Mia madre mi portò subito ad un paesino là vicino per parlare con le maestre ed iscrivermi regolarmente ad una scuola vera. Ci accolse una maestra rozza e nera, la quale convinse mia madre, senza neanche conoscermi, a non iscrivermi e a farmi frequentare come uditore. Le sue argomentazioni furono che ormai erano troppo avanti col programma e che sicuramente io non ce l’avrei fatta a mettermi in pari – e che poi ero anche piccolo e gracile, e quindi era meglio per me aspettare un anno per poi affrontare bene la prima elementare. Mia madre accettò e quindi quell’anno lo passai quasi sempre a casa, anche perché dopo pochi giorni avevo letto tutto il libro di lettura e risolvevo problemi matematici complessi che mio padre mi aveva sempre insegnato a risolvere. Ma tutto ciò non è servito a niente, perché la mia maestra mi ha costretto a passare altri due anni ad annoiarmi appresso alle sue lezioncine.
Incontrai la maestra dopo tanti anni; anch’io avevo ormai diversi anni di insegnamento alle spalle. La salutai e quando lei mi chiese cosa facessi e se mi trovavo bene, le risposi che facevo il maestro e che avevo la grande soddisfazione e l’orgoglio di non somigliarle professionalmente. Rimase talmente scioccata che da allora spero abbia avuto un atteggiamento diverso con i suoi alunni.
(tratto da Salvatore Maugeri, La panchina, Edizioni Tassinari, Firenze 2024)
