La Vispa Teresa

[frame src=”http://www.museodellascuola.it/wp-content/uploads/2014/04/vispa.jpg” align=”left” linkstyle=”pp”]Nella news di ottobre del 2013 avevamo proposto ai nostri lettori di inviarci il testo delle poesie studiate a memoria al tempo della scuola elementare.
L’idea era quella di stendere un filo rosso, lungo la storia della scuola elementare, che racconti delle poesie, di quelle che le diverse generazioni hanno studiato a memoria e che nella memoria sono rimaste.
Come Museo della Scuola ci siamo posti il compito della raccolta e lo studio al fine di mettere a disposizione di insegnanti, studenti ed altri studiosi dei documenti, utili ai rispettivi interessi dei nostri lettori, sul ruolo, la funzione e il valore che la poesia e la poesia studiata a memoria, in particolare, ha avuto e può avere nella formazione di base.
Da una signora che ha fatto la prima elementare nel 1928 abbiamo sentito recitare questo testo che la signora ricorda ancora molto bene dal suo primo anno di scuola, perché la maestra lodò la sua declamazione a tutta la classe:
Ho il guscio spinoso / ma il cuor generoso / mi mangiano cotta / bruciata, ballota / mi trovo in campagna / mi chiamo castagna
Poiché è molto probabile che di testimonianze dirette come questa non sarà facile averne altre, per anni più lontani del 1928 occorrerà riferirsi a studi già fatti, a partire da quelli sulla poesia che prima e più di ogni altra ha rappresentato la poesia per i piccoli: La Farfalletta, meglio nota come La vispa Teresa.

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La vispa Teresa
avea tra l’erbetta
A volo sorpresa
gentil farfalletta

E tutta giuliva
stringendola viva
gridava a distesa:
“L’ho presa! L’ho presa!”.


 A lei supplicando
l’afflitta gridò:
“Vivendo, volando
che male ti fò?

 

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Tu sì mi fai male
stringendomi l’ale!
Deh ! lasciami! Anch’io
son figlia di Dio!”.


 Teresa pentita
allenta le dita:
“Va’, torna all’erbetta,
gentil farfalletta”.

Confusa, pentita,
Teresa arrossì,
dischiuse le dita
e quella fuggì

 

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Una poesia la cui fortuna va oltre ogni merito dell’autore visto che ancora ieri Umberto Eco, sul settimanale Espresso la prendeva a titolo per un discorso sullo studiare a memoria. Una fortuna che ha due facce: quella dell’immagine dolce dell’infanzia, della grazia che si voleva propria di una bambina e, specie oggi, del rispetto della vita e della natura; e poi dall’altra che, a dispetto dell’autore, è legata al doppio senso, a volte appena accennato e comunque garbato ed in altre decisamente sopra le righe. Spiace dire che forse è proprio quest’ultimo che ha portato la Vispa Teresa con immutata fama fino ai nostri giorni.

Grazie alla gentilezza di Walter Fochesato, che ci ha mandato una copia del volume: Luigi Sailer, La vispa Teresa, e altre poesie, Andrea Viglongo & C Editori, Genova, 1994 e 2001. Proponiamo alcuni passaggi che lo stesso Fochesato ha messo a postfazione del volume con il titolo:
“Sposina e velocipedista, cocotte e socialista. I mille volti della Vispa Teresa”
1859 (o giù di lì): il milanese Luigi Sailer, scrittore e professore con coronamento di carriera all’Accademia Militare di Modena, scrive per una principessina di Savoia Carignano, una poesiola dal titolo “La farfalletta”. 1865: si pubblica una corposa antologia intitolata “L’arpa della Fanciullezza, Componimenti poetici pei bambini dai 5 ai 10 anni raccolti e ordinati da Luigi Sailer”, Milano, Agnelli. Si tratta di una raccolta che conoscerà uno straordinario successo e successive riedizioni, con varianti, che giungono fin verso la fine degli anni ’20. … … Direi che possiamo dividere i versi del Sailer in due grandi categorie.
Da un lato le poesie d’occasione, genere in gran voga allora, ma poi ben duro a morire. Si tratta di componimenti alquanto modesti e composti (già belli e pronti) per ogni occasione: dalle casalinghe (genitori, nonni, onomastici, compleanni …) alle pubbliche, in particolare scolastiche (inizi e fine d’anno, visite di direttori e ispettori; ma non mancano scadenze meno consuete o dediche più insolite: il padre vedovo che si risposa, la matrigna, gli zii (sono previsti anche nipoti orfani), le mamme malate, i direttori di orfanatrofio, il benefattore di un collegio per bimbi ciechi.
Dall’altro troviamo i cosiddetti apologhi, o comunque componimenti nei quali sono presenti una morale, un ammonimento, un invito alla riflessione. Si va dalla vera e propria favoletta alla breve presentazione di un caso degno in qualche modo di diventare esemplare. Ma è da notare come Sailer, pur non essendo dotato di grandi mezzi espressivi, scelga sempre situazioni della vita di tutti i giorni (Un bel guadagno, A un fumatore liberalissimo), metta in scena bambini reali (L’altalena, il campanello, Il capitano) con indubbia felicità nei loro giochi. Per quegli anni non è poco.

Il lungo saggio di Walter Fochesato prende poi in esame la fortuna storica della Vispa Teresa e delle varianti che, sul o dal ritmo del Sailer hanno preso spunto a partire dalla Vispa Teresa allungata da Trilussa tra il ’17 e il ’20 che racconta quello che  a Teresa accadde poi (un testo che è possibile trovare in internet). Ma per questo dobbiamo rimandare i lettori al volume citato essendo ancora in catalogo presso l’editore Viglongo.
Dal volume che Fochesato ricordava: L’arpa della fanciullezza (PDF) nell’edizione del 1877 abbiamo estratto tutte le poesie del Sailer inserite nella raccolta, che di poesie ne conta ben 688,di 154 autori diversi, tra i quali spiccano per il numero di componimenti: Giovanni Pennacchi, Pietro Metastasio, e lo stesso Sailer con 33 poesie.
Particolare interessante è che in questa edizione La farfalletta non presentava ancora il finale della versione più nota.

La vispa Teresa