Anche i maestri sono stati scolari

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Sono nato nel ’51 in un paese del Pratomagno ad ottocento metri di altezza. Il paese, di circa  duecento anime, era completamente avvolto nel medio evo. Vigeva una economia di sussistenza fatta di allevamento di pecore, maiali, pollame, asini, di campicelli terrazzati, coltivati con la fatica della fronte, avari orticelli e frutteti e, soprattutto, una immensa selva di castagni, da cui tutti traevano castagne, farina per la polenta, funghi, cacciagione e legname.
I primi cinque anni di vita sono vissuto dentro questa fiaba di donnine con fasci di legna o di fieno sulle spalle, uomini a cavallo degli asini, vecchini nel canto del focolare. Tutti si esprimevano esclusivamente in un dialetto tardo- medievale, pieno di detti idiomatici, proverbiali, con residui fonologici  etruschi e germanici. la mia lingua madre è stata il dialetto di Pontenano.

La prima acculturazione fu roussoiana: il gran libro della natura, sotto la guida del mio nonno, il Tiburzi, il soprannome aveva soppiantato il nome, mi si dispiegava in tutta la  sua forza, meraviglia, varietà. I saggi insegnamenti del Tiburzi  mi mettevano al riparo da pericoli  e mi armavano delle accortezze necessarie per vivere quel tipo di vita, così vicina al cielo, così lontana dalla modernità. Ma la modernità  iniziò a far timidamente capolino anche da noi.
IMG_5723Nel ’55 il Comune costruì una rustica scuoletta  ad un piano, con piccolo appartamento per il  maestro. C’era una unica pluriclasse dalla prima alla quinta elementare. Ragazzini ruspanti, chiassosi, cialtroncelli, assolutamente non regolarizzati. Solo tenerli a bada era una fatica improba, riuscire a far fare loro qualcosa era un miracolo.

[sz-youtube url=”https://www.youtube.com/watch?v=Qu6flxe3bUY” width=”400″ cover=”www.youtube.com/watch?v=Qu6flxe3bUY” caption=”Pontenano – Il dialetto” /]

Il I ottobre del ’57  io è i miei compagni di gioco coetanei entrammo in prima. Mia madre, una modernista, mi aveva già fatto scribacchiare durante l’estate ed io avevo velocemente acquisito la manualità fine necessaria per la scrittura. Questo era un grosso vantaggio sui miei compagni, ancora totalmente naïf.
Il maestro Del Grazia era una istituzione sociale. Insieme al medico, al sindaco e al maresciallo componeva l’elite del potere riconosciuto. L’insegnamento della mattina veniva parcellizzato: breve spiegazione e lavoro ai bimbi di prima,e via a seguire, cercando di impegnare i grandi o a tutorare i piccoli, spesso loro fratelli, o a disegnare o risolvere operazioni e problemi,in attesa del loro turno. Le ribalderie dei più grandi erano all’ordine del giorno, ma anche i castighi erano del pari: steccate sulle mani e sulla testa, girati contro il muro dietro alla lavagna, inginocchiati sui chicchi di granturco.
C’era anche la chiamata  volante, temutissima, dei genitori. Il genitore chiamato, come aperitivo piantava un bel ceffone al figlio, poi ascoltava le lagnanze del maestro e decideva la parte restante di busse, tirate di orecchi e sculaccioni  da propinare. Talvolta portava via il riottoso per ristabilire un pò di pace. La mia generazione era però più tranquilla e normalizzata. Io poi ero un piccolo santo, lodato da tutti per ogni tipo di virtù. Enio era un bambino buono. Enio era un bambino intelligente. A forza di sentirmelo dire divenne un oracolo che mi destinò. Non potevo essere al di sotto delle aspettative e della fiducia che tutti riponevano in me.
I banchi erano in legno, compatti, a panca di chiesa, col ripiano inclinato che faceva da coperchio ad una cassetta sottostante per riporre libri e quaderni. Noi piccoli eravamo tre per banco, anche se i fori per i calamai erano due. Tanto noi scrivevamo a ” lapisse” su quaderno a quadretti. Io ero con la Ester e Domenico. Entrambi erano miei biscugini, ma in un un paese dove vigeva l’endogamia era una parentela non più riconosciuta. Mentre gli altri facevano astine e quadratini. Io ero già padrone delle curve complesse, compresi i “tondi” delle “o” e delle “a” corsive. L’apprendimento dell’italiano avveniva col metodo sillabico ed analitico: ogni giorno affrontavamo una tabella di un grande alfabetiere gigante appeso alla parete dietro la cattedra: A come ala, B come bandiera, C come casa, D come dado, E come elefante. Mi stupii molto nello scoprire che non era E come Enio.
La prima frase che lessi, molto prima di Natale, fu :
Aria e sole sono salute.
La prima poesia che memorizzai era sulla vendemmia. Diceva:
Lieta festa di bei colori,
grappoli e pampini  maturi.
Pampini biondi , pampini scuri,
su cantate vendemmiatori !

Arrivati al giorno del mio compleanno del ’58, a metà marzo, la mia vita ebbe una svolta drammatica. Mia madre decise di mettermi in collegio, come unica opportunità di poter studiare per un giovane promettente, ma di famiglia umile.
IMG_5833Era un collegio speciale, per cui la decisione si presta ad una seconda controversa interpretazione. Mio nonno Tiburzi, del quale ero inseparabile, aveva avuto un episodio di tubercolosi. Il collegio dove ero stato internato era un preventorio anti-tubercolare. Credo fosse gestito dalla Confraternita dei Laici, una antica e ricca istituzione della città di Arezzo. Era un collegio improntato alle più moderne teorie pedagogiche, con una direzione e gestione laica e molto dinamica. Ma era comunque un collegio, un luogo dove centoventi tra bambini e bambine vivevano ogni singolo giorno nella ripetitività di regole ed atti, secondo una uniformità stordente, che regolava perfino i momenti dei bisogni fisiologici, del mangiare, del giocare, del dormire.
Il collegio di Villa Sitorni (antico tempio di Saturno, Cronos il tempo che divora i figli), situato in cima ad una collina tra Giovi ( tempio di Giove) ed il paesino di Venere, terzo tempio pagano, divenne la mia casa e la mia vita. Il ritorno a casa prevedeva quindici  giorni a Natale, una settimana a Pasqua e due mesi in estate Per me erano veleno, poiché ogni volta dovevo rivivere il dramma dell’internamento in collegio. La deprivazione affettiva dei genitori, dai sette agli undici anni, ha pesato enormemente  nella componente emotiva della mia prima formazione. Appena arrivato nella nuova classe, confuso e triste, i nuovi compagni mi circondarono e mi chiesero: sai scrivere?-. Alla mia risposta affermativa ed orgogliosa mi sottoposero ad un test:
Ah, sì? Scrivi CAMPANELLA.
Scrissi in modo impeccabile e da allora mi guadagnai  la loro stima. Avevano fatto un buon acquisto, ritennero.
Unico momento di  pacificazione era proprio la scuola. L’enorme villa dove risiedeva il collegio aveva ampi spazi, comprese le due aule per la scuola elementare. Infatti anche qui erano organizzate due pluriclassi: una del primo ciclo, una di terza, quarta e quinta. Le maestre venivano da Arezzo, ed ho scoperto col tempo,erano persone molto in vista in città .
[frame src=”https://www.museodellascuola.it/wp-content/uploads/2014/08/Pontenano1956.jpg” width=”200″ height=”200″ align=”left” style=”2″ linkstyle=”pp”]La mia maestra del Collegio è stata la prima figura adulta che ha pesato in modo determinante sul mio destino intellettuale. Era una vedova giovane, con due figli maschi, di ottima famiglia aretina e con un rinomato negozio di scarpe nel Corso di Arezzo. Amava insegnare, e lo faceva con passione, ma in modo controllato e con assoluta sicurezza, con un atteggiamento burbero benefico, chiaramente  una scelta recitativa meditata. Era la maestra Adriana Carlini Bertelli, peraltro madre del grande imprenditore  Patrizio . Pendevo dalle sue labbra e tenevo ai suoi elogi e alla sua stima più che a qualunque altra cosa. Ascoltavo con interesse anche le spiegazioni di storia, geografia e scienze che impartiva alle classi dei più grandi ed intervenivo spesso alle sue domande e godevo vivamente dei suoi sorrisi compiaciuti di approvazione.
Era una maestra colta, moderna, aperta alle novità dei fatti che sul finire degli anni cinquanta e inizio sessanta  si susseguivano  con ritmo incalzante: la cagnetta Laika, il volo di Gagarin, la crisi di Cuba, Giovanni XXIII .. Su ogni argomento foto, articoli, racconti e lavori di testo da parte nostra. Allora ho iniziato ad amare la storia, poi materia di elezione assieme alla filosofia. Il mio tallone di Achille era la matematica. Non i problemi. Il calcolo veloce. Un vero incubo. Venivamo chiamati alla lavagna in due, veniva dettata una divisione e al via vinceva un lapis chi finiva prima. Sono stato umiliato più e più volte da una bambina di nome Maria, veloce e spietatamente abile.
Solo in un’altra occasione vissi un vero trauma. Ero tornato da casa da un giorno ed ero in crisi emotiva. Quel giorno ci fu dettato e lo sbagliai da cima a fondo. La maestra Adriana strappò le pagine del quaderno, ci scrisse un grande zero spaccato, poi con lo scotch me lo incollò sulle spalle e mi fece fare il giro di tutto il collegio. Sarei voluto sprofondare dalla vergogna. In compenso non ho mai più sbagliato un dettato.

Le novità tecnologiche incalzavano: dopo anni di uso del pennino ad inchiostro e di bella calligrafia, nella quale me la cavavo bene, ecco la penna biro che ci liberò dall’inchiostro fatto a mano, ma che fece precipitare la mia scrittura verso una grafia terribilmente illeggibile. L’educazione scolastica e lo studio del mattino si integravano perfettamente con i compiti pomeridiani e le attività educative del collegio che  comprendevano anche pittura, danza, ricerche e teatro. Giunti alla licenza elementare con tanto di Esame di Stato, la maestra Bertelli volle prendersi cura della mia iscrizione alla scuola media Cisalpino di Arezzo, non alla scuola di avviamento professionale, e fece in modo che avessi come docente di lettere una grande persona: Vera Bucciarelli Ducci Baldi, la moglie dell’allora Presidente della Camera dei Deputati. (Enio Lucherini)