La prima poesia

La notte santa, di Guido Gozzano. Sicuramente non fu la prima poesia con cui venni a contatto. Prima ancora mi ricordo di avere imparato alcuni versi de La pioggerellina di Marzo ascoltando una delle mie sorelle maggiori che per “mandarla a mente” la  ripeteva  più volte a voce alta. Altre poesiole le avrò  orecchiate nei primissimi anni delle elementari. Ma la prima poesia abbastanza lunga che dovetti imparare a memoria fu La notte Santa. Frequentavo la quarta. Avevo una maestra meravigliosa che più che farci imparare tante cose “a mente”, amava parlarci a lungo della storia e soprattutto dell’arte. Però quella volta fece eccezione e ci dette da imparare a memoria questa poesia. Eravamo alla fine dell’anno 1949. Vivevo a Rignano sull’Arno: poco più che un borgo di campagna schiacciato al fondo del versante di  un’angusta e chiusa valletta, quasi una gola, in riva d’Arno; occluso e soffocato la maggior parte delle giornate dell’anno, dall’autunno alla primavera, da impenetrabili e gelidi banchi di nebbia. Il Natale  veniva vissuto da me come un intervallo di calore e di tepore  e quasi di  opulenza (il regalo portato nella notte da Gesù Bambino, i tortellini in brodo del pranzo di Natale)  in una famiglia -come la mia- dove di solito predominavano i toni della rigidità e di una severa parsimonia. La preparazione al Natale era vissuta da me come un’attesa in crescendo: un  vero e proprio avvento. La partecipazione alla Novena era il  rituale che scandiva i giorni che ci portavano a Natale. Le funzioni della Novena venivano celebrate a pomeriggio inoltrato, e quindi a buio,  nella chiesa parrocchiale di Rignano, un’antica pieve romanica distante circa un chilometro dal paese, denominata da tutti  semplicemente “la Pieve” senza alcun riferimento al santo cui era dedicata: San Leolino, un santo  dalla storia incerta e remota vissuto -forse- nel IV secolo fra Chianti e Valdarno senza avere lasciato grande  memoria  di sé, né tracce di diffuse devozioni popolari. All’ora giusta, intabarrato come si deve (maglioncino e  cappotto di ruvida e composita lanaccia prebellica) , mi incamminavo sottobraccio  alla mia cugina, una bella ragazza che mi faceva da tata, e altre sue amiche per la strada campestre che portava alla Pieve. I paramenti del prete, gli incensi, le luci delle candele e poi soprattutto quello che per me era il gran finale: la cantata, a tutta canna, di quella che allora era per gran parte degli italiani  l’unica vera pastorale di Natale : Tu scendi dalle stelle.
Ecco,  quell’anno al consueto rituale pre-natalizio si aggiunse l’apprendimento a memoria della Notte Santa.
La poesia narra l’arrivo di Giuseppe e Maria a Betlemme,  la loro faticosa ricerca, ora per ora,  di un albergo per trascorrere  la  notte:  i rifiuti opposti dai diversi osti, albergatori, locandieri e il rifugio finale in una stalla dove si verificherà il lieto evento.
Vissi  l’apprendimento di questa poesia come un esercizio lungo e faticoso e come una imposizione della maestra. Questo non mi impedì però di gustarne  alcuni passi . In particolare il seguente  che non ho mai dimenticato:

“Oste di Cesarea…- Un vecchio falegname ?
 Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame;
Non amo la miscela dell’alta e bassa gente!
                                 Il campanile scocca
                                 le undici lentamente.

In particolare l’asserzione “…non amo la miscela dell’alta e bassa gente” è stato sentita da me per tutta la vita come il  leit-motiv emblematico dei rozzi  atteggiamenti classisti che spesso assumono bottegai, commercianti, venditori abituati a compiacere ricchi ed esigenti clienti.

Il ritrovamento
Questa poesia si sedimentò poi nell’archivio mentale dei ricordi lontani. Un giorno vidi una persona che gettava nel cassonetto dei vecchi libri. Lo fermai un attimo chiedendogli se potevo dare un’occhiata per vedere se c’era qualche libro che potesse interessarmi. Fu così che presi per me, salvandoli dal macero due libri:  il libro di Giulio Cesare Abba,  Da Quarto al Volturno e quello che riconobbi , con una certa emozione, essere una copia del mio vecchio libro di lettura di quarta elementare, dal titolo  Mamma. Lì ho ritrovato la mia vecchia poesia che ho letto con una qualche emozione e un sincero apprezzamento. Ho capito anche la difficoltà che provai ad impararla perchè più che della classica poesia si tratta di un piccolo dramma in versi con più personaggi che interloquiscono fra di loro – Maria , Giuseppe e  i diversi albergatori albergatori – mentre l’orologio scandisce ora per ora l’approssimarsi  del grande evento che attira folla d’ogni dove a Betlehemme -. Grande evento rispetto a cui i futuri  protagonisti, Maria e Giuseppe, appaiono solo comparse marginali e del tutto incognite.

Mauro Sbordoni

P.S: il libro di lettura Mamma, fu per la ricchezza della sua veste tipografica e delle sue illustrazioni uno dei segni di un’Italia che stava cominciando ad uscire dalla indigenza seguita alla guerra.

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