La scoperta dell’America

images– Che lezione ha preparato per stamattina, signor maestro Mombelli?
– Una lezione su … Cristoforo Colombo!- dissi.
Feci aprire il libro agli scolari e cominciai a spiegare.
– Ma questa è una lezione libresca. Via il libresco – gridò il direttore. – Scuola attiva! Scuola viva! Drammatizziamo, signor maestro, drammatizziamo! Scolari, in piedi … voi siete la ciurma! Tu sarai Cristoforo Colombo – disse a un ragazzino: – il vostro signor maestro sarà il marinaio che guarda se si vede la terra … Signor maestro, vada alla finestra … Non ha un cannocchiale ?
-Veramente no!
– Non importa! L’ontogenesi ripete la filogenesi. Il fanciullo ha tanta fantasia da sostituire col pensiero l’idea degli occhiali con quella del cannocchiale.
 – Cosicchè il cannocchiale sarebbero i miei occhiali
– Esattamente!
Dopo un momento tutta la scuola inveiva contro il ragazzino che faceva Cristoforo Colombo.
-Siamo stanchi di viaggiare,- urlava uno.
– Vogliamo tornare a casa!- urlava un altro.
– Calma ciurma! Calma ciurma! – urlava Colombo.
– Ho lasciato mia moglie, i miei figli. Dove sono i miei figli?
– Calma ciurma calma!
– Non andiamo più in America da questa parte!
– Nelle Indie, – urlò il direttore.
– Calma ciurma calma!
– Abbiamo sete! Abbiamo fame!
– Alle catene alle catene alle catene alle catene Colombo alle catene
– Calma ciurma calma!
– Da tre anni ci dici: calma ciurma!
– Quattro mesi, – corresse il direttore.
– Da quattro mesi che ci dici: calma ciurma!
Il direttore si affaccendava dall’uno all’altro scolaro a dire di gridare i nomi delle navi.
– Noi della Pinta siamo stanchi!
– Noi della Santa Maria siamo esausti!
– Noi della Nina non ne possiamo più!
– Calma ciurma calma!
– A morte Colombo a morte Colombo a morte Colombo a morte a morte.
– Calma ciurma calma!
Il direttore si avvicinò a un ragazzino: – Parla a Colombo della tua città!
– Sono di Torino, città che si trova nel cuore del Piemonte e che conta seicentomila abitanti; dove ci scorre il fiume Po che nasce dal Monviso ha affluenti a sinistra, e a destra, e si getta nel mar Adriatico con un largo delta
– Calma ciurma calma!Il direttore mi fece segno di gridare.
– Terra! Terra! – gridai.
– Davvero? gridò Colombo.
– Terra! Terra! – ripetei.
– Terra terra terra terra terra terra terra terra terra terra terra.
– Evviva Colombo! – urlò il direttore.
– Evviva Colombo! – gridò la ciurma.
– Ora, – disse il direttore, – per riposarci da questo che in pedagogia si chiama collettivismo individualizzato (apparentemente sono due termini che stridono come un do suonato insieme a un si): collettivismo individualizzato, dicevamo, ora un pò di divertimento.
– Bambini! Vero che a voi piace la pasta Barilla ? I bambini si guardarono.
– Eh! Con pasta Barilla è sempre domenica e alla domenica la scuola è chiusa.

  (da: Lucio Mastronardi, Il Maestro di Vigevano, Torino, Einaudi, 1981, pagg. 14 – 17).
Prima edizione: Einaudi 1962; oggi anche: Einaudi tascabili 2005 )

Il brano sopra riportato de Il maestro di Vigevano mostra le contraddizioni del sistema scolastico degli anni ’50 e ’60. Una scuola che, per fingersi moderna, applica i principi e i metodi di un “attivismo” velleitario volto a mimare attività umane decontestualizzate, perciò destinate all’inefficacia e al non senso.
La scuola di quegli anni mantiene di fatto i tratti dell’istituzione ottocentesca e i tentativi di innovazione sono sterili. Cerca di star al passo con le trasformazioni sociali ed economiche in atto tra gli anni ’50 e ‘60, ma non ci riesce. Incapace di esprimere idee, valori e progetti arranca dietro ad una società in piena rivoluzione. E’ una scuola priva di identità, che si lascia trasportare dalle “mode pedagogiche del momento”: tentativi maldestri e inconcludenti che non danno adito a cambiamenti, ma portano ad una chiusura autarchica e autoreferenziale del sistema scolastico. E’ una scuola classista, autoritaria e dipendente dalle gerarchie. Emblematico è il ritornello del direttore de Il maestro di Vigevano : “Quieta non movere et mota quietare”.
Sia a livello nazionale che locale la politica scolastica è “strabica”, varie e contrastanti sono le anime che la muovono, perciò è incapace di procedere coerentemente, di offrire indicazioni e risposte univoche.  Come si può notare dai programmi ministeriali della seconda metà degli anni ’50 vengono tracciate linee contraddittorie tra dogmatico conservatorismo e attivismo progressista, spingendo la scuola nel vicolo cieco delle finte innovazioni e delle sottigliezze inconcludenti. Dal testo si osserva che i principi didattici dell’attivismo vengono colti solo in minima parte e praticati in modo stereotipato. Non è un caso se nel testo di Mastronardi gli allievi sono “anonimi”, semplici comparse, prive di volto, oggetti di baratto tra gli insegnanti. Vengono rappresentati attraverso una “visione adulta”, che non li percepisce completamente; sono ritenuti soggetti che si possono “manipolare”, consumatori di un sapere costruito e trasmesso dai maestri, dagli adulti. Il rapporto tra docente e discente è ancora adultocentrico più che puerocentrico. Il maestro sembra decidere del futuro dell’allievo, come se i ragazzi fossero “recipienti vuoti da riempire”. Il coro di maestre “missionarie” e “devote”, specchio del bigottismo della società italiana e dell’egemonia cattolica nel sistema scolastico, si compiace della propria missione moralizzatrice, di “condurre gli allievi a Dio”, ancor più fiere di sé se uno degli allievi va in seminario.
L’ironia di Mastronardi svela l’ipocrisia degli adulti che si prendono cura delle nuove generazioni pensando solo a se stessi e alla realizzazione della “propria” missione o dei propri interessi (come l’aumento del coefficiente e dello stipendio, ecc..) ; così facendo, letteralmente, non vedono gli uomini che hanno davanti ( infatti nel testo non riusciamo a “vedere” nessun ragazzo ). Contemporaneamente viene mostrata la subalternità della donna, passivo veicolo di una ideologia e di una cultura essenzialmente paternalistica e dogmatica.
La scuola su cui Mastronardi esercita la sua tagliente ironia è una scuola ancora “stupidamente” autoritaria e classista per struttura, per convenienza e per irriflessa abitudine. E’ simile a un vascello d’altri tempi incagliato nelle secche di una epocale perdita di senso e di significato, una crisi di civiltà che travolge l’intera società.
L’impietosa analisi di Mastronardi è così interessante e convincente che lascia aperti molti interrogativi. Fino a che punto la scuola oggi ha superato le contraddizioni, le incongruenze, i ritardi, l’incapacità creativa che l’autore segnala?

Lucio Mastronardi (Vigevano 1930 – 1979) era un maestro della scuola elementare. Sia come scrittore che insegnante rimase sempre legato alla sua cittadina, a cui dedicò la trilogia letteraria raccolta con il titolo: Gente di Vigevano, Il calzolaio, Il maestro, Il meridionale e altri celebri personaggi della saga di Vigevano, Rizzoli 1977.
Iniziò a insegnare a vent’anni nella casa circondariale della sua città. Un’esperienza per lui profondamente significativa, come si evince dal suo “diario di classe” del 27 giugno 1952: – E mentre correggevo gli errori ortografici dei miei alunni, che amavo perché sventurati, imparavo qualche cosa da quelle pagine vere, tormentate di umanità sofferente.
Personaggio ribelle e scomodo sia per i suoi romanzi sia per il suo atteggiamento all’interno della scuola, nel 1955 entrò effettivo di ruolo. Insofferente e forse incapace di identificarsi in un preciso ruolo istituzionale non si sentiva realizzato dallo “status” di maestro, ma nei confronti dei suoi alunni era sensibile, attento, preferiva incoraggiare più che punire ed era pronto a “farsi carico” degli allievi in difficoltà (a cui gli altri insegnanti non volevano stare dietro). Infatti non erano gli alunni a turbarlo, ma il sistema scolastico: mancanza di libertà didattica, giudizi, brutti voti, bocciature, cambiamenti fittizi dei movimenti pedagogici e cieca obbedienza alle gerarchie. Mastronardi scrisse negli anni ’60: La scuola è un ambiente morto, brancolante fra una pesante burocrazia e un sottobosco culturale, un mondo “preformato”, mancante di creatività e incapace di rinnovarsi, in cui i bambini subiscono i grandi: Con minacce di brutti voti e di bocciature, cioè con la forza si ottiene ciò che si vuole. Ma è educazione questa?. Soffriva la scuola per il profondo divario tra valore dell’insegnamento e pratiche scolastiche comunemente utilizzate. Anziché fattore di emancipazione della persona e crescita sociale, l’apparato scolastico era principalmente volto alla riproduzione dello status quo.
L’abisso tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, provoca in Mastronardi una vertigine insanabile che lo porterà al suicidio nel 1979.

Alessandra Aquino

La prima edizione del libro esce nel 1962 per Einaudi e l’anno dopo, nel 1963, esce il film diretto da Elio Petri, con Alberto Sordi e Claire Bloom. Il film, molto osteggiato dal mondo della scuola che il libro metteva in ridicolo, non soddisfece  Mastronardi che lo percepiva lontano dallo spirito del libro e neppure Petri, ma ebbe tuttavia un discreto successo di pubblico e di incassi.

Per chi si contenta di visionare una breve scena, collegata con il brano sopra riportato, può vedere:
 

 
Chi invece vuole vedere l’intero film:

 

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