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LA SCUOLA DELLE LEZIONCINE

Il mio impatto con la scuola è stato triste. Noi abitavamo in campagna e per andare a scuola bisognava fare circa un chilometro attraverso i campi, cosa che a mia madre non piaceva molto. Per questo decise di iscrivermi a una scuola “rurale” che una ragazza appena diplomata aveva istituita in campagna vicino a casa mia. Quindi, a sei anni, cominciai ad andare a questa scuola insieme ad altri bambini della zona. Dopo una ventina di giorni la maestra ci disse che si sarebbe assentata per qualche giorno; invece, dopo qualche settimana, ci comunicò che la scuola chiudeva e che noi dovevamo iscriverci ad un’altra scuola.

Mia madre mi portò subito ad un paesino là vicino per parlare con le maestre ed iscrivermi regolarmente ad una scuola vera. Ci accolse una maestra rozza e nera, la quale convinse mia madre, senza neanche conoscermi, a non iscrivermi e a farmi frequentare come uditore. Le sue argomentazioni furono che ormai erano troppo avanti col programma e che sicuramente io non ce l’avrei fatta a mettermi in pari – e che poi ero anche piccolo e gracile, e quindi era meglio per me aspettare un anno per poi affrontare bene la prima elementare. Mia madre accettò e quindi quell’anno lo passai quasi sempre a casa, anche perché dopo pochi giorni avevo letto tutto il libro di lettura e risolvevo problemi matematici complessi che mio padre mi aveva sempre insegnato a risolvere. Ma tutto ciò non è servito a niente, perché la mia maestra mi ha costretto a passare altri due anni ad annoiarmi appresso alle sue lezioncine.

Incontrai la maestra dopo tanti anni; anch’io avevo ormai diversi anni di insegnamento alle spalle. La salutai e quando lei mi chiese cosa facessi e se mi trovavo bene, le risposi che facevo il maestro e che avevo la grande soddisfazione e l’orgoglio di non somigliarle professionalmente. Rimase talmente scioccata che da allora spero abbia avuto un atteggiamento diverso con i suoi alunni.

(tratto da Salvatore Maugeri, La panchina, Edizioni Tassinari, Firenze 2024)

 

 

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