La scuola siamo noi – un nuovo contributo dalla Val di Sole

Una nuova intervista si è aggiunta alla nostra raccolta che fotografa, parzialmente, la realtà della scuola italiana degli ultimi decenni del secolo scorso dal punto di vista dei suoi protagonisti: le maestre, i maestri, i professori e i dirigenti.

Quest’ultimo contributo viene dalla Val di Sole, in Trentino Alto Adige, la valle direttamente confinante con la Val Camonica al Passo del Tonale e precisamente da Vermiglio (mt. 1261 sul livello del mare).

Vermiglio è il paese in cui è stato ambientato uno dei film più belli del 2024, dal titolo omonimo. Uno dei protagonisti del lungometraggio è proprio un maestro, una di quelle figure autorevoli, ma spesso anche contradditorie, che hanno caratterizzato tanti dei paesi delle vallate alpine nel secolo scorso. E uno degli aneddoti che viene raccontato nell’intervista ci riporta indietro di decenni, al mondo contadino della montagna così ben descritto nel film di Maura Delpero, quel mondo in cui alla scuola si affiancava quotidianamente, anche per bambini e ragazzi, il lavoro nei campi e nelle stalle.

L’altro aneddoto narrato nell’intervista ci rimanda invece ad un grande maestro del passato la cui attualità è tuttora da riscoprire: quel maestro Alberto Manzi che scriveva sulla scheda di valutazione “fa quel che può, quel che non può non fa”.

L’intervistato è il professor Luigi Panizza, insegnante e poi preside e assessore alla pubblica istruzione della provincia di Trento. Tuttora dedica gli anni della pensione a molteplici interessi di carattere storico- locale e culturale e ad attività di volontariato nei paesi del Terzo Mondo con l’Associazione Valdisole Solidale.

 

Una foto d’epoca di Vermiglio con vista verso il Passo del Tonale.

“Sono Luigi Panizza, nato a Vermiglio il 12 aprile 1937 ed ivi residente. Ho scelto la professione di insegnante come logica conseguenza degli studi fatti: abilitazione magistrale e prima ancora per rendermi utile nel campo educativo più che istruttivo. Ho sempre ritenuto la formazione delle persone più che una professione una vocazione in conseguenza della mia esperienza collegiale.

Ho iniziato ad insegnare nell’anno 1963 in una scuola professionale maschile dell’ENAIP (Ente Nazionale Acli Istruzione Professionale). È stata un’esperienza meravigliosa perché, insegnando lettere e norme fondamentali della sociologia, avevo la possibilità di parlare molto di come l’uomo può vivere la sua esperienza umana ed inserirsi nella società non solo per il proprio bene personale, ma anche per il bene comune. Tutte le materie che insegnavo concorrevano seppure in modo proprio alla formazione della persona nelle varie dimensioni: religiose, morali, sociali, culturali ed anche economiche considerando la preparazione specifica a livello professionale. In conclusione posso dire che non potevo trovare nulla di meglio di quello che avevo scelto.

Come già detto ho iniziato ad insegnare nell’anno 1963 all’ENAIP di Cusiano di Ossana nelle classi dei meccanici e muratori. La scuola era un edificio nuovo con aule, laboratori e mensa. Le ore di scuola erano 36 e comprendevano cinque giorni alla settimana con lezioni anche nel pomeriggio. L’aula non aveva nulla di speciale, era come quella di tutte le scuole.

Per andare a scuola fino al 1967 utilizzavo il mezzo pubblico: la corriera.

Per rispondere alla domanda sui Decreti Delegati del 1974 premetto che nel 1968 lasciai la Scuola Enaip per insegnare alle scuole medie essendomi iscritto all’Università come studente lavoratore. Conseguii la laurea nel 1970 e nel 1974 iniziai la carriera di preside in coincidenza proprio con l’approvazione dei Decreti Delegati che esperimentai quindi in funzione direttiva. Con i Decreti Delegati cambiò molto la gestione della scuola perché con questa riforma i genitori dei frequentanti divennero protagonisti negli organi collegiali con competenze sul buon funzionamento della scuola senza invadere la libertà d’insegnamento garantita ai docenti dalla legge. Per un preside gli organi collegiali assunsero particolare importanza nella gestione delle competenze scolastiche.

Ricordo della mia esperienza due aneddoti interessanti. Il primo riguarda un alunno della scuola professionale. Appena iniziata la lezione vedevo che apriva e chiudeva continuamente gli occhi dal sonno che aveva. Ho poi saputo che prima di venire a scuola (era primavera-estate) si alzava molto presto per poter falciare un po’ di prati. Infatti si vedevano i fili d’erba sporgere dalle suole degli scarponi. Allora, ricordo, di averlo autorizzato a dormire la prima ora di scuola.

Un secondo episodio da menzionare l’ho vissuto come preside. La scuola ogni anno assegnava una borsa di studio data dalla vedova della persona alla quale era intitolato l’edificio. Come prassi veniva assegnata ad un alunno o alunna con ottimi risultati. Ma un anno non fu così. Un anno la borsa di studio, con il mio sostegno, venne assegnata ad un alunno che aveva raggiunto a malapena la sufficienza. Il ragazzo aveva difficoltà di apprendimento e la famiglia non poteva aiutarlo molto. Nonostante queste difficoltà era costantemente impegnatissimo. Per questo impegno oltre ad un lodevole comportamento questo alunno fu riconosciuto meritevole della borsa di studio. E questo servì da esempio e lezione per tutti. La scuola non solo istruisce, ma soprattutto  forma la persona perché i ragazzi non sono contenitori da riempire di nozioni, ma fuochi da accendere”.

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