regola la penna”.

Una miriade di altri disegnatori ed artisti hanno immaginato ciascuna lettera come portatrice di emozione, di immaginazione, di piacere visivo. Compiendo uno sforzo artistico per trasformare un simbolo in un oggetto estetico. Così abbiamo molti alfabetieri in “stile”: stile vittoriano, stile liberty, stile naif …

Alfabeto dell’800, stile vittoriano Alfabeto dell’Art Nouveau
Alfabeto stile liberty Alfabeto stile dada

 

 

 

 

 

 

 

Alfabeto stile liberty
Alfabeto stile dada

 

 

 

 

 

 

Non so se il mio maestro delle elementari fosse un artista o se avesse un particolare senso estetico. Però, la sua richiesta di decorare le lettere non era un’idea sciocca. C’è tutta una ricerca ed una storia dietro alle lettere e agli alfabeti artistici. Forse se le sue lezioni fossero avvenute in un’epoca diversa, più vicina alla nostra, avrebbe proposto di leggere i libri di Bruno Munari o di Roberto Pittarello o di realizzare delle lettere in stile.

 

 

 

 

 

 

Oppure, con un coraggio che all’epoca non sarebbe stato possibile avere, il maestro ci avrebbe fatto dipingere un murales alfabetico sulla facciata della scuola, per dire a tutti come fra alfabeto ed arte la distanza non sia poi così netta.

 

 

 

 

 

 

Se poi il maestro non ci avesse proposto nessun alfabeto artistico, né lettere figurate, né lettere pitturate… allora ci saremmo dovuti ingegnare da soli. Magari usando la punta delle nostre matite, come ha fatto un artista brasiliano di nome Dalton Ghetti.

CONDIVIDI
Articolo precedenteD come Dado