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Tutta colpa del “metodo globale”

“Insegnavo a leggere e scrivere con il “metodo globale” che si basa sulla presentazione di alcune frasi tratte dall’esperienza dei bambini, attraverso un momento di sincresi, di analisi e di sintesi. Nella visione della frase, facevo manipolare le parole scritte a stampatello su delle strisce che avevo precedentemente preparato a casa. Portavo a scuola un filo per stendere la biancheria, lo fissavo ai due lati dell’aula con le mollette per i panni e facevo muovere le parole ai bambini. A volte, poi, gliele proponevo alla lavagna con tutte le possibili varianti e loro ritagliavano e incollavano sul quaderno ogni nuova composizione e si divertivano tantissimo a giocare con le parole. E intanto si impadronivano della frase e dell’uso dei fonemi.
Per fare tutto questo usavamo la colla e le forbici. E nel momento più importante del lavoro, mentre ero impegnata a seguire un alunno della prima classe un po’ vivace, un altro con le forbici si era messo a tagliare I capelli dei compagni seduti davanti a lui che, senza accorgersi di nulla, continuavano tranquillamente a svolgere il compito loro assegnato. Colta alla sprovvista, urlai per frenare il “barbiere” improvvisato, che stava dimezzando le chiome dei suoi compagni.
Ci volle un po’ di tempo per riportare la normalità in classe. L’autore del misfatto venne rimproverato anche dalle altre insegnanti del team, che fecero uno sforzo non indifferente per mantenersi serie, trattenendosi dal ridere. All’uscita da scuola I bambini raccontarono ai genitori il fatto e loro mi si avvicinarono chiedendo spiegazioni sull’accaduto e lamentandosi anche del comportamento del bambino, che più di una volta in classe si era reso protagonista di intemperanze.
Il padre del piccolo “barbiere”, chiamato in causa, non sollecitò alcun chiarimento e nell’assemblea di classe si presentò a scuola tutto compito e con aria soddisfatta. Quando arrivò il suo turno per conferire con le insegnanti, si avvicinò con un taccuino sul quale c’erano scritti I nomi delle maestre e vicino a ognuna era riportata un’annotazione.
Così cominciò la conversazione, che riporto quasi fedelmente per la sua dinamica insolita.
«Lei è la maestra di matematica, la signora … ?».
«Sì» rispondeva la collega di turno.
E lui di rimando. «Lei dice di mio figlio che non comprende bene la matematica. Eh no, cara maestro, mio figlio a casa è bravissimo» E continuava con gli elogi del figlio.
Poi si rivolgeva all’insegnante di storia e geografia dimostrandosi scettico sull’importanza di quelle materie in prima elementare. Per poi aggiungere: «Per fortuna che con Lei cantano anche …».
In ultimo si rivolse a me, apostrofandomi: «Lei, signora, è la maestra di italiano? E pensare che mi avevano detto che era una brava maestra. Ma con questo metodo di lettura e scrittura non si capisce proprio niente. Le suggerisco di avere un po’ di pazienza perché sono piccoli, e poi stia sicura che mio figlio imparerà a leggere e a scrivere benissimo».
Così detto salutò e se ne andò. Non solo senza scusarsi con gli insegnanti e con I genitori dei malcapitati bambini ai quali il figlio aveva sforbiciato I capelli, ma addirittura giustificando la sua bravata: era tutta colpa del nuovo metodo di italiano, che lo aveva portato a usare le forbici in classe invece di impegnarsi in esercitazioni di copiatura.Non si era mai visto, diceva, che a bambini così piccoli si proponessero delle frasi intere per imparare a leggere e a scrivere. Si ricordava bene, lui, della sua insegnante di italiano che gli aveva fatto riempire tante pagine di tondini, di A, E, O, grazie alle quali aveva appreso benissimo a leggere e a scrivere”.

Da: Gisella Donati, La scuola è bella, Milano, Rizzoli Editore, 2012 p.97-100

È il 2008. Gli alunni di una quarta elementare romana scrivono al Ministro della Pubblica Istruzione una lettera con una richiesta particolare: non vogliono che la loro maestra vada in pensione perché, “anche se ha quasi settant’anni, quando insegna non è vecchia”.
La maestra in questione, all’epoca la più anziana d’Italia, si chiama Gisella Donati e in questo libro ci racconta, in una sorta di fedelissimo diario di viaggio, la sua lunga carriera tra i banchi: tutto inizia sui monti della Sardegna, all’inizio degli anni Sessanta, quando poteva capitare di raggiungere una scuola a dorso d’asino e gli insegnanti erano ancora, insieme al medico condotto e al maresciallo dei carabinieri, le personalità del paese, a cui regalare le parti più pregiate del maiale. Dalla Sardegna, poi, Gisella si sposta a Roma, dove si confronta con la realtà problematica delle periferie e sperimenta con i suoi bambini metodi di insegnamento sempre innovativi e pionieristici, spaziando dal teatro al linguaggio dei media. E così, tra piccoli barbieri improvvisati che tagliano di nascosto i capelli ai compagni durante le lezioni e alunni a cui si trova involontariamente a fare da mamma, la maestra Gisella affronta per quasi mezzo secolo, con grinta inesauribile, le sfide che la scuola continua a porle. Ripercorrendo in questo libro ironico e commovente la storia di una vita e, insieme, quella di una delle istituzioni fondanti dell’identità italiana. Per ricordarci che, nonostante tutto, la scuola è bella.
(dalla sinossi in sovraccoperta)

Delle molte suggestioni della narrazione di Gisella Donati abbiamo scelto il passo forse più attuale dei problemi che la scuola di questi ultimi decenni si è trovata ad affrontare: quello del rapporto tra insegnanti e genitori, che un tempo si risolveva in una riconosciuta autorità del docente da parte delle famiglie e che oggi si traduce troppo spesso nell’aggressione dei genitori contro gli insegnanti in difesa dei propri figli, indipendentemente dalle cause o dalle ragioni per le quali un bambino sia stato rimproverato a scuola. Purtroppo questo è il risultato di un divario tra la scuola e la società che nel tempo si è sempre più accentuato e che le riforme proposte non hanno saputo sanare. In particolare è diventato falso quel contratto implicito sul ruolo della scuola nella società, in base al quale studiare era un’opportunità per il lavoro e la strada più sicura per affermarsi nella vita: – Più studi, più avrai soddisfazioni personali, prestigio sociale e soldi, diceva la formula del contratto non scritto, cosa che effettivamente avveniva. Caduta questa sicurezza, le famiglie hanno preso a sostituire un proprio progetto a quello della scuola (danza, musica, sport agonistico, … e chi più ne ha, più ne metta) in difesa dei figli facendo degli insegnanti, nella maggioranza dei casi, i capri espiatori delle proprie incertezze.
Quanto al metodo globale c’è da rilevare che imparare a scrivere e a leggere partendo da una frase e non da un segno minimale dello scrivere (lettera dell’alfabeto, sillaba, parola) era tipico delle scritture prealfabetiche. I Sumeri, ad esempio, nel 2000a.c.imparavano a scrivere copiando una frase scritta dal maestro (dubsar=scrittore di tavolette) su una pallina di argilla schiacciata, inizialmente sulla stessa parte in cui aveva scritto il maestro, poi sul retro e infine a memoria su un’altra tavoletta. Questo metodo venne abbandonato proprio a causa dell’entrata in scena degli alfabeti, perché si riteneva fosse più facile imparare prima tutti i segni e poi con questi formare parole e frasi.
La storia della scuola ci insegna che nessun metodo può essere considerato sbagliato o efficace in assoluto: dipende da ogni singolo bambino, dalle sue abitudini mentali, dai suoi ritmi di apprendimento, dalle sue strategie per affrontare nuovi fatti. Sapere quale sia la via migliore da seguire è nelle competenze professionali di un insegnante, assai raramente lo è in quelle di un genitore.
UC

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