Già nel ’92, entrato in contatto col gruppo di artisti locali della saletta Ambra, vi espone nella sua prima mostra personale. Viene notato per la qualità del suo lavoro da Tommaso Giotti, un esperto ed influente curatore d’arte, che crea un tramite col pittore italo-americano Benini. Grazie a queste due amicizie Fabio Inverni ha modo di proporsi a livello internazionale sia negli U.S.A. che in Europa, divenendo un artista affermato e riconosciuto.
Le opere di Inverni, ad olio o a pastelli a cera, su tele di juta invecchiate secondo una sapienza antica, nella prima fase si caratterizzano per la precisione e l’autenticità dell’immagine: in un morbido chiaroscuro creato con luce diafana gli oggetti appaiono illuminati dalla propria stoffa materica, che però si mostra anche restituzione nostalgica del ricordo, mediante la resa di parti evanescenti, linee scontornate e atmosfera indefinita del fondo. La velatura della memoria si auto rappresenta anche mediante patina di polvere che copre in tutto o in parte gli oggetti intenzionati.
Nella consapevolezza del sicuro dominio dell’immagine Inverni si è successivamente orientato verso realizzazioni a carattere iperrealistico non esenti da contaminazioni e soprattutto citazioni. Fabio Inverni riesce a riproporre, in immagine dipinta bidimensionale, effetti sorprendenti tridimensionali che spaziano dallo strappato di Fontana e di Rotella alle textures alla Burri, dall’astrattismo materico al collage alla Jiri Kolar, sempre con una cifra personale riconoscibile, una propria decisa impronta.
Se nelle due opere, Ricordo di scuola e Dopo la scuola, gli oggetti stanno per gli atti, la fredda rappresentazione fotografica, specialmente della seconda opera, degna di un positivismo passato, si riscalda emotivamente all’alito dissolvente dell’atmosfera circostante che come un male del tempo corrode già i margini degli oggetti o li vela qua e là di polvere o di nebbia anticipatrice di oblio. Sono, le cartelle, le custodi più gelose della storia interiore della vita scolastica. Già la loro tenuta era, all’occhio esperto del maestro, indice di ordine, memoria, precisione, spirito cartesiano, valida assistenza e cura familiare, puntualità, tranfert positivo, ma anche, viceversa, di riottosa, eroica resistenza pinocchiesca alla performance scolastica. I discoli disseminavano la cartella di trappole anti scolari: fogli unti, pezzetti di mortadella, molliche onnipervasive, giocattoli, spesso rubacchiati alla Robin Hood ai bravi scolari della classe, quelli vestiti sempre bene, quelli che raccontavano di aver fatto meraviglie nel weekend,di conoscere qua e là, di avere questo e quello, ed era vero. Queste cartelle ribelli si rifiutavano di contenere il libro di lettura il giorno della lettura, ed avevano il quaderno di scienze il giorno in cui serviva quello di storia, con un meraviglioso organizzato contrordine che contribuiva in buona parte al sabotaggio della formazione. Non avevano la biro se c’era da scrivere o i colori se c’era da disegnare, non riportavano mai indietro i lavori da far visionare e firmare a casa. Il diario in particolare fungeva da elemento principe della ribellione, risultando renitente ad avvisi, firme e indicazioni di studio per casa, con enormi lacune nelle parti da scrivere, ma altrove, per contrappasso, appariva pieno di scarabocchi, di sgorbi, macchie, mangiucchiamenti, di parti macerate, copertine pendule, colature, buchi, bruciature, secondo le tecniche artistiche più nichiliste e spericolate dell’avanguardia artistica. Nessuna cartella di un ribaldo corsaro della scuola si rifiutava di avere il suo scompartimento segreto o quantomeno riservato, che custodiva disegnetti osceni o bigliettini sgrammaticati di disarmante banalità ma di enorme valore ermeneutico agli occhi del discolo: metti una croce se sei mio amico/Sara è fidanzata di Lorenzo, con disegnino geroglifico della coppia/ il maestro sgrida Alberto, disegno di maestro abbaiante ed idrofobo/ evviva le vacanze ecc, oltre a cimeli di guerra:il pennarello verde di quello che sta antipatico, il righello della bella della classe che non lo degna mai, le gomme mietute a destra e a manca, per un inconscio lavoro di cancellatura e rimozione della vita scolastica stessa. La cartella diviene pietra di inciampo per chi percorre i corridoi tra i banchi, è scudo od oggetto contundente nelle zuffe tra compagni, fa da palo della porta nella partitella durante l’intervallo in cortile, è ingenuo riparo per le intese di copiatura, viene dimenticata in autobus o a scuola, viene gettata in un angolo appena giunti a casa.
Le cartelle di Inverni sono legate ad altri cicli di formazione scolare, forse ancora scuole medie o già superiori. La cartella a più scatti dà saggio della sua bella linea e della qualità dei suoi cuoi, forse è cartella ereditata da precedenti carriere scolastiche, tale è la sua sicura solidità funzionale. Potrebbe non sfigurare come cartella da docente, come effettivamente era Francesco Inverni, padre del pittore. I segni del tempo, l’usura, le consunzioni nulla tolgono alla nobiltà funzionale dei bei manufatti. Spettacolare per forza evocativa è anche il pallone della seconda immagine, quello a camera d’aria interna, tassellatura trapezoidale marrone, cucito a mano e con budellino per la gonfiatura ripiegato sotto la cerniera di filo. Era un pallone che andava adeguatamente unto con la sugna ( grasso di maiale) per offrire le migliori prestazioni, un oggetto sportivo aggregante, in grado di coinvolgere pattuglioni di giocatori, nei giardinetti, nei campi improvvisati, nelle persistenti periferie di città. Chi possedeva il pallone aveva forza contrattuale nella formazione delle squadre, nelle decisioni arbitrali spinose, nella durata del gioco. Il pallone conferiva carisma e prestigio. Quando un ragazzo senza pallone incontrava il ragazzo col pallone di cuoio il ragazzo senza pallone cadeva in vassallaggio di quello munito. Il pallone come la cartella, era stato protagonista di episodi, memorabilia, epopee, infinite storie che il proprietario, solo accarezzando l’oggetto con lo sguardo, avrebbe saputo evocare una per una. Anche la cartella grande, adatta a portare vocabolari o materiali tecnici, grazie alla sua enorme capacità, mostra ancora la sua funzione specializzata.
Con estrema perizia tipica dell’iperrealismo Inverni costruisce questa piccola bacheca con disegni infantili firmati Fabio, sovrapponendoli, facendo loro orecchie, taglietti periferici,dando angolature sghembe e alternando carta da pacchi a fogli modulari per stampanti o più appropriati fogli di album. Si compiace, il pittore, nella resa trompe l’oeil dei pezzetti di scotch, delle ombre dei fogli sul piano d’appoggio. Anche i disegni infantili non sono banali e sarebbero suscettibili a loro volta di analisi dettagliate dei contenuti. Ipotizzo che il pittore abbia usato probabilmente vecchi cimeli della propria infanzia da copiare, perché riterrei prodigioso che una mente ed una mano pittorica esperta riescano a regredire intenzionalmente ad una tale verosimiglianza espressiva. Le avanguardistiche stridenze di rossi e blu nulla tolgono al clima sereno e ordinato delle scene, dove il sole splende, i fiori sono rigogliosi tanto quanto i bambini, le gare in bicicletta vedono un ordine stretto, la supremazia della testa è evidente nello schema corporeo, la zucca spande il suo benefico arancione pallido spaghettato.
Il piccolo Fabio ha già in essere la possibilità del maestro di pittura che, divenuto tale, si citerà in un atto di amore, rispetto e nostalgia per la propria infanzia, della quale mantiene vivo un ricordo ricco e nitido. Il lavoro di Inverni ha la nobiltà antica del lavoro di Caroto, evoca gli affetti tra nonni e nipoti di Mantegna, risveglia i buoni sentimenti dei padri pittori che dipingono figli che studiano, come hanno fatto Gauguin, Renoir, Picasso, rimanda all’osservazione roussoiana attenta e rispettosa di Anker o di Longoni per l’infanzia.
Per approfondimento del maestro Inverni si veda:
www.fabioinverni.it
