Maestro Domenico era una buona pasta di campagnuolo senza grilli, né frasche; con poche idee ma precise: buon cristiano e galantuomo di stampa antica. Sapeva a mente la Gerusalemme Liberata del Tasso con le aggiunte del signor Camillo Camilli; narrava con garbo le Novelle Morali del padre Francesco Soave, e non avrebbe mai immaginato che fra i perditempo di questo mondo ci fosse quello della politica. Da giovane imparò un mestiere, e, quel che più conta, lo imparò bene: e quando si accorse che lo sapeva a dovere, ne studiò altri due; cosicché da uom fatto si trovava alle mani nullameno che tre mestieri, dai quali cavava dei belli e buoni francesconi che metteva in serbo per la vecchiaia.
Il suo mestiere principale era quello del falegname; non che lavorasse di fine come i legnaiuoli della città: ma fabbricava botti, madie, casse da corredo e grandi armadi da contadini; roba grossa massiccia e pagata a pronti contanti. Anco sapeva squadrare le invetriate, gli usci con lo scannello e le bussole con varia ragione di frastagli e scorniciature; ma di queste ne faceva di rado, perché nel villaggio la roba di lusso non incontrava. Aveva imparato a leggere, scrivere e far di conto; nel catechismo poi giurava di esser alla pari del signor Curato, e lì su due piedi si sarebbe sfidato volentieri con un canonico.
A que’ tempi la scuola comunale non c’era: e Mastro Domenico pensò di mettersi ad insegnare quel poco che sapeva. Nella bottega aveva collocato vicin del suo banco di falegname una lunga tavola, ai lati della quale sedevano in fila i ragazzi; ed era cosa assai singolare vedere il buon Maestro Domenico menar l’ascia e trattar la ialle compitando insieme co’ suoi scolari, sbirciandoli ad ora ad ora al di sotto degli occhiali; e mescolando insieme trucioli e parole, numeri e schiappe, chiamandoli con voce tuonante asinacci, buone voglie e somari. Qualche volta l’asinità e l’indisciplina dello scolare facevano uscir da’ gangheri il coscienzioso precettore; ed allora un urlo prolungato ed un colpo di riga s’interponevano inaspettati alle difficoltà dell’abbecedario, con gran terrore di tutta la ragazzaglia che usava alla scuola.
Nelle lunghe serate d’inverno insegnava agli adulti. Questo era come chi dicesse l’alto insegnamento, e Maestro Domenico lo faceva in cucina dopo una cena frugale, mentre fumava la pipetta con la compostezza di un pascià. Gli onorari del maestro era questi. Per un bimbo che compitasse o rilevasse in italiano, Maestro Domenico faceva pagare un paolo per ciascun mese. I ragazzi che rilevavano l’italiano e il latino ed imparavano a far di conto, dovevan pagare una lira. Gli adulti poi eran tassati a due paoli; perché (osservava Maestro Domenico) ci era la spesa dell’olio [per l’illuminazione] e l’olio non si trovava nei pozzi.
La scuola di Maestro Domenico fioriva, come scuola di villaggio mai non fiorì. I libri di lettura erano il Fior di virtù, la Dottrina cristiana per i fanciulli della diocesi, la Storia di Gisafat e Barlaam, il Leggendario delle Vergini, ed il Testamento Vecchio e Nuovo stampato a Colle dal Pacini e di bellissime figure adorno. Di libri latini si leggevano l’Uffizio della Madonna, quello dei Morti, quello del Natale, e pochi privilegiati erano ammessi anco a leggere il libro della Settimana santa.
A Maestro Domenico la scuola rendeva benino; perché fra grandi e piccini gli scolari avanzavano di quaranta: ed oltre la mesata ci erano nel corso dell’anno i regali fissi, e gli incerti per sovrappiù. A Ceppo ogni scolare si faceva un dovere di portare al maestro un paio di capponi. Per la ricordanza della Pasqua ci era il regaletto dell’uova: e poi a’ suoi tempi il panierino delle pesche, dei fichi, delle mele e dell’uva; e con l’aiuto di Dio tutto fa, diceva Maestro Domenico, stropicciandosi con compiacenza le mani. Bisogna die , per amore di verità, che molto più del guadagno lo allettava l’onore di far degli allievi.
Ad ogni nuovo scolare che gli era presentato in modis et formis dai genitori in piena scuola ( e questa presentazione era di stretto rito) Maestro Domenico, posata l’ascia, faceva un solenne predicozzo; nel quale dopo aver magnificati i vantaggi dell’istruzione, enumerava ad uno ad uno gli uomini sommi (diceva) ch’erano usciti dalla sua scuola. Il fattore A, il prete B, il curato C, il cappellano E, il priore, F, il pievano G, ed il molto reverendo padre H si erano assisi da fanciulli su quelle panche; dalle quali si erano levati pieni di sapienza e timor di Dio, per diventare oracoli della santa Chiesa e colonne delle famiglie. Come Napoleone il grande lasciava intravedere a ciascuno dei suoi soldati un bastone da maresciallo, così Maestro Domenico prometteva a’ suoi piccoli alunni un futuro pan bianco, da essere mangiato in pace e tranquillità nella cucina d’una fattoria, o nel salotto d’una canonica.
Da: Narciso Feliciano Pelosini, Mastro Domenico, Pisa, Nistri, 1871; ora Sellerio editore Palermo, nella collana memorie,1982; V. anche: N.F.Pelosini, Maestro Domenico: la fiaba antirisorgimentale di Narciso Feliciano Pelosini / G.P. d’Alfiano; a cura di G.R.Fascetti; con la pref. di M.G.Cantagalli CDL Libri, Pontedera 2009
L’autore (Fornacette 1833 – Pistoia 1896), avvocato, senatore e scrittore per vocazione giovanile, firmava le sue opere letterarie con lo pseudonimo di Giovan Paolo d’Alfiano dall’antico nome del suo paese natale. Amico di Giacomo Puccini, di cui era avvocato e di Giosuè Carducci, è autore di poesie e liriche, e opere legate alle tradizioni della sua terra.
Maestro Domenico racconta, con ironia tutta toscana ed evidente nostalgia il passaggio del Granducato al nuovo Regno d’Italia e le difficoltà che incontra il vecchio Domenico ad integrarsi nella nuova realtà. La descrizione del personaggio va oltre l’invenzione letteraria e Maestro Domenico è sicuramente il ritratto di una figura nota al Pelosini.
Il brano riportato è un’interessante immagine di quello che doveva essere la scuola elementare nelle aree minori del Granducato di Toscana.
UC


