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Per la gloria d’Italia

La scuola, come istituzione, ha svolto da sempre, attraverso l’insegnamento, una funzione adattiva nei confronti della società. Non ci meraviglia che dopo l’Unità d’Italia gli sforzi dell’istruzione fossero dedicati a “fare gli italiani”, come diceva Cavour. Come non ci meraviglia che l’apprendimento nei periodi medievali si appoggiasse al latino e alle sacre scritture. Ed anche oggi sappiamo che uno dei compiti della scuola è quello di “educare alla cittadinanza”, che vuol dire sostenere gli allievi perché diventino “attivi” in una società democratica che si trasforma molto velocemente.

Il periodo fascista non sfugge a questa regola, anzi la rende più evidente e pervasiva. I bambini apprendevano i principi del regime, le sue idealità, le aspirazioni, i comportamenti che erano considerati necessari per gli adulti e per i bambini, da chi deteneva il potere. Casomai ci meraviglia la capillarità della presenza di messaggi “istruttivi” che entravano nella scuola, anche indipendentemente dall’insegnamento formale. I quaderni scolastici dell’epoca ne fanno testimonianza. Anche a scorrere le sole copertine illustrate si evidenzia la volontà di trasmettere gli stessi messaggi che venivano diffusi per la popolazione adulta. Ne presentiamo solo alcuni, ma quantità dei materiali che abbiamo a disposizione potrebbe darci molte altre informazioni.

Per “fare gli italiani”, i quaderni ricordavano agli alunni che avrebbero dovuto sempre amare il proprio paese, una nazione intesa come “Patria” (parola sempre scritta con la maiuscola), come luogo identitario, diverso da quello di altri paesi e ovviamente migliore. “Ama la Patria come ami la tua Madre, sii buono per onorarla, sii forte per difenderla”, è la frase di Benito Mussolini stampata sul quaderno per la Gioventù del Littorio. Pensiero che si ritrova coniugato in maniera diversa, ma simile, in altri quaderni che ha lo scopo di spingere i bambini a desiderare di far parte delle organizzazioni del regime: “I bambini d’Italia si chiaman Balilla”.

Come si legge su un’altra copertina dell’epoca, formata da Mussolini: “Fa, o gioventù italiana di tutte le scuole e di tutti i cantieri, che la Patria non manch9i al suo radioso avvenire … Roma, faro di luce per tutte le genti”.

Le frasi di questo quaderno (qui sopra) sono chiaramente orientate e dimostrare la determinazione del Regime di addestrare la Gioventù alle armi: una sfilata davanti al Duce, il Collegio Orfani, la prospettiva di diventare aviatori (con lo studio del volo a vela) o marinai (“Marinaretti baldi e fieri”). Questo quaderno porta la firma di una bambina di terza elementare nell’anno scolastico 1930-1931. Tutte le pagine sono dedicate alla “Bella Scrittura”: comincia a novembre con la riscrittura in tutta la pagina della lettera “i” e di alcune parole che la contengono (“inni”).

Prosegue con una pagina di “t” e con le frasi “tutti vinti” e termina a giugno con la lettera “R”, chiudendo con la parola “Roma”. Ordine, precisione, costanza erano virtù richieste alle donne (in quegli anni non potevano accedere all’insegnamento nei licei e negli istituti tecnici), che erano invitate casomai a vincere nella “battaglia demografica” che avrebbe potuto “garantire la vita, quindi la potenza militare, l’espansione economica e la gloria dell’Impero fascista”. 

I bambini dell’epoca respiravano l’idea di diventare eroici soldati e non mancavano nelle copertine dei quaderni esempi da imitare. Anche le sconfitte diventano un bacino utile a dimostrare i gesti eroici dei soldati italiani. In un quaderno che ricorda il massacro della spedizione Giulietti (Etiopia, 1881) si legge: “Ed ecco che un figlio di questa Italia rinnovata, il quattordicenne Maria De Simone, da Barletta, s’imbarca clandestinamente sul “Belvedere” a Napoli, nascostamente nella stiva durante l’imbarco di truppe destinate alle Colonie dell’Africa Orientale.

Scovato viene condotto dal Comandante, al quale, con ardente amore patrio, implora; “Mi lasci venire in Africa. Saprò anch’io fare il mio dovere”.
Nel quaderno di matematica di un bambino di quinta La superiorità della Patria italiana trova evidente riscontro nelle immagini dei quaderni che esaltano la potenza delle forze armate con scritte del tipo: “Per terra per mare per aria. Oggi domani sempre”. Quello italiano viene presentato come un esercito potente che, anche grazie agli eroici comportamenti dei soldati, e l’ardimento dei “condottieri”, riesce a trovare “un posto al sole”, conquistando terre in Africa.

 

 

 

 

 

 

Le forze armate dell’Italia fascista, non appaiono sui quaderni solo come potenti dal punto di vista militare (ci sono molti quaderni che esaltano la marina, la fanteria, l’aviazione), ma sono sostenute da una seconda volontà (la prima è quella del Duce) suprema: quella della Chiesa cattolica, che accompagnerà i soldati nelle varie campagne militari che, nelle Messe al Campo. L’illustrazione della Messa al Campo fa parte della serie Forze Armate dell’Italia Imperiale. La quarta di coperta spiega che questa Messa è “un momento suggestivo, per solennità e alto significato morale… Raccolti attorno al Ministro di Dio, la gioventù guerriera, … con la sua fede sublime sa che occorre … elevarsi oltre il livello della mediocrità, per la gloria d’Italia, per l’onore degli italiani, per l’affermazione sempre più grande di Roma, Imperiale e Cattolica”.

Molto tempo dovrà passare prima che avvenga nella società italiana una riflessione critica sul ruolo che la Chiesa ha svolto nelle guerre del periodo fascista. Don Lorenzo Milani nella sua lettera si Cappellani Militari (siamo nel 1965) auspicava “che abbia termine ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise… avvelenati e senza loro colpa da una propaganda d’odio” ed invitava i Cappellani militari a pregare “per quegli infelici … che si sono sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria, calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano”.

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