Il mio primo impatto con i luoghi dell’istruzione pubblica non era stato dei migliori. Prima di “entrare” alle elementari era giusto che anche Alberto andasse all’asilo come gli altri bambini. Non che fosse un obbligo o una necessità, ma “era il caso”. I miei genitori s’erano messi d’impegno a convincermi: mi avrebbe fatto bene e mi sarebbe anche piaciuto.
Le cose erano andate diversamente. Io, non ne volevo proprio sapere di andarci. Loro, ogni mattina, si trovavano a ripetere l’arringa. Senza successo: mi lasciavo trascinare come peso morto, cercando di fare più attrito possibile con le scarpe, oppure lasciando cadere il panierino, di modo che bisognava fermarsi, io prendevo uno sculaccione e si ricominciava. In prossimità della sede, in quel di San Domenico a Pistoia, cominciavo a piangere ed evidentemente devo esser stato bravo, tanto più che non piangevo mai, quindi la cosa deve aver sortito più effetto. Dopo un paio di settimane di queste scene, i miei desistettero e così potei stare a casa con la zia o essere portato dalla nonna.
L’anno dopo, nel 1956, non potevo certo ripetere l’exploit. Sarei andato “a scuola”. Ma quale? Fui mandato dalle suore del Sacro Cuore, a Vicofaro, un tempo sede del comando locale dei longobardi (“faro” viene dal germanico “fahren”, viaggiare) e ora per me sede del servizio civile, il quale si sarebbe svolto in un edificio ai limiti del mondo, cioè all’angolo di un incrocio stradale che per me rappresentava la fine della città e, di sicuro, non mi sarei mai azzardato ad attraversare quella strada. Il grande vantaggio era, quando non ebbi più bisogno di essere accompagnato, che da casa ci potevo arrivare camminando sempre in linea retta (o quasi).
I longobardi avevano ceduto alle suore il controllo sul confine. In quella fortezza, baluardo dinanzi al deserto dei tartari, ho “fatto”, come si suol dire, tutte e cinque le classi delle elementari. Da allora l’aggettivo “elementare” mi desta un vago sospetto e lo uso raramente. Credo sempre che ci sia qualcosa sotto – e tutto fuorché elementare. Per giustizia devo aggiungere che il nome che è stato dato in seguito alle “elementari”, con l’ingombrante codazzo di motivi nebulosamente concepiti, attestano una minima padronanza del lessico relativo agli ordinali. Le credenze nella magia non sono mai cessate in questo paese: c’è sempre gente pronta a credere e a lasciar credere che, cambiando il nome delle cose, le cose cambino.
Allora, l’idea che qualcosa non avesse per forza il nome che aveva non mi sarebbe mai passata per la testa. Quelli delle elementari furono per me anni abbastanza tranquilli. Il mondo era già stato fatto come doveva essere e io non avevo alcuna voce in capitolo, né responsabilità, se non quella di fare il bravo a scuola e fare i compiti a casa invece di giocare sempre a soldatini o a pallone. Imparai a leggere, scrivere e far di conto a un livello che nelle corrispondenti scuole di oggi si riesce difficilmente ad avvicinare, anche se al di fuori della scuola non avevo molte occasioni per mettere in pratica quel che avevo imparato, né le cercavo. Per esempio, per quanto riguarda la lettura, l’unica cosa che leggevo erano alcuni fumetti di quel tempo e, onestamente, anche se non ci fosse stata una sola parola si poteva capire ugualmente quel che succedeva.
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Ogni anno veniva scattata una foto dell’intera classe con la maestra, ma con traslochi e vicende familiari varie ho finito per perdere quelle foto, che mi avrebbero aiutato a tener vivi i ricordi. Fortunatamente, nel 2010, e proprio il giorno del mio compleanno, un mio compagno delle elementari (oggi affermato fisarmonicista) si è fatto vivo inviandomi un messaggio al quale era allegata una foto della classe. Che sorpresa! Mi ha riempito di gioia, ma non direi di nostalgia.
Ho inserito qui la foto perché i volti, gli sguardi, le posture, oltre all’uniforme differenziata per maschi e femmine, credo che in qualche modo riescano a dare un’idea dell’epoca. Per la cronaca, io sono il quarto da sinistra nella fila in alto e a quanto pare ho mantenuto quel mezzo sorriso che esprime il beneficio del dubbio sull’assurdità del mondo.
Sfortunatamente, la foto non è riuscita a farmi venire in mente niente di più di quel che già ricordavo senza foto, ovvero, ben poco, salvo qualche nome dei compagni: Giancarlo, Michela, Augusto, Leone, Giuseppe.
A casa facevo sempre i compiti e a scuola non ero tra i bambini “confusionari”. Anzi, me ne stavo buono buono (a mio parere). In fondo al quaderno c’era una pagina con un prato di fiori e io dovevo colorarne i petali quando facevo una cosa buona, ovvero un “fioretto”. Il mio prato lentamente si colorava, dunque potevo essere soddisfatto. Ma colorare non era scrivere. Tra i miei pensieri e le mie parole c’era come un muro e farci dei buchi era un’impresa.
Fatto sta che l’opinione delle suore circa la mia soddisfazione nel contemplare il prato fiorito (e colorato) era un po’ diversa. Forse, però, avevano ragione: sono sempre stato restìo a conformarmi alla disciplina. E lo sono rimasto, finché la disciplina non è stata una decisa da me, dopodiché mi ha infastidito anche quella. Qualche (rara) bacchettata sulle mani me la ricordo, ma più che il male – perché evidentemente la maestra, bontà sua, si riguardava – quel che non mi tornava era di dover mettere le mani in posizione, belle distese sul tavolo di legno, bucherellato e macchiato d’inchiostro, in attesa della riga a mo’ di bacchetta, anche se usata di piatto e spesso minacciata e basta. In realtà, le suore non mi incutevano timore. Nei miei confronti erano sempre premurose. Quel che mi preoccupava era l’idea che dicessero ai miei genitori che mi ero comportato così e cosà – descrivendo il mio comportamento in un modo che io, anche volendo, non avrei saputo neanche immaginare. Allora i genitori non difendevano automaticamente i figli come oggi, ma facevano l’errore inverso. Anche questo, chi l’avrebbe immaginato?
Il pericolo del “rapporto” ai genitori si concretizzò poche volte. Perciò, a parte le occasionali eccezioni allo stato di calma piatta, dovrei dire che me la spassavo. Ovviamente, senza poter fare confronti con quel che capita andando avanti nella vita, non avrei dovuto dirlo. E non lo dicevo. Spesso mi annoiavo e, allo stesso tempo, mi dispiaceva mostrare che mi annoiavo, perché – ripeto – le suore erano molto gentili con me, anche quando non ero convinto di aver voglia di fare quel che dovevo fare. Ma poi chi ero io per mettere in dubbio che cosa dovevo aver voglia di fare? Ogni tanto dicevo che non mi sentivo bene e allora le suore telefonavano a “bottega”, cioè al negozio del babbo. Qualcuno mi veniva a prendere, ma da lì in poi la cosa era difficile da gestire e potevo ricorrere a questa strategia solo quando avevo un pur minimo principio di raffreddore.
Alla luce della mia su menzionata mansuetudine, non so come sia potuto succedere, ma dalla terza “elementare” in poi devo aver cominciato a disturbare le lezioni, sempre che così si potessero chiamare. La conseguenza numero uno era che venivo messo dietro la lavagna, la numero due (che era la mia preferita) consisteva nel mandarmi fuori dalla classe. C’era una specie di chiostro moderno, con colonne quadrate – se ne vede una nella foto. Sul lato sud il chiostro era aperto e dava su un ampio cortile dove andavamo a fare “ricreazione”.
Al di fuori dell’orario previsto per la ricreazione ho passato, nel complesso, un bel po’ di ore là fuori in quel cortile, a cercare qualcosa che attraesse la mia attenzione per passare il tempo. Siccome non la trovavo nelle cose che c’erano, me ne dovevo inventare delle altre; e così sognavo a occhi aperti le situazioni più improbabili, gustandomi quello che succedeva, semmai – se posso usare questa metafora prematura – riavvolgendo il nastro e facendolo ripartire da dove era opportuno perché succedesse qualcosa di diverso. Il mondo d’intorno spariva e non ricordavo neppure d’essere a scuola. Quando una voce mi risvegliava all’improvviso, richiamandomi in classe, per me era come se mi invitasse ad addormentarmi, fermo restando che dormire è importante e che s’impara anche nel sonno. Chissà, forse la strategia pedagogica messa in atto era più efficace di quella intenzionale.
Visto che nel cortile non c’era mai nessuno a controllare, quando sapevo che non sarei stato messo “fuori classe” solo per qualche minuto ma, in corrispondenza con la gravità di quel che avevo combinato, per almeno un quarto d’ora, presi l’abitudine di sgattaiolare fuori da un ingresso secondario della scuola. Non c’era una porta ma un piccolo cancello, e il cancello dava meno l’idea di soglia invalicabile perché da dentro si vedeva già l’esterno. Di là dal cancello c’era una stradina sterrata in cui a pochi metri di distanza si trovavano i “bozzi”, dove andare a lavare i panni. C’era infatti un ruscello che correva lungo la stradina e l’acqua, chiara e fresca di sicuro ma non so se dolce perché non l’ho mai sorseggiata, scorreva sempre con una bella rapidità. Quando c’erano “le donne” a lavare, non potevo uscire: se ne sarebbero subito accorte e mi avrebbero riportato dentro, con conseguenze poco piacevoli. Perciò stavo attentissimo che non ci fosse nessuno a lavare. Forse è per questo che quando vedo qualcuno che lava, mi preoccupo che minacci di denunciare pubblicamente un mio peccato. Grazie al cielo, a metà mattinata i “bozzi” erano quasi sempre deserti.
Quello per me non era un ruscello. Era un fiume in piena, con rapide impetuose e gorghi, un fiume che scorreva nella boscaglia di un paese sconosciuto. Un mio grande divertimento era costruire delle piccole, rudimentali, barchette di legno, che tenevo pronte in tasca. Una volta in loco, ci piazzavo sopra un bastoncino proporzionato, a mo’ d’albero maestro, e poi infilavo il bastoncino in un angolo di foglio, strappato da un quaderno, che dunque faceva da vela. Immergevo due barchette alla volta nell’acqua, le seguivo via via che avanzavano nella corrente e guardavo quale arrivava prima cercando di evitare di fare il tifo per una in particolare. Non so quante volte abbia allestito queste gare veliche ma non devono essere state poche perché è il maggiore ricordo che ho delle mie elementari ed è, guarda caso, il ricordo di un’attività svolta non in classe e neppure dentro la scuola..
Un altro vivo ricordo è di quando mio padre si trovò coinvolto, senza minimamente sospettarlo, in una vicenda giudiziaria. In casa, fecero di tutto per tenermi all’oscuro della cosa. In quei giorni non smettevo di stupirmi di quante attenzioni avessero per me. Che cosa avevo fatto di diverso dal solito?
In effetti, mio padre non c’entrava nulla e in pochi giorni fu scagionato dall’accusa, ma a scuola i miei compagni erano venuti a saperlo dai loro familiari. In una piccola città di provincia le voci correvano come oggi su internet. Ci pensarono proprio i miei coetanei a informarmi, anche se lo fecero in un modo che apprezzai poco. Prendersi in giro era normale amministrazione; sentir prendere in giro, e non per un giorno solo, la propria famiglia non lo era. Non avevo l’abitudine di piangere, e comunque di fronte a loro non l’avrei mai fatto, ma quella volta ci devo essere andato vicino più d’una volta. Quando prendevano in giro me, sapevo difendermi. In questo caso, no. I sentimenti che provavo erano facilmente leggibili dalle suore, nel frattempo anch’esse informate della vicenda. Ed ecco la cosa bella: ogni volta che si accorgevano che venivo preso in giro in questo modo, ricordo il mio sollievo nel vederle rimproverare i miei compagni. Dopotutto, anche a scuola c’era qualcuno che stava dalla mia parte. Eccetto quest’episodio, comunque, i miei rapporti con i compagni di classe sono sempre stati ottimi, cioè, normali. Come altro avrebbero dovuto essere?
Ho quasi finito, perché in aggiunta a questi due ho solo pochi ricordi minori.
Uno è quello della su menzionata “ricreazione”, quando, se eravamo stati bravi, ci veniva concesso di giocare con la palla. La palla era per me una prova dell’esistenza di Dio: a scuola e a casa le cose avevano forma poligonale o le si approssimavano. C’erano spigoli dappertutto e anche le cose che avrebbero potuto essere un po’ più rotonde si voleva che fossero sfaccettate. Infine ogni cosa doveva stare al suo posto. La palla no. Purtroppo, l’intervallo per giocare a palla era sempre troppo breve.
Un altro ricordo è quello delle merende a casa dei miei compagni. Uno di loro si chiamava Augusto. La sua famiglia era molto povera e qualche volta, a casa mia, mi chiesero perché mai volevo andare da Augusto. Non mi sembra di aver mai visto suo padre, forse perché era emigrato, ma potrei sbagliarmi. Augusto non andava bene a scuola e io, non per senso morale ma solo per simpatia (Kant non me ne voglia) andavo a fare i compiti con lui per aiutarlo: se io parlavo poco, lui era di ancor meno parole. E poi mi piaceva quell’ambiente, privo di soprammobili e delle tante comodità che a casa mia erano considerate importanti.
Un altro mio compagno era Beppe, che veniva dal Piemonte e già suonava la fisarmonica. Fare i compiti con lui era straordinario perché a merenda si metteva a suonare qualcosa (ero affascinato dalla velocità delle sue dita nell’eseguire la Cumparsita). Inoltre, a casa sua preparavano dei biscotti buonissimi e facevano sembrare importanti i nostri compiti – cosa che mi lasciava piacevolmente stupito.
Infine, ricordo che, in occasione della settimana di Pasqua, venivamo portati ogni giorno nella cappella interna all’istituto, a ripercorrere le varie fasi della via crucis, ciascuna indicata da una “stazione” raffigurata in un minuscolo quadretto. La serie di quadretti punteggiava le pareti laterali della cappella. Quella cerimonia, ripetuta negli anni, fu per me l’occasione per fare uno strano esercizio: cercavo di immaginare tutti gli eventi intermedi fra una stazione e la successiva. È stata, forse, la prima occasione in cui ho espresso una inclinazione verso la priorità del continuo sul discrèto. Non ero per niente contento che fossero stati saltati tanti passaggi e che, in loro mancanza, non ci fosse un chiaro nesso tra una stazione e la successiva. Se quel che mancava fosse stato diverso, il senso della storia raccontata per immagini poteva anche essere un altro. Mi guardai bene dal dirlo ma, per protesta, smisi di fare il chierichetto.
Com’è ormai chiaro, non ho ricordi significativi di quello che succedeva in classe. Perché? Forse uno psicanalista potrebbe aiutarmi a farli riemergere, ma ho poco tempo e non ne sento il bisogno. Non credo di aver rimosso una serie di episodi spiacevoli. Mi limitavo a fare quello che bisognava fare senza starci tanto a rimuginare sopra. Era inutile che mi chiedessi se mi piaceva o no, tanto le cose non sarebbero cambiate. La calma e il silenzio in cui si svolgevano i compiti avevano anche un loro gusto dolce; il ticchettio dell’orologio a muro aveva su di me un effetto tranquillizzante, chi sa perché, come i rimbalzi regolari di una palla. Se non fosse stato che la ripetizione degli stessi compiti, con minime variazioni, finiva per annoiarmi; e questa sensazione continuò nelle scuole successive fino all’età di sedici anni, quando ho cominciato a studiare per conto mio.
Ripensandoci, un ricordo di me stesso in classe ce l’ho: l’incubo delle macchie (si fa per dire, perché la cosa mi faceva anche ridere, dentro di me s’intende), cioè l’incubo delle macchie d’inchiostro che dal pennino ero capace di far schizzare sopra alle cose meno opportune, dai quaderni di bella copia al libro che in quel momento era aperto, dal mio colletto bianco a quello del compagno del banco davanti al mio, e qualche volta anche del compagno del banco dietro. Se non altro, era una fortuna che il grembiule, il mio e quello degli altri, fosse già nero di suo. Vien quasi da pensare che sia stata la penna biro a rendere possibile la sparizione del grembiule nero. Le divise successive, riservate solo ai più grandi, dall’eskimo verde alla kefiah, non hanno mai avuto lo stessa funzione egualitaria del grembiule.
L’incubo delle macchie fu anche l’occasione per intuire una sorta di principio d’invarianza: per pulire il pennino dovevo servirmi di qualcosa che si sarebbe conseguentemente sporcato e a me succedeva sempre che, più cercavo di pulire per bene il pennino, più cresceva il numero delle cose vicine che si sporcavano. Avrei potuto dare la colpa a me e invece, non essendo portato in tal senso, davo la responsabilità alla natura delle cose.
Per scrivere non s’intinge più il pennino nel calamaio e non si usa neppure una penna, però, temo che quel principio che allora rni venne in mente continui a essere valido.
Alberto Peruzzi
Nato a Pistoia, Alberto Peruzzi ha “fatto” elementari, medie e liceo in questa stessa città. Poi, ha frequentato l’università a Trento e a Firenze. Ha cambiato due corsi di laurea prima di decidere di fare, per innata pigrizia, la tesi in filosofia. Ha passato cinque anni nel CNR e venti come ricercatore, prima di vincere la cattedra a Firenze. Avendo avuto come maestri Giulio Preti ed Ettore Casari, ha cercato invano di imitarne l’alto magistero. Gli studenti, grati dei corsi che tiene a Firenze, definiscono come “il mostro” l’esame di filosofia da svolgersi con lui. Nonostante una medaglia della Presidenza della Repubblica per l’opera di diffusione, in lingua italiana, della cultura scientifica (Pianeta Galileo), ha scritto le sue cose migliori in inglese. Da anni, i suoi più cari amici pronosticano che i numerosi libri che ha pubblicato in italiano saranno apprezzati dopo la sua dipartita. Offrendo lucido esempio di virtù, non desidera vedere quel momento.
Invitato a indicare alcune mie opere mi limito al riciclo di tre materiali inquinanti in italiano:
– Definizioni: la cartografia dei concetti, Franco Angeli, Milano 1983 (introvabile).
– Il significato in-esistente, Firenze University Press, Firenze 2003 (il più odiato dagli studenti).
– Dialoghi della ragione impura, 3 voll., Aracne, Roma 2009-2011 (esempio assurdo di teatro acronico che fa uso di un’infinità ordinata di libri per raccontare la storia di un solo libro disordinato).


