L’esame di V

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Oggi è il 4 giugno 2014, esattamente sessant’anni fa cominciavo gli esami di compimento delle elementari. Un appuntamento atteso perché ci faceva sentire “grandi” e per questo anche temuto per l’esito che tutti si aspettavano da me. Allora gli esami si facevano alla fine della terza e della quinta classe. Lo dico così, anche se nel regolamento del 1928, ancora vigente venticinque anni dopo, la formula di legge diceva che: Alle classi seconda, terza e quinta gli alunni sono promossi mediante scrutinio; sono invece promossi alla classe quarta e prosciolti dall’obbligo scolastico mediante esami che hanno luogo nelle forme ed alle condizioni fissate dal regolamento. Chi non era promosso per scrutinio o per esame, ma era stato insufficiente in non più di due materie era ammesso agli esami di riparazione di settembre.

Non erano più i tempi della legge Casati che di esami un alunno doveva farne due ogni anno, e se il passaggio alla classe superiore era pur sempre un momento importante tanto per gli alunni quanto per le famiglie, l’esame di quinta segnava la fine dell’obbligo scolastico ed era il tempo in cui il futuro di un bambino o una bambina si definiva in uno dei tre possibili percorsi: continuare a studiare a patto di superare – a pochi giorni da quello di quinta classe – un altro esame per l’ammissione alla scuola media; continuare a studiare nel corso di avviamento al lavoro a cui si poteva accedere senza prove di ammissione; oppure smettere di studiare e imparare un lavoro nell’antico modo dell’apprendistato.

[dropcap]O[/dropcap]ggi gli esami nella scuola primaria non ci sono più da ormai dieci anni. Una fine che così raccontava Federica Cavadini sul Corriere della Sera del 6 giugno 2004:
«Quello che può dà, quello che non può non dà». Così l’ indimenticabile maestro Manzi, che scolarizzò l’ Italia del dopoguerra dalla cattedra virtuale del piccolo schermo di Raiuno, si pronunciava sui suoi allievi alla fine dell’ anno scolastico. Anzi, non si pronunciava nemmeno: aveva fatto fare un timbro e stampava quel suo slogan su ogni libretto. A ricordarcelo oggi è un altro maestro storico, Mario Lodi, («lontano dalla scuola da vent’ anni», dice lui, «insostituibile guida», dicono di lui), che l’ esame di quinta elementare l’ avrebbe abolito da un pezzo, «perché è inutile: la scuola deve solo promuovere, le capacità di tutti». Da domani quindi ultima replica: ultimo tema, ultimo compito di matematica, ultimo colloquio con i maestri. Il suono della campanella, il silenzio che interrompe il chiasso dei corridoi, gli occhi negli occhi dei maestri e poi fissi sul foglio bianco, la penna nelle mani sudate. L’ emozione c’ è, sì, la paura no. Non è l’ esame del terrore, quello di quinta elementare, almeno non oggi. Ma sulla sua utilità il verdetto è stato unanime: bocciato. E questo è l’ ultimo. PRIMO ESAME A 13 ANNI – I bambini dell’ era Moratti, dall’ anno scolastico 2004-2005, non saranno esaminati fino al terzo anno della scuola secondaria di primo grado, cioè la ex terza media (ma potranno essere bocciati già in seconda). Quindi davanti a una commissione d’ esame si siederanno per la prima volta da adolescenti e non da bambini, di fronte a loro avranno «i prof» e non «la maestra», daranno loro del lei e non del tu e non ci sarà un colloquio generale ma un’ interrogazione su diverse materie. Soprattutto, l’ esame avrà la caratteristica fondamentale di un esame, dovrà essere superato per proseguire: ammesso o non ammesso, promosso o bocciato. Oggi all’ esame delle elementari questa incognita di fatto non c’ è, i bambini vengono valutati dai maestri che li hanno seguiti per cinque anni, più un commissario della stessa scuola e l’ esito della prova finale non cambia il destino dei giovani candidati, anche se per l’ emozione dovessero fare scena muta o consegnare il foglio in bianco. «Allora era un esame inutile, quello», dice il maestro di Piadena, Mario Lodi: «Invece un esame, continuo, servirebbe, ma agli insegnanti. Alla fine dell’ anno dovrebbero misurare i progressi e i regressi degli alunni in rapporto alla loro didattica ed eventualmente cambiare metodo, perché è compito del maestro mettere il bambino nelle condizioni di sviluppare le sue capacità». E, a proposito, promuove il «portfolio» della riforma Moratti, Mario Lodi, «che poi sarebbe quello che noi maestri chiamavamo “piano di lavoro”: osservazione continua e in positivo dei progressi del bambino». «La scuola è un percorso, senza interruzioni o sbarramenti», dice ancora il maestro di Piadena. E su questo, almeno, oggi sono tutti d’ accordo, anche i nemici della riforma. Infatti nessuno si è battuto per salvare gli esami di quinta. Qualcosa da salvare però ci sarebbe, secondo molti educatori e psicologi. RICONOSCIMENTO – Il rito che si ripete da domani, per l’ ultima volta, in oltre diciottomila scuole italiane, serviva anche a crescere. Superare una prova significa andare avanti, diventare grandi. «L’ esame non come selezione ma come riconoscimento ha senso eccome – spiega Fulvio Scaparro – E’ una società debole quella in cui non ci sono rituali di riconoscimento dei passaggi. Ai bambini le cerimonie piacciono e servono, quando superano una tappa avere un riconoscimento pubblico li aiuta a diventare grandi». Prende ad esempio il modello «scout», Scaparro, riconosciuto da educatori e psicologi di diverse generazioni: «Il passaggio da lupetto a scout non ha mai traumatizzato nessuno. Né le promozioni e i passaggi nelle scuole di calcio o di ballo. Credo che in questo caso sia la parola “esame” a spaventare e a dividere». Se il passaggio dalla primaria alla secondaria non deve avvenire in sordina e l’ esame ormai è stato cancellato dalla riforma Moratti approvata quest’ anno che cosa accadrà nel giugno del 2005 ai bambini di quinta? Nella scuola ideale del maestro di Piadena la fine dell’ anno scolastico si celebra con una festa, niente prove, niente classifiche, niente competizioni, niente promossi e bocciati. Al limite, si potrebbe chiudere con un timbro, quello del maestro Manzi.

Ma mezzo secolo prima l’esame c’era ed era una dura prova da superare. Tra scritti ed orali che riguardavano tutte le materie studiate.

Quanto agli scritti ecco quelli che feci, come risulta dal verbale redatto sul registro dal mio maestro Ferruccio Zumin:
TemaAnche fra gli animali ci sono i ricchi e i poveri; i fortunati e gli sfortunati.
Dettato: Nei paesi dei ghiacci. Ecco un’altra solitudine immensa; non sabbia gialla infocata ma ghiaccio candido e azzurrognolo, ora opaco come il marmo, ora scintillante e trasparente come il cristallo ai pallidi raggi del sole; il cielo è quasi sempre velato; non terra, non fiori, non messi; dappertutto gelo e silenzio.
Un carro passa rapidamente; è una slitta, tirata da leggiadri animali, le renne.La slitta corre veloce attraverso la solitudine gelata, fendendo l’aria tranquilla e pura; ma talvolta infuriano terribili bufere di neve che tutto travolgono; guai a chi allora si trova per via.
Computisteria: Il signor Dante Dini ha ricevuto da suo inquilino di via Verdi 18 – Sig. Silvio Magi la somma di £ 11.750 per affitto anticipato del terzo trimestre (1 luglio – 30 settembre 1952) e stende regolare ricevuta.
Disegno geometrico a ornato: (a piacere)
Problema:
(numeri pari) Un merciaio ha venduto 24 cravatte da £ 575 l’una e dei fazzoletti da £ 95 ciascuno (ricavando £ 95 ciascuno) ricavando in tutto £ 14.650 Quanti erano i fazzoletti ? Se fra cravatte e fazzoletti ha guadagnato £ 2190 e se il costo di un fazzoletto è stato di £ 77, quanto ha guadagnato per ogni cravatta ?
(numeri dispari) Un droghiere vendette 57 barattoli di marmellata a £ 255 il barattolo e un certo numero di scatole di biscotti a £ 550 la scatola. Egli ricavò complessivamente £ 46.995. Quante scatole vendette ?
Sappiamo che il guadagno totale fatto dal droghiere fu di £ 3.885 e che ogni barattolo gli era costato £ 214 Quanto guadagnò su ogni scatola ?
(non ricordando se risolsi il problema della fila pari o di quella dispari, li riporto entrambi)
UC