Prima della quiete

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gianinibelotti_bAlla fiera del 1° di maggio a San Baronto, Italia non avrebbe voluto andare, sebbene quella festa paesana l’attirasse come un diversivo alle sue desolate e faticose giornate. Temeva ogni incontro, le parole che sarebbero state pronunciate, e ancora più quelle non dette che le sembrava di leggere sulle labbra altrui. Preferiva starsene sola a badare alle sue cose. Ma Raffello Torrigiani, più iracondo e imperioso che mai, le aveva imposto di salire sulla carrozza già pronta al cancello. S’era dovuta piegare e obbedire, e s’era accomodata accanto a Giulia e Maddalena, che s’era impuntata a venire, nonostante l’ingombro ormai avanzato della persona. Le tre bambine sedevano di fronte, sugli strapuntini. Ora che la scuola volgeva al termine, Italia s’era fatta ancora più attenta a non disgustarlo, per timore che non le rinnovasse l’incarico il prossimo anno. Tremava nell’incertezza della sua sorte, spiava gli altalenanti umori di lui, nel tentativo di indovinarne le intenzioni: umori che passavano in men che non si dica dalla soavità alla collera, dalla galanteria alla scostante freddezza. Il deputato scolastico, tornato un’altra volta in visita, era rimasto soddisfatto della preparazione degli scolari, e l’avrebbe certificata al sindaco nei suoi rapporti finali: ma sapeva che il suo destino dipendeva solo da lui. Alla fiera s’era radunata la gente di Porciano, Lamporecchio, Spicchio, delle più lontane frazioni di Orbignano, Cecina, Castelmartini, e quella salita dalla val di Nievole: una folla chiassosa e variopinta, accalcata tra le bancarelle di zucchero filato, brigidini, berlingozzi, torroni e ciambelle, maialini in porchetta e generoso vino locale; dei fiori secchi, dei panieri, dei merletti, dei cappelli di paglia. La banda strombazzava senza sosta nella piazza della chiesa dei santi Baronto e Desiderio, e spandeva una concitata allegria. Più discoste, le maggiolaie intonavano strambotti, rispetti e stornelli accompagnandosi col cembalo infiorato di margheritine di campo, le chiromanti leggevano la ventura nelle carte o sul palmo della mano, i cantastorie narravano sanguinose vicende di delitti e vendette, i giocolieri, saltimbanchi e pagliacci issati sui trampoli si burlavano l’un l’altro tra lazzi, smorfie e risate. L’arrivo della carrozza del Torrigiani non aveva destato alcuna sensazione: ormai tutti si erano assuefatti a quello spettacolo spudorato e ogni volta rinfocolavano il disprezzo per quelle donne indegne, compresa la moglie gravida, la quale non si vergognava di ostentare in pubblico la sua condizione, né di accompagnarsi alle amanti del marito. Di lui non si sparlava troppo, dopotutto sta all’uomo gettare il laccio, e se la donna ci resta accalappiata, come la maestra, la colpa è sua e tanto peggio per lei. Deprecavano se mai la sorte delle povere bambine innocenti , capitate con quella gentaglia corrotta che si faceva beffe delle leggi di Dio e dello stato. Scesa dal landò, Italia, senza parere, s’era distanziata dal gruppo per schivare coloro che si accalcavano intorno al sindaco a riverirlo e omaggiarlo e con l’ingenua intenzione di dimostrare la propria estraneità a quella famiglia. Ma la folla dilagava ovunque, s’insinuava in ogni spazio e pertugio, invadeva anche gli angoli più riparati dove avrebbe voluto trovar rifugio. Così s’era imbattuta in alcuni dei suoi scolari, lavati, strigliati e parati a festa come i genitori, in mano una girandola, un palloncino, una nuvoletta di zucchero filato. Molti di loro, con il primo taglie del fieno e della biada, a scuola non s’erano più visti. Non c’era da meravigliarsi, le aveva detto il priore, ogni anno succedeva lo stesso. Parecchi, nella stagione di mezzo, in cambio di qualche forma di cacio e di un paio di agnelli, migravano coi padri nella paludosa Maremma a pascolare le greggi d’altri, prima che la mala aria della piena estate coi suoi perniciosi miasmi li ricacciasse in collina. Anche in quel clima festevole che accorciava le distanze e disponeva alla convivialità, le madri le avevano rivolto facce sprangate o alla sua vista s’erano dileguate nella calca. E così pure le arcigne lavandaie che ogni giorno incontrava sul sentiero del mulino di Rimaggio, oggi vestite a nuovo coi fruscianti grembiuli di rasatello. Una di loro, Giuseppa Rossetti, le aveva sbarrato gli occhi in faccia come se avesse visto un topo o un serpente, e le aveva girato le spalle di scatto. Le scolare più grandi, asserragliate in un plotone nemico, le lanciavano occhiate impudenti, parlottavano all’orecchio tra loro, ridevano e si davano di gomito. Fu lei a voltargli la schiena, sdegnata, e fatti pochi passi, una voce femminile aveva gridato un insulto osceno.

Da: Elena Gianini Belotti, Prima della quiete, storia di Italia Donati, Milano, Rizzoli, 2003, pagg 103 – 106

_Italia Donati unico ritratto esistenteQuesto libro racconta come un romanzo, la storia di Italia Donati, una giovane donna che con determinazione era riuscita, negli ultimi anni del secolo XIX a diventare maestra. Italia era una ragazza di umili origine che coltivava in sé lo struggente desiderio di “stare con la testa sopra la folla, pur mantenendo i piedi nel fango e nelle difficoltà della vita” come ella stessa sentì dire da un funzionario scolastico ai tempi della propria formazione e morta suicida il 1 giugno 1886 a soli 23 anni.
L’autrice descrive con precisione fotografica i luoghi in cui si svolge la tragica storia della maestra, presenta le persone coinvolte nei fatti e si immedesima nei pensieri e nella disperazione della giovane donna di fronte alle assurde accuse di cui era bersaglio. Ma offre anche uno sguardo attento a quella che era la vita di un’insegnante di campagna di fine ottocento. Convinta fermamente dell’importanza e del valore dell’istruzione anche per le persone più umili questa Maestra combatte ogni giorno con l’arretratezza della opinione pubblica che ritiene inutile la ginnastica, che richiama i figli a casa nei periodi di semina o di battitura, che crede che una donna giovane, bella alle prese con un uomo arrogante, forte del proprio ruolo di primo cittadino non possa fare altro che accettare di buon grado le turpi attenzioni di quest’ultimo. Questo romanzo contiene tanti spunti per una lettura ad ampio raggio. In esso troviamo attenzione alla vita quotidiana del mondo contadino, alle difficoltà economiche di famiglie semplici che combattono duramente ogni giorno. C’è accesso alla vita dei bambini, dei giovani scolari che allora, come ora, stanno con gli occhi spalancati e la bocca aperta ad ascoltare “il nuovo”, quello che non si sa, che non si conosce ancora. La descrizione della classe vista da Italia richiama a sentimenti che rendono fantastico il mondo della scuola da parte di chi ”lo fa”, oggi come allora. E c’è la tragica storia di una donna che ingenuamente, da persona “pulita”, pensa che basterà la propria condotta irreprensibile a salvarla dalle maldicenze. Ma chi il senso di inferiorità lo porta con sé in ogni situazione, non riesce ad opporsi al prepotente. Nel momento delle scelte drastiche quello esce fuori e le fa piegare il capo. Italia aveva un grande dono: la sua intelligenza, ma veniva da una famiglia umile che non le aveva insegnato il valore della salvaguardia della propria identità. Ha salvato il proprio onore, ma nessuno le ha creduto
. (Maria Antonietta Magrini)

Per approfondimenti si veda anche:
www.railibro.rai.it/articoli.asp?id=310

la foto è di Elena Gianini Belotti e il disegno ritrae Italia Donati