Gli iscritti per le conferenze erano circa a mille: cominciarono ad arrivare una domenica, ogni treno ne versava delle cinquantine, l’ultimo della sera ne portò duecento solo da Torino. Siccome, appena arrivati, si mettevano a girare, perve così che nella città si fosse raddoppiata la popolazione in poche ore. Mai non s’era vista una folla così varia e singolare d’aspetto. In mezzo a maestri zerbinotti, si vedevano i maestri rustici, dalle grosse cravatte di lana nera, dai larghi solini di tela dura, rivoltati sulle giacchette alla cacciatora; accanto all’aristocrazia magistrale dei primi istituti femminili di Torino, le contadine dai larghi fianchi e dai rozzi vestiti a quadretti, alle quali non mancava che il paniere delle ova sotto il braccio; e misti a queste e a quelli, preti di tutte le età e di tutte le forme, con tonache di tutte le tinte, dal nero fresco al cavolo verde, con stivaletti di marocchino e scarpacce rotte, con pezzuole bianche profumate e larghi fazzoletti turchini tabaccosi. E nella stessa famiglia cittadina c’era una varietà grande: c’erano le signorine coi guanti fino a gomiti, e con vestiti da cinque soldi al metro; delle maestre messe con lusso vero il cui vestimento rappresentava tre mesi di stipendio, e chi sa che lunga serie di colazioni e di desinari aerei; delle figure d’attrici, d’operaie, di educande, di sartine, di donne emancipate, di vecchie conferenziere, di vedovelle procaci; e tra gli uomini una non meno lunga gradazione di tipi e di valori intellettuali, dal maestro professore e cavaliere, autore di libri premiati e divulgati, al vecchio tirator di carretta che non legge più un libro da vent’anni, e russa a scuola e fa il Marat all’osteria. Tutta la città pareva mutata in una vasta scuola normale in ricreazione. Le strade e i portici erano affollati. Maestri e maestre andavano a gruppi di otto o dodici d’una città o d’un mandamento, a schiere che chiudevano le strade, a piccole processioni in doppia fila, ogni momento rotte e messe in disordine da incontri di amici, da riconoscimenti inaspettati, da formazioni improvvise di crocchi o di affollamenti che intercettavano il passo. E gli abitanti della città pure andavano in volto, maravigliati, dilettati dal rimescolìo di quella moltitudine, che portava per tutto un’ondata di gioventù, di letteratura, di pedagogia, di civetteria, di belle speranze e di vecchie miserie.
(da: Edmondo De Amicis, Il romanzo di un maestro, Milano, F.lli Treves Editori, 1890)
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