La scuola a Montella dopo la guerra

Secondo le disposizioni ministeriali anche quest’anno le iscrizioni alle classi iniziali di scuola elementare si effettuano on line dal 22 gennaio 2016 al 22 febbraio 2016. “Iscrizioni on line”, vale a dire attraverso una procedura che ha inizio nel registrarsi, telematicamente, sul sito web www.iscrizioni.istruzione.it, una procedura dunque che implica l’uso di un computer e di internet ! Questa informazione procedurale mi ha evidenziato, in modo inequivocabile, sia l’evoluzione dei tempi e sia i cambiamenti che susseguono, in forme e modi incalzanti. Mi ha oggettivato la necessità dei “nuovi saperi telematici” e contestualmente mi ha fatto ripensare ai differenti e laboriosi adempimenti che, all’epoca in cui ero dirigente scolastico, dovevo applicare nell’ ambito delle iscrizioni scolastiche.

Soprattutto mi ha fatto ricordare e ripensare alla mia iniziale iscrizione alla scuola elementare ossia a “rifarmi” ad epoche assai lontane esattamente al 1945, all’anno in cui, avendo compiuto i sei anni, rientravo nell’obbligo di frequenza scolastica. Mi sono “ritrovato” in un periodo storico di Montella in cui, nella fase conclusiva della disastrosa e tragica seconda guerra mondiale, il servizio scolastico era assai particolare e, come è ovvio, molto differente dalla situazione attuale.
La mia iscrizione e frequenza alla prima classe avvenne a Piazzavano. In quella “scuola” erano in funzione due classi che occupavano due ampie stanze, intercomunicanti, inzeppate di banchi, addossati l’uno all’altro, con scarsissimo spazio tanto è che ci si muoveva a fatica, si era condannati a stare, durante le lezioni, sempre seduti e con poche possibilità di “girare” in un ambiente per altro saturo di un effluvio assolutamente poco gradevole.
La mia, era una classe molto numerosa, tutta maschile perché all’epoca le classi erano tutte maschili o tutte femminili e certe scuole elementari avevano addirittura entrate distinte per uomini e per donne; proprio come si fa oggigiorno per i servizi igienici.
L’aula, pur avendo un balconcino era poco luminosa ed era arredata da banchi, quelli “di una volta”, stravecchi, in legno, a due o più posti, scomodissimi, di dimensioni non adatte alle nostre taglie, con buchi utili ad incastrarvi il calamaio in cui intingevamo i “pennini” delle nostre penne a cannuccia.
Di fronte alle fila dei banchi c’era la cattedra, rialzata su una pedana sulla quale “troneggiava” l’insegnate (in quell’anno ebbi come insegnante la “maestra” Carmelina Granese), alla destra c’era poi una monumentale lavagna in ardesia; sulla parete frontale, al centro, era appeso un grande Crocifisso contornato da due altri quadri raffiguranti, uno, l’immagine del re Vittorio Emanuele III (il Referendum della Repubblica Italiana avrebbe avuto luogo il 2 e 3 giugno 1946 !!) e l’altro una foto del Vittoriano (Altare della Patria).
Non c’erano altri sussidi didattici se non un alfabetiere mobile, uno sgangherato pallottoliere, un traballante mappamondo, qualche carta geografica dell’Italia, una lavagna e il gesso.
Non c’era riscaldamento, si stava dunque al freddo, anche se qualche volta portavamo lo “scaldino”. Questo aggeggio era fatto con una scatola di latta (una “boatta”) bucata nel fondo, alla quale era legato un filo di ferro che serviva per il trasporto e per roteare lo scaldino, come un turibolo, per mantenere la brace accesa.
Non c’erano servizi igienici; noi maschietti andavamo, a ….. ” zampillare” la pipì in fondo a Piazzavano, nella zona prospiciente il “Vallone Santa Maria” mentre le femminucce dell’altra sezione per lo più si “arrangiavano” nel buio dell’androne d’ingresso !!!

A quei tempi non esisteva il “servizio di trasporto scolastico” né v’era la consuetudine di essere “accompagnati”. A scuola, sia per l’andata che per il ritorno a casa, eravamo “obbligati” ad essere autonomi. In altri termini dovevamo badare a noi stessi direttamente e, dunque, eravamo investiti dalla necessità di saperci riguardare, di “filare dritto” e di non fare monellerie.
Ricordo che arrivavamo a scuola con molto anticipo per cui stanziavamo fuori di scuola e noi maschi, giocavamo, in gruppi, a ”tuzza a muro”, a “volta bottoni” o anche a “volta pennini”.
Fu quello un anno caratterizzato da paginate e paginate di “mozzarelle” e “tondini”, di paginate innumerevoli di “copia”, di “bella scrittura”, di “dettati”, di “numerazioni ascendenti e discendenti”, di “filastrocche” ecc. ecc., esercitazioni che mi annoiavano fino all’ esasperazione ed è per questo motivo, che le ricordo benissimo.

Eravamo alquanto irrequieti anche se intimoriti dalla lunga canna che, manovrata dalla maestra, inesorabile, si abbatteva sulle teste dei chiacchieroni e dei distratti. Questo strumento correttivo era assai generalizzato e si accompagnava all’uso, sistematico, fermo, inflessibile della cosiddetta “spalmata”. Oltre la “spalmata” era contemplato un elenco di punizioni quanto mai vario e fantasioso che includeva sonori ceffoni all’indirizzo del malcapitato, tirate d’ orecchie, “carocchie”, dolorosi pizzicotti nonché , se ti andava bene, lo stare dietro la lavagna, con la testa rivolta verso il muro, se andava male, l’imposizione di far inginocchiare il malcapitato su uno strato di ceci, di chicchi di granturco, di fagioli secchi o, peggio ancora, su “pretuccoli”.
Insomma tutta una serie fantasiosa di torture che creavano uno stato di umiliazione, una umiliazione patita davanti a tutta la classe, davanti ai tuoi coetanei, a mio avviso una umiliazione che era la peggiore delle punizioni che ti poteva capitare. A quell’età i bambini sono carogne e spesso capitava che gli stessi “compagni di classe” facevano presto a farlo sapere direttamente ai tuoi genitori i quali, secondo l’uso di allora, non lesinavano rimproveri e quant’altro.
Altra punizione, maggiormente in voga e non certo meno indolore, era senz’altro quella di ricopiare svariate volte, sul quaderno, l’errore commesso o una frase moraleggiante. La famiglia, come già detto, era sempre solidale con la scuola e spesso era proprio questa che incitava il maestro all’uso di maniere sempre più forti, cosicché l’alunno non aveva vie di scampo e subiva, senza alternative, tutte le punizioni, nascondendole alla famiglia stessa, per non avere il resto !!! La punizione più funesta era – senz’altro e comunque – quella dell’uso della “spalmata” sulle mani o sui glutei. La “spalmata” era un listello di legno, largo, levigato, pesante e, in sua alternativa, era contemplato anche l’uso di verghe di salice o di castagno fornite spesso dagli stessi alunni che, così facendo, pensavano di farla franca. Era il simbolo di una scuola che praticava la punizione corporale come metodo educativo. Alcuni maestri dell’epoca erano e sono rimasti famosi per la loro intransigenza e per l’alto numero di colpi che, con evidente rabbia e accanimento, erano abituati ad infliggere.
Noi alunni ne eravamo letteralmente terrorizzati. Fortunatamente il maestro non era comunque solo il simbolo della severità, diventava per ciascuno una figura familiare; era una persona che, alla lunga, poi si apprezzava e alla quale, alla fin fine, restavi affezionato. A ben riflettere, ciascuno di noi è quello che è, senz’altro per l’incidenza prioritaria e determinante della famiglia ma è tale anche per l’incidenza educativa e formativa degli insegnati che ci hanno “avuto in carico”, soprattutto nel percorso scolastico della scuola elementare.
E’ in quel periodo che abbiamo imparato a leggere, scrivere e …”far di conto”.

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Montella V elementare 1938 in divisa di piccole italiane

Sono stati un maestro o una maestra che hanno alimentato e sviluppato le nostre intelligenze e le nostre curiosità; da essi abbiamo appreso metodi di studio, nozioni di tutti i generi, storie, conoscenze e tradizioni paesane, regionali, nazionali, universali. Da essi abbiamo scoperto ed esercitato il senso della solidarietà, dell’onestà, del dovere, dell’ordine, della lealtà, del rispetto delle regole e tutti gli altri valori umani, civili e sociali che specificatamente, con differente misura, caratterizzano una certa generazione.
Sono stati proprio loro a scoprire e valorizzare le nostre predisposizioni, a segnalarle alle stesse famiglie e, in certi casi, a sollecitare l’impegno verso studi ed attività successive. La figura dell’insegnante era, in quel tempo, dunque assai carismatica, autorevole e incisiva nella formazione e nell’educazione degli alunni tant’è che ognuno di noi, ricorda, per un “debito morale” e con vivacità, tutti gli insegnanti avuti nel corso della frequenza della scuola elementare, tutti noi, al di là dell’ “epoca storica” di nascita, di appartenenza e di formazione!

Sono convinto che, oltre i tanti “modernismi”, l’esperienza evolutiva e scolastica vissuta, soprattutto a livello di scuola primaria, resta, per ciascuno, anche a tutt’oggi, una esperienza indelebile. Senza alcun dubbio penso che ognuno, ripensando al proprio passato, non potrà mai e poi mai dimenticare il periodo delle “sua scuola elementare”; sempre ne ricorderà molti episodi, i compagni di frequenza nonché le amicizie e le conoscenze più rappresentative di quel periodo. Soprattutto ricorderà sempre il suo maestro e la sua maestra e particolarmente, con la sua mentalità adulta, non potrà, poi, assolutamente disconoscere l’importanza e il ruolo prezioso che quei docenti hanno avuto nella propria “crescita”.

Ritornando al lontano 1945, ricordo che a quei tempi (a differenza dei pesanti, stracolmi e “firmati” zaini e “zainetti” in uso ai giorni odierni) la maggior parte dei miei coetanei usava cartelle di “pezza”, a tracolla, fatte in casa.
La mia era una modesta cartella, piccola, di cartone pressato, con manico di stagno; conteneva solo un quaderno “a righi” e uno “a quadretti”, un sillabario e un astuccio in legno che fungeva da porta matita, penna e pennini perché, in quegli anni, scrivevamo usando l’inchiostro e ne avevamo sempre le dita sporche.
Sembrerebbe proprio assurdo ma era proprio così, per scrivere, nel 1945 e negli anni successivi, si usava, per l’appunto: penna, inchiostro e calamaio. Per l’esattezza inizialmente scrivevamo con il lapis e solo successivamente con la penna. La moderna e contemporanea “penna bic”, pur inventata in Francia da barone Marcel Bich proprio nel 1945, si diffuse solo negli anni 50/60. La penna era dunque a cannetta, con pennini che si spuntavano, con l’inchiostro che, non correttamente intinto, spesso gocciola sul quaderno tant’è che, per rimediare al danno, si usava con molta, molta frequenza la carta ssorbente !!

montella2Indossavamo tutti, bimbe e bimbe, grembiuli neri, con colletto bianco; la differenziazione tra maschietti e femminucce a Montella è subentrata in anni successivi, verso gli anni 50/60, anni in cui furono introdotti per i maschietti i grembiuli azzurri con colletto bianco e per le femminucce grembiuli interamente bianchi, immacolati, con fiocchi fatti con nastri che ornavano i loro capelli oltre il colletto
Non disponevamo, allora, di astucci a scomparti vari, di penne a sfera multicolori, cancellabili; di matite in legno, di lapis ergonomici, di gomme da lapis e per penne a sfera, forbici a punta rotonda, colle stick, temperamatite, quaderni e quadernoni vari, foderati con copertine in plastica multicolore, scatole di pastelli e di pennarelli in tutte le tinte e in tutte le sfumature possibili ed inimmaginabili, insomma, a mio avviso, una “corredo scolastico” di sciocchezze consumistiche il cui valore economico ingloba, al giorno d’oggi, parecchi euro ! Il nostro corredo scolastico era ridotto al minimo ed ispirato al risparmio.
Per foderare libri e quaderni si usava la carta che avvolgeva la pasta di grano duro (per intenderci spaghetti, bucatini, “ziti” e “mezziziti”), quella carta dal color avio che…..non costava nulla ed era di molto resistente !!

giottoSi era nel lusso quando si disponeva di un astuccio di pastelli a matita, assai ridotti nella quantità (appena sei nei colori basilari) e di grandezza di mezza matita (si faticava a tenerli impugnati !!). Ho davanti agli occhi i famosi “Pastelli Giotto”, di sei colori e sulla cui scatola era stampata l’immagine di un pastorello, appunto Giotto, che, con una fiaschetta al fianco, disegnava con del carbone, su un sasso, una sua pecora. In disparte, appoggiato ad un muretto, c’era un signore: Cimabue, che, con un copricapo rosso, lo osservava meravigliato e che, colpito dalla naturale bravura del piccolo Giotto lo accolse, poi, come narra Giorgio Vasari, nella sua bottega fiorentina.

Negli anni 1945-1950 a Montella la frequenza scolastica era assai consistente, i due edifici già citati erano assolutamente insufficienti, e necessitavano altre sedi scolastiche tant’è che non poche di esse erano, obbligatoriamente, collocate in case private, date in locazione al Comune. Appare evidente dunque una situazione quella descritta, propria da…“Terzo Mondo”, inimmaginabile dai nostri giovani montellesi abituati ad altre e più felici situazioni.
Dal lontano 1945 ad oggi a Montella sono stati costruiti vari e superbi edifici scolastici. La situazione scolastica oggi è più che soddisfacente tant’è che le scuole, oggi, sono tutte ubicate in edifici con aule spaziose, e ambienti funzionali. Peccato che oggi ben tre edifici “storici” (quello di Sorbo, di Garzano e di Fontana ) sono da anni in stato di abbandono e in disuso.

Giovanni Tiretta (Lucca, 4 febbraio 2016)

Uno di quegli edifici potrebbe degnamente ospitare un museo della scuola di Montella, raccogliendo le memorie di quanti a Montella sono stati scolari, come questa del prof. Tiretta, e le “cose” che facevano la scuola (la redazione)