Come divenni maestra elementare

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Le mie condizioni finanziarie e l’avvenuta separazione da mio marito, mi obbligarono a ventun anni a trar profitto dalle mie svariate attitudini per provvedere al mio sostentamento. Il babbo che ritraeva appena cento lire al mese dal suo impiego al Comune, faceva già molto tenendomi in casa: né io, d’altra parte, avrei permesso ulteriori sacrifici.

Eppoi, come ho detto più volte, mi pareva strano, quasi indecoroso che le donne dovessero vivere a totale carico dell’uomo sotto lo specioso pretesto di cuocergli il desinare e di rammendargli la biancheria. Come se tutta la giornata potesse venire assorbita da sì importanti occupazioni !
L’esempio della Stella Pacetti mi stimolò a tentare gli studi occorrenti al conseguimento del diploma elementare e fui tutta felice e sorpresa quando acquistai i libri necessari, mi accorsi di saperne più lunga di quanto prescrivevano i programmi.
Non solo mi erano famigliari le sacre scritture (allora era obbligatorio lo studio della Storia Sacra), l’Imitazione di Cristo, le Confessioni di Sant’Agostino, il Segneri e qualche Padre della Chiesa; ma conoscevo bene la storia patria, la geografia, la nomenclatura elementare delle scienze naturali; sapevo a memoria i canti più belli della Divina Commedia e avevo un’infarinatura di tutte le letterature straniere moderne; Victor Hugo, la Sand, il De Musset, Saint-Beuve, Goethe, Walter Scott, Lord Byron mi avevano insanabilmente ammalata.
– L’osso duro lo troverai nella Pedagogia – mi disse la Stella con malizia.
Ebbene, no, non lo trovai: I volumi di pedagogia che mi vennero fra le mani, oltre all’essermi cagione d’infinito diletto, furono per me una rivelazione. Mi parve che una persona molto dotta e molto sensata mi traducesse in belle parole evidenti ciò che da tanto tempo turbinava confusamente nell’animo mio: e quei volumi (mi pare che fossero del Vecchia e del Rayneri) mi furono facile gradino a letture filosofiche più severe nelle quali trovai un vero compiacimento.
L’aritmetica sì, e le arditezze grammaticali mi seccarono un po’ sul principio. Ma, consigliata e aiutata dal Comm. Gustavo Pucci, direttore del nostro Ospedale degli Innocenti e allora insegnante elementare nelle scuole del Comune, finii con l’innamorarmi anche dei numeri e durai qualche settimana a comporre e sciogliere quesiti, anche complicatucci, così come oggi mi diletto a indovinare sciarade e rebus. La sola analisi logica (non la vera che è fonte di meraviglioso diletto) come si intende nella scuola elementare, m’indignava con quelle sue sciocche divisioni e suddivisioni di proposizioni! Ma ne studiai solo quel tanto che poteva occorrermi e non volli saper di più.
A farla breve, in tre mesi mi preparai all’esame che fece di me una delle tante maestrucce del bello italo regno.
Fu in quell’occasione che conobbi Pietro Dazzi, esaminatore d’italiano. Il mio componimento (Il dolore educatore) lo colpì non tanto per una certa eleganza di forma quanto per le originalità delle idee e degli apprezzamenti.
Mi chiese degli schiarimenti sui miei studii, sulle letture fatte fino allora e mi consigliò a dar loro un ordine un indirizzo determinato sotto la guida d’un buono e colto insegnante.
–       Ma un insegnante quale mi consiglia lei e quale lo vorrei io, non si trova così facilmente – osservai sorridendo con malinconia – e ammesso che lo trovi, è una merce troppo cara per le mie condizioni economiche. Ella capirà che non ho preso il diploma per far del dilettantismo pedagogico …
–       Intendo, intendo – rispose l’egregio uomo diventando rosso come una ragazzina, già dolente di aver provocato quella mia dolorosa risposta. Ma – aggiunse imbarazzatissimo – se ella, pel momento, fosse contenta di un pedante che l’aiutasse a ordinare le sue idee … a stabilire un metodo di studi ben fatti …
–       Ebbene? – domandai commossa.
–       Ebbene, quel pedante potrei, se crede, esser io. Studieremo insieme – aggiunse con squisita delicatezza.

* * *

Ed ora due parole sui sistemi pedagogici di quel tempo (1871-78) applicati nelle scuole elementari del Comune di Firenze. Non desiderando che questi miei appunti biografici dieno argomento a pettegolezzi e, peggio ancora, a malignità, tacerò il nome della scuola e degl’insegnanti alla cui ombra feci il mio tirocinio di maestra.
Si era al tempo del Sindaco Peruzzi e le classi venivano divise in: Preparatoria, dove si accoglievano indistintamente tutti i bambini dai quattr’anni in su (gli iscritti qualche volta superavano perfino gli ottanta !); la Prima Inferiore, la Prima Superiore, la Seconda, la Terza e la Quarta.
Naturalmente fui ammessa in Preparatoria
Alla vista di quelle creaturine pigiate nei banchi, obbligate ad una data posizione delle braccia (in seconda) mi sentii assalire da una calda onda di pietà e per quei mirabili istinti materni che sono in tutte le donne, avrei voluto attirarli tutti vicino a me, abbracciarli, baciarli, rivolger loro mille domande, divertirli con delle belle novelle, fare un po’ di chiasso con loro, ecc.
Ma la maestra della classe dopo avermi salutata con una certa solennità, mi rivolse queste testuali parole:
– È la prima volta che entra in una classe?
– Sì signora.
– Ella non saprà quindi tener la disciplina
Pensai subito al Rayneri, alle mie letture di psicologia infantile e fui sul punto di rispondere, quando la signora X mi pose in mano una lunga bacchetta dicendomi.
– Questa le gioverà.
–  Sarebbe a dire?
E guardai la bacchetta con una espressione di stupore così comico che la signora X proruppe trionfante:
–  Eh, loro signorine, fresche di studii, non hanno alcuna idea della pratica della scuola … Ecco che cosa farà della bacchetta: quando si accorgerà che qualche alunno o più alunni non presteranno attenzione alle mie spiegazioni, batterà forte sui banchi in modo da riscuoterli …
–  E ciò non la disturberà, signora? – domandai sorpresa.
–  Niente affatto. Circoli tra le file e batta pure con quanta forza ha. Ella non riuscirà a dominar la mia voce.
–  Curiosa – mi arrischiai a dire – avevo letto che bisogna parlare piano per richiamare più facilmente l’attenzione del fanciullo.
La signora X diede in una gran risata.
–  Non dia retta ai libri – mi consigliò – ma ai miei suggerimenti. Sono una vecchia maestra e del metodo me ne intendo.
–  Non ne dubito …
–  Del resto – aggiunse – la bacchetta serve anche per l’insegnamento della lettura simultanea.
–  Ah!
–  Vede? Ogni bambino ha il suo libro davanti. Ella siede in faccia a loro, dà il segnale della lettura e segna ogni pausa con una gran legnata sul banco. Ciò serve a mantener l’ordine necessario e a educare anche l’orecchio dei lettori.
Ero a dirittura annichilita. Ma tutto questo era ben poca cosa confrontato al rimanente
Subito dopo tornati di ricreazione, la signora X mi consegnò un quaderno sudicetto anzi che no, pieno di una scrittura fittissima.
–   In quest’ora – mi disse – non c’è da seccare gli alunni con delle lezioni serie. Hanno ancora il chiasso per la testa e mi confonderebbero una F con una frusta. Faccia far loro degli esercizi d’intelligenza
E siccome la guardai con un paio di occhi inebetiti, ella aggiunse con tono di leggera impazienza:
–  Ma dunque ella non conosce bene i programmi scolastici ! Guardi: si tratta di domande e risposte su cose molto comuni. Ella faccia la domanda: i ragazzi le daranno in coro la risposta. E se ha dubbi, gl’interroghi pure separatamente. Sono due mesi che ripetono le stesse cose e dovrebbero saperle benone. Dia il segnale d’incominciamento della lezione.
E giù la solita legnata sul banco con ordine imperioso:
–  In seconda
Aprii il quadernino e ciascuono immagini la mia meraviglia e la mia indignazione nel dare uno sguardo alle seguenti domande:

  1. Chi è Dio?
    Dio è un purissimo spirito, ecc.
  2. Di quali facoltà intellettuali ha dotato l’uomo?
    Di memoria, volontà, immaginazione
  3. Che cos’è la volontà?

E i poveri martiri rispondevano, oh come rispondevano! In modo così preciso da strappare il cuore!
L’aritmetica (consisteva nel contare e sottrarre sul pallottoliere dall’uno al cento e viceversa) veniva insegnata per mezzo di una cantilena monotona, interrotta, ad ogni diecina, dalla solita bacchettata. E così si istruivano e si conducevano fino all’esame finale centinaia e centinaia di poveri bambini innocenti! Il professor Dazzi a cui raccontai tutto mi disse
–  Ella ha ragione, ma pel momento faccia e non si metta in urto con nessuno. Se riuscirà, come non ne dubito, a guadagnarsi il cuore della signora X, che , in fondo è una buona donna e agisce in perfetta buona fede, non Le sarà difficile persuaderla a mutar sistema …
–  Ma i direttori, le direttrici locali …
–  Non ne parliamo. Ma non creda – aggiunse – che tutte le maestre elementari di Firenze sieno come la signora X … Ve ne sono delle valenti, delle brave. Cercherò piuttosto di farle mutar scuola al nuovo anno …
Seguii il consiglio dell’amico e non me ne trovai male. In capo a due o tre mesi ci davamo del tu con la signora X, ed ella mi lasciò fare in classe quanto mi pareva e piaceva.
Mutai altre scuole, ma i sistemi erano, erano su per giù quelli: le classi, un accasermamento di poveri ragazzi pigiati sui banchi come sardine in una botte; gli insegnanti tanto poveri pastori scontenti, armati di un bastone per tener nelle file il gregge. Da questi mi piace però eccettuare la signora Vittoria Sorelli-Gerbi, una piccola signora tutta vivacità e buon senso, un bravissimo giovane, certo Carlo Gallo, che finì miseramente i suoi giorni nei gelidi gorghi dell’Arno, Gustavo Pucci, elegante parlatore e insegnante pieno di fascini, Corilla Signorini, un angelo di ragazza troppo presto rapita alla scuola e alla famiglia, la signora Adelaide Bartolucci, una cara donna a cui la popolare istruzione deve non poco; le sorelle Marini, le sorelle Scartabelli, Guido Ruffino anch’esso mancato alcuni anni sono per la mala riuscita di un’operazione chirurgica e la brava Elisa Cappelli che oggi gode una meritata fama di scrittrice elegante e garbata.

(da: Ida Baccini, La mia vita. Ricordi autobiografici, Roma, Soc. Ed. Dante Alighieri, 1904)

Ida Baccini (1850-1911), maestra, giornalista, scrittrice, nasce e vive a Firenze. Figlia di un direttore di tipografia, riceve un’istruzione scolastica tradizionale e una formazione culturale molto ricca per l’epoca, che accresce con letture personali vaste quanto disordinate, che influenzeranno notevolmente la sua attività. Nel 1871 consegue, per necessità economiche, lapatente di maestra, ma il suo impegno didattico effettivo si svolge lungo un arco di pochi anni, 1871/1875. Entra in contatto con Pietro Dazzi, accademico della Crusca, educatore e fondatore nel 1867 delle scuole professionali. Questi la introduce nell’ambiente editoriale fiorentino della seconda metà dell’Ottocento, di cui facevano parte, a vario titolo, figure come Pietro Thouar, Angelo De Gubernatis, Ferdinando Martini, Collodi e molti altri. Nel 1875 pubblica il suo libro primo libro, Le memorie di un pulcino che ottiene da subito un inaspettato, ma rilevante, consenso. Negli stessi anni inizia un’intensa attività giornalistica, collaborando a La Nazione e alla Gazzetta d’Italia. Il successo editoriale della Memorie la indirizza decisamente verso un’intensa produzione letteraria fatta di racconti, romanzi, traduzioni. Altrettanto di rilievo è il suo impegno culturale ed editoriale nei periodici per l’infanzia, in quegli anni in piena ascesa. E’ direttrice di Cordelia, rivista per giovinette, grazie alla quale quali riceve il consenso e la fiducia delle lettrici, da lei diretta per ben ventisette anni fino alla sua morte, il 1911 e, parallelamente, anche direttrice del Giornale dei bambini (1895-1906). E’ proprio in questa specifica produzione per l’infanzia e per le giovinette che la Baccini costruisce quasi per intero la sua fama di scrittrice. Una rilettura dell’opera di Ida Baccini è potenzialmente feconda perché consente di sviluppare tanto problematiche legate all’evoluzione della scrittura delle donne e alla loro emancipazione nell’Italia postunitaria. Scrittrice del cuore, parla con sentimento e al sentimento dei suoi lettori senza rinunciare al suo moderato femminismo, finemente in equilibrio tra l’innovazione e la tradizione.

di Teresa Cini