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LA SCUOLA ELEMENTARE DI COLLINA

“La scuola era un palazzaccio solitario in vetta alla collina, le aule tutte uguali e con gli stessi difetti. Dai finestroni che facevano passare la luce entrava pure il vento. Non di tanto in tanto come succede nel resto del mondo ma pressoché ogni mattina, ne sentivamo il sibilo sul collo. Si scriveva su una lavagna nera, graffiata e mobile. Avendo i piedi di legno, per risparmiarle la fine di Pinocchio andava tenuta lontana dalla stufa. Stesso discorso per i banchi di tavole stagionate, tutti a due posti. La misura ha permesso a me e a mia cugina Liliana di stare incollate l’una all’altra per cinque anni. Anche troppo secondo il maestro, diceva che io la dominavo e lei subiva. Se era così doveva cambiarla di posto senza badare alle nostre proteste. Eravamo entrambe figlie uniche, lo siamo state fino a quando mia madre non ha deciso di mettere al mondo un altro bambino. La zia non poteva essere da meno, l’ha seguita con quattro mesi di ritardo. Ormai abitavamo tutti in città, loro ci avevano raggiunti un anno dopo perché tra l’orto e tutto il resto non erano riusciti a fare prima di così.

Quando faceva tanto freddo il grembiule non si vedeva, bisognava tenersi addosso sciarpa e cappotto. D’inverno si avvertiva di più anche la fame che per la maggioranza di noi era sempre presente, fastidiosa, pungente e con la stessa intensità sia prima che dopo colazione. Meglio sorvolare su cosa mangiavano i miei compagni, per me era pane secco nel latte caldo leggermente zuccherato. Lo sorbivo seduta al tavolo dalla piana di marmo che faceva rabbrividire solo a guardarlo. L’aria non poteva riprendere il calore perduto durante la notte se la stufa restava spenta, il fornello a gas mandava una debole fiamma. Di mattina papà si dilungava in bagno e la mamma era già presa dal pensiero dello stuolo di scolari che l’aspettava in classe, bambini duri di comprendonio per come ne parlava. Più tardi sarebbe arrivata Leda a sbrigare qualche faccenda e a farci trovare un bel tepore asciutto all’ora di pranzo. Solo in cucina, le altre stanze restavano strette nel gelo, eravamo abituati.

A farmi rabbrividire anche più del marmo era la tendina scolorita appesa sotto l’acquaio con dietro secchio di servizio, bidone dei rifiuti e orcio dell’acqua, l’acqua attinta alla fontana. Mentre rigiravo il cucchiaio nella tazza non osavo soffermarmi sulla scoperta che feci quel giorno nel mestolo colmo, appena estratto dalla pancia di terracotta. Lottavo con tutta me stessa per non pensarci. Il babbo intanto ascoltava il giornale radio e la mamma sfogliava il registro scolastico che portava sempre a casa dopo aver lasciato il palazzaccio. Allora pensavo che la scuola fosse al centro della sua vita, oltre che della mia.

Per scordarmi della macabra tendina dovevo uscire in strada e raggiungere gli altri bambini. Non aspettavo mai la mamma, scappavo di gran carriera senza scambiare con papà neppure un bacio. In casa nostra certi contatti non usavano e non immaginavo che da qualche parte potessero usare.

Dopo la partenza tra le case, si procedeva in salita per un tratto deserto fino al piccolo ghetto appena sotto il cortile della scuola dove si aggiravano solo anziani e invalidi. Gli adulti si erano già mossi per andare al lavoro e i bambini di lassù entravano in classe prima di noi.

Sull’area erbosa che fungeva da piazzale si faceva la pausa all’aperto, più o meno lunga a seconda della stagione e dell’estro del maestro che poteva decidere di portarci fuori anche con la neve. Per rinfrescarci le idee, diceva. Dove finiva il prato iniziava una pendenza a rompicollo senza ringhiere o staccionate. In primavera passavamo l’ora d’aria a sedere sul ciglio, le gambe penzoloni nel vuoto, le noccioline in tasca e i nostri segreti a fior di labbra. Non si ruzzolava giù solo perché lungo il pendio prosperavano pini e quercioli, nella peggiore delle ipotesi potevano trattenerci. In ogni caso, l’abbiamo capito abbastanza presto che non conviene sporgersi più di tanto.

A me e a Liliana, detta familiarmente Lili, era toccato l’unico maschio diplomato maestro di cui ci fosse memoria nella storia del paese. Uomo solitario e di poche parole, sembrava più ansioso di noi di lasciare l’aula, con grave scandalo delle colleghe. Le più irritate nei suoi confronti erano le sorelle Esperia e Rosa Spaggini, due insegnanti super. Rosa era mia madre, Esperia la madre di Liliana, ovvero mia zia. Essendo le più brave in assoluto concedevano un intervallo brevissimo. Durante le nostre uscite restavano in aula con la porta spalancata per vederci rientrare uno alla volta e avere la conferma che io e Lili non ci eravamo sfracellate sulla strada sottostante mentre quel lavativo del collega arava il cortile, mani in tasca e sguardo assente.

Le amiche ci consideravano fortunate ad avere la mamma maestra ma era Lili che invidiavano, non certo me. Rosa Spaggini si permetteva di richiamare i bambini delle altre classi anche in presenza dell’insegnante legittimo e dava lezioni di disciplina a tutti quelli che incrociava sul suo cammino. Dire che incuteva più soggezione dell’ispettore, quell’ometto laureato in pedagogia che compariva quando meno te l’aspettavi e solo per creare grane agli insegnanti, non è la solita esagerazione di Eugenia.

Se avesse avuto la bocca, la scuola elementare di Collina ne avrebbe raccontate delle belle. Luogo di culto pagano in tempi remoti, era stata prima rocca fortificata e in seguito base di manovra dei prepotenti che spadroneggiavano in Italia neanche tanto tempo fa. Renato detto il sapientone, figlio del professore, sosteneva che in entrambi i periodi il dirupo intorno al palazzaccio era diventato una tomba. Era lì che venivano gettati i corpi senza vita dei nemici. L’ultima dittatura si era conclusa poco prima della nascita di tutti noi della quinta B, leva del 1947. Delio Ortolani non bocciava, altro grave scandalo per le sorelle Spaggini che per quanto le riguardava, con il registro trovavano il modo di picchiare sodo.

La facciata della scuola era triste e scalcinata quanto l’interno. In basso si apriva un portone a due ante preceduto da uno scalino troppo alto per le nostre gambe, e a metà correva un terrazzino cieco senza che vi si aprisse alcuna porta. Mi chiedevo come facessero ad arrivare fin lassù i fanatici del duce. Si arrampicavano da sotto con la scala o si lasciavano calare dal tetto? Me lo chiedevo abbastanza spesso. La domanda andava posta all’uomo che per ventura ci avrebbe tenuti sotto l’ala per cinque anni. Io volevo che lo facesse Renato, ma il sapiente figlio di professore non la riteneva degna di nota. Per parte mia fin dalla terza elementare avevo giurato di ignorare l’Ortolani maestro. Non era cattivo, stava anche mezz’ora a parlare con la madre di un bambino ammalato e quando ridevi in classe o davi uno spintone non ti faceva assaggiare la bacchetta di legno com’era nei suoi diritti. Il fatto era che non ti ascoltava, aveva sempre in mente qualcos’altro, qualcosa da farti fare. Appena si entrava in aula, anziché rispondere alle osservazioni dei poveracci che erano presi da un dilemma o da un problema urgente, esclamava tutto agitato: “Su, basta sciocchezze, prendete grammatica.”

Noi allora sapevamo che il quaderno andava girato sul rovescio. Dall’altro lato era ospitato l’italiano vero e proprio che procedeva con mutazioni automatiche da una classe alla successiva. Alfabeto in prima, pensierini e dettato in seconda, riassunti e dettato in terza, commenti e dettato in quarta, cronache e temi in quinta, per finire con il tema d’esame.

Ascoltare e stare dentro le righe, solo questo si doveva fare. Due ore passavano così. In caso di errori era permessa la gomma da inchiostro e gli strappi erano tollerati. Ho bucato senza conseguenze anche la storia di San Francesco e il lupo di Gubbio, quando la bestia alla fine
andava in mezzo ai bimbi come un vero agnello
e leccava la gota a questo e a quello.

Davvero un gustoso passatempo sfogliare i quaderni consegnati alla storia per recitare le rime più riuscite. La poesia del santo scorreva come l’olio e favoriva il sonno. Niente a che vedere con Valentino vestito di nuovo, ragazzo dai piedi scalzi come l’uccello venuto dal mare. Cosa diavolo voleva dire? Se lo chiedeva la totalità della classe. La maggioranza di noi aveva alle spalle modeste famiglie di campagna. L’unico a emergere tra i figli dei contadini era Arturo. Sedeva nel banco accanto al mio e non la smetteva di fissarmi, quasi volesse leggere nei miei occhi la conferma delle risposte che si era dato da solo. Voleva imparare tutto, era deciso a farcela a ogni costo.

“Bravo, neppure un errore”, esclamava soddisfatto Ortolani quando gli riconsegnava il quaderno. Pensava che fosse merito suo se l’alunno era così pronto e capace.”

 

Il brano è tratto da: Lidia Maggioli, Maggiorenni del Sessantotto, Aletti editore, Villanova di Guidonia (RM), 2018.

Fresco di stampa, il racconto è la storia di una V classe elementare dei nati nel 1947, che diventeranno,allora, maggiorenni al compimento dei 21 anni, nel mitico ’68. L’ambiente è quello di un piccolo paese dove tutti si conoscono e dove ognuno è identificato per la propria famiglia ed il suo preciso ruolo nella comunità, compresi i bambini in riferimento ai propri genitori ed ai loro risultati scolastici. L’autrice, con quest’opera, pone il fuoco su quell’anno cruciale che segna la fine della scuola primaria, momento in cui ogni bambino e ogni bambina si trova di fronte al suo futuro, non ancora dell’adulto, ma già tratteggiato a segni ben marcati.
Un libro da leggere per la sua piacevolezza ma anche per il suo sguardo storico di uno spaccato della scuola italiana periferica e rurale nei primi anni del dopoguerra.

L’autrice, come si legge in quarta di copertina, “Già insegnante di storia e filosofia e in seguito dirigente scolastico, si dedica alla ricerca storica e alla narrativa. Ha pubblicato racconti e poesie su varie antologie. E’ autrice di numerosi romanzi”.

Come Museo della Scuola ringraziamo Lidia Maggioli per averci fatto conoscere la sua opera e per averla illustrata in copertina con un disegno di Giovanna Ugolini che fa parte delle nostre collezioni. 

UC 

 

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