“Ecco il Re che si riconosce dalla croce e si muove di una casella in tutte le direzioni. Da quando il famoso Carlo Magno fu incoronato imperatore dal papa Leone III tutte le corone dei Re e imperatori hanno una croce sulla corona. Ha molta paura di essere catturato dai pezzi nemici. Un vero fifone che si nasconde sempre dietro ai pedoni e si rifugia in un castello chiamato arrocco. Scommetto che anche voi avete paura di qualcosa o di qualcuno?” Un bambino mi dice che ha paura del nonno che lo sgrida.
Presento i pezzi come personaggi vivi, con emozioni e con una personalità che sulla scacchiera sono sempre litigiosi e pronti a combattere. Non rimangono mai immobili: attaccano, difendono, catturano, proteggono il Re, si aiutano, collaborano, talvolta si arrabbiano.
“Ecco la Regina. E’ più forte di tutti gli altri pezzi”. Alle bambine brillano gli occhi. Un bambino chiede: “Ma è anche più forte del Re?”. “Certo: il Re è più importante perché se viene catturato si perde la partita, ma la Regina è la più forte! Si muove in tutte le direzioni, dritto e in diagonale, di quanti passi vuole. Se la Regina viene catturata il Re si dispera”.
Racconto che il più forte giocatore del mondo viene dalla Norvegia e si chiama Magnus Carlsen. Già da bambino era molto serio e intelligente batteva i più grandi. Esiste anche un altro giocatore quasi imbattibile. “Chi è maestro? Sei tu?”. “Provate a indovinare. Lo trovate anche a casa vostra”.
La seconda lezione i bambini sono già in grado di fare la loro prima partita. Alcuni sono ansiosi: la prova è difficile e si devono concentrare in silenzio. L’obiettivo non è la vittoria ma condividere con i compagni la bellezza del giocare insieme. E mentre stanno giocando imparano senza rendersene conto anche a ragionare. Ognuno gioca a modo suo, ognuno impara a suo livello: il percorso è individuale, lo scambio con i compagni utile. I bambini più bravi hanno il compito di aiutare i compagni in difficoltà.
In 30 anni di insegnamento del gioco degli scacchi a scuola a circa 25000 studenti ho imparato molte cose: sono in grado di riconoscere semplicemente osservando il comportamento di un bambino e a come dispone i pezzi sulla scacchiera vari aspetti della sua personalità, il suo approccio mentale e psicologico.
Ricordo Gioia, 12 anni, la peggiore della scuola media a dire del Preside, bocciata un anno e ancora insufficiente in 7 materie. Dopo solo 3 mesi sapeva già giocare a scacchi alla cieca (bendata) e per la prima volta era apprezzata dai compagni. In poco tempo è diventata campionessa italiana di scacchi, migliorata in tutte le materie e rappresentato addirittura la scuola alle olimpiadi di matematica della Bocconi. Ricordo Anna, 10 anni, che da due anni non diceva neanche una parola e i medici non riuscivano a capire se fosse un problema psicologico o mentale. Ho notato immediatamente che aveva imparato a giocare e le sue mosse non avevano niente di anomalo. Ho deciso di fare una partita a scacchi solo con lei fuori dall’aula nel corridoio. Dopo solo 10 minuti, mentre si giocava e le parlavo del sentimento che provano i cavalli nel saltare sulla scacchiera, si è messa improvvisamente a parlare prima di scacchi e poi mi ha rivelato episodi di violenza in casa (la mamma e lei venivano picchiate). Questa esperienza mi ha rivelato la forza straordinaria del giocare a scuola che permette ai bambini di agire su problemi talvolta troppo pesanti da affrontare. La trasposizione del problema su un piano ludico e la sensazione di essere in un ambiente amichevole e protetto le ha dato fiducia.
Se il gioco degli scacchi è utile a tutti, per molti bambini questa attività è stata fondamentale e ha portato addirittura al ribaltamento dell’esito scolastico: l’ambiente positivo che si costruisce giocando insieme trasforma le persone. La scuola che diventa un luogo ideale per esprimere i propri sentimenti, le proprie emozioni, le proprie insicurezze. Ricostruire la socialità in classe tramite il gioco si rivela vincente in quanto le lezioni frontali spesso, involontariamente, impediscono la comunicazione fra bambini, creano barriere, mentre i voti stabiliscono ingiuste gerarchie.
Un gioco competitivo come quello degli scacchi, se svuotato dagli aspetti agonistici e vissuto come esperienza emozionale e conoscenza di sé, sviluppa autostima, maggiore sicurezza nel ragionamento e nel cercare soluzioni, maggiore capacità di concentrarsi e di apprezzare momenti di silenzio attivo. Gli scacchi come gioco scientifico sono anche un’arma potente contro quel blocco traumatico e panico causati dall’insuccesso nella matematica (che colpisce quasi il 50% dei viventi). La paura di sbagliare svanisce: gli errori nel gioco degli scacchi possono anche essere leggeri e non compromettono il risultato. Ci indicano chiaramente dove sbagliamo e ci insegnano a correggere i propri errori e a ragionare attivamente per trovare strategie e soluzioni. Ogni mossa che decidiamo è un esercizio di problem solving. Piano piano si impara a controllare le emozioni, anzi ad integrarle con fiducia nel processo razionale. Si costruisce un pensiero logico e scientifico non basato sul timore di sbagliare, ma sullo sperimentare, utilizzando tutte le risorse a propria disposizione e verificando in tempo reale gli errori di valutazione.
di Daniel Scivales,
ideatore del progetto Gli scacchi contro l’insuccesso scolastico nelle scuole della Valtiberina toscana e umbra).
