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Apologia del cavolfiore

L’asilo per me è stata un’esperienza terribile. I due anni trascorsi all’asilo di via delle Panche a Firenze nel 1970-71 costituiscono il periodo più buio della mia esperienza scolastica. Conservo un vivido ricordo della maestra, la severissima Signorina G: alta e magra, i capelli grigi tagliati cortissimi e due occhi celesti di ghiaccio capaci di fulminarti all’istante.  I compagni invece restano una massa indistinta, non ricordo i volti né i nomi tranne quello di una bambina, Martina. La ricordo perché era mancina e la maestra la sgridava quando la vedeva disegnare con la sinistra: le metteva la matita nella mano destra dicendole che quello era il modo corretto di disegnare. I disegni di Martina venivano poi mostrati alla classe, insieme a quelli degli altri bambini, e giudicati regolarmente brutti. Anche mia mamma era nata mancina e a scuola aveva subito la correzione di questa pericolosa devianza a suon di bacchettate sulla mano. Aveva perciò imparato ad utilizzare la destra in classe e la sinistra a casa, diventando in pratica ambidestra.

I racconti di scuola della mamma parlavano di un passato remoto, denso di abusi e ingiustizie, che pensavo confinato in un paesino del Valdarno in epoca fascista. Il comportamento della Signorina G. però rimescolava le carte: sentivo che quello che faceva era ingiusto (la mamma vinceva sulla maestra e questo era un assioma) ma la situazione creava in me confusione, anche perché all’epoca non era pratica diffusa discutere l’autorità o i metodi della Maestra. Il conflitto restava dunque irrisolto e io mi sentivo semplicemente fortunata di non essere mancina in quella classe con quella maestra.

La signorina G

Nell’aula non volava una mosca e c’era una disciplina da caserma. Una situazione irreale se si pensa che quello spazio ospitava una ventina di bambini piccoli per diverse ore al giorno. La classe era mista ma bambini e bambine erano rigorosamente separati: due file di banchini per le bambine, a sinistra e due file per i bambini, a destra dell’aula. I giochi erano in un grande contenitore unico ma c’erano giochi da maschi (fondamentalmente le costruzioni) e giochi da femmine (piattini e pentoline) e ciascun gruppo utilizzava esclusivamente quelli riservati alla propria categoria. Per tanto tempo ho avuto la curiosità di provare a costruire un castello con i bellissimi mattoni colorati dei maschi ma non ho mai avuto il coraggio di farlo, nel timore di incorrere nel rimprovero della maestra.

Entrata dell’ex asilo di via delle Panche

Il capitolo delle punizioni era variegato e ben strutturato. Si partiva dal rimprovero verbale, cui seguiva l’isolamento fisico (l’essere spostati in un banchino separato dagli altri), fino all’espulsione dall’aula. Una delle punizioni più odiose era l’essere confinati nell’angolo della stanza, rivolti verso la classe, con i piedi dentro il cestino. Una volta è capitato anche a me: un episodio che, a distanza di tanti anni, ricordo ancora come un incubo. Ricordo con lucidità il senso di umiliazione provato nel subire il peso dello sguardo dei compagni mentre cercavo di mantenermi in equilibrio entro quello spazio ristretto, e la difficoltà di aprirmi un varco con i piedi tra le cartacce appallottolate per raggiungere la base liscia del contenitore, facendo finta di restare immobile. Ho invece rimosso totalmente il motivo per cui mi sia meritata una punizione simile. Ancora oggi mi chiedo cosa mai possa aver fatto una bambina mite e timidissima come ero io per vedersi infliggere tale tortura e quale valore rieducativo possa aver costituito agli occhi della maestra.

La maestra rappresentava la materializzazione del potere assoluto, un’autorità inflessibile e distante, che raramente lasciava la roccaforte della cattedra per scendere tra i banchi. Lo faceva per esempio quando ci ordinava di fare un disegno, il cui tema ci veniva rigorosamente imposto, per valutarne l’esecuzione. Fioccavano in quella situazione i bene e i male e soprattutto i bello e i brutto, etichette frutto di un arbitrio totale.

Mi piaceva disegnare. Ricordo la scatolina con 6 matite della Fila e i pastelli a cera, che non amavo molto perché meno precisi nella resa finale rispetto alle matite. Quando cadevano a terra poi spesso si spezzavano e diventava ancora più difficile maneggiarli. La scatolina delle matite mostrava l’immagine del giovane Giotto che disegna una pecora sulla superficie liscia di un masso con dietro Cimabue, una presenza rassicurante e benevola. La scena si svolgeva in campagna. Pensavo che sarebbe stato fantastico portare fogli e matite in giardino e disegnare all’aperto ma non ci era consentito.

Potevamo uscire in giardino una sola volta al giorno, per un tempo che a me sembrava sempre troppo breve. Quello era l’unico momento di libertà vera, perché la maestra ci sorvegliava da lontano, chiacchierando con le altre maestre e la sua soglia di attenzione si abbassava. Si trattava di uno spazio ridotto, un rettangolo di terra polverosa con una manciata di alberelli, che però all’epoca mi sembrava il Giardino dell’Eden. Nel giardino non c’erano giochi, né panchine, nulla. C’erano solo questi pochi alberi, delle piccole magnolie, che per me rappresentavano uno scrigno delle meraviglie perché offrivano tante cose diverse con cui poter giocare nelle varie stagioni dell’anno, dai curiosi frutti simili a pannocchie ai grandi petali bianchi dei fiori, delicati e profumatissimi. Le mie preferite erano però le bellissime foglie ovali, di un verde lucido e intenso, con le quali mi ingegnavo a realizzare ghirlande e corone.

Il giardino oggi in stato di abbandono

Alla gioia del giardino si contrapponeva il supplizio della mensa. Percorrevo il corridoio che portava alla sala mensa con l’animo di un condannato che si avvia al patibolo. Ricordo tanti tavolini quadrati, intorno ai quali sedevano gruppi di quattro bambini e un altro tavolino, uguale agli altri, riservato però a due soli occupanti: io e la Signorina G. Ero una bambina scheletrica, che non mangiava quasi nulla. La mamma deve aver detto alla maestra che non avevo appetito, ciò che mi ha fatto guadagnare fin da subito il privilegio esclusivo di sedere alla sua stessa tavola.

Il pranzo offriva alla Signorina G. l’occasione per snocciolare le infinite regole del Galateo, che si moltiplicavano ogni volta con una progressione esponenziale, traducendosi in altrettanti divieti: divieto di appoggiare i gomiti sulla tavola, di giocare con le posate, di sbriciolare il pane, di appallottolare il tovagliolo, di avvicinare la testa al piatto, ecc. Il più assurdo di tutti era il divieto di bere finché non si fosse finito il primo piatto. Vedendo gli scarsissimi progressi sul versante alimentare la mamma ha provveduto ben presto a togliermi dalla mensa, fugando al contempo il rischio di disidratazione. Credo infatti di non essere mai riuscita a finire un primo piatto mentre sedevo al cospetto della Signorina G. Ho ancora in mente quei bocconi lungamente masticati e rigirati in bocca, che proprio non volevano saperne di farsi inghiottire.

Il menu della mensa non brillava certo per gusto o attrattiva. Ricordo ancora nettamente il senso di repulsione provato davanti ad un piatto di orrendo cavolfiore, una pietanza incolore e maleodorante, per me all’epoca totalmente sconosciuta. Mia mamma infatti cercava di allettarmi con cibi più invitanti per invogliarmi a mangiare, per altro con scarsi risultati, e le verdure che avevo conosciuto fino a quel momento erano tutte allegre e colorate come carote, piselli o pomodori.

Ci ho messo lunghi anni prima di revocare il bando di condanna all’esilio da me imposto a questo ortaggio, associato inconsciamente ad un pregresso disagio, riuscendo ad apprezzarne la delicatezza del gusto e la versatilità in cucina. Ora che ha riguadagnato il diritto di cittadinanza e recuperato la sua piena dignità, posso finalmente augurare Lunga vita al cavolfiore!

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