Non voglio ripercorrere qui la storia della normativa che ha regolato ruolo e funzioni dei direttori didattici, vorrei piuttosto rintracciare le contingenze culturali, economiche e politiche che ne hanno influenzato la formazione come categoria professionale dotata di una propria specificità, distinta da quella dei docenti dalla quale comunque si origina.
Uno dei punti fermi nello sviluppo della professione di direttore nelle scuole di ogni ordine e grado, non solo dei direttori didattici dunque ma anche dei presidi di scuole secondarie, è sempre stato, ed è rimasto, quello della provenienza dai ruoli di insegnante. Tuttavia il cambiamento di ruolo, con tutte le conseguenze nelle relazioni con ex colleghi, alunni e famiglie, prende strade diverse a seconda del contesto storico-culturale nel quale si verifica.


In base a questa prospettiva, qui solo accennata, possiamo identificare un percorso di sviluppo dell’identità dirigenziale nella scuola primaria articolata in quattro fasi: una prima lunga fase del direttore didattico burocrate, censore, sorvegliante di alunni e insegnanti, in età liberale e fascista, dal 1859 al 1945; una seconda che culmina con i D.D.L.L. del 1974 e trasforma il direttore didattico in un attore sociale, un leader educativo, con forti valenze pedagogiche, la terza fase che innesca l’idea e il ruolo del direttore manager e che può essere associata al regolamento sull’autonomia scolastica del 1999 e infine il momento attuale, nell’era delle Indicazioni nazionali, della internazionalizzazione dei sistemi formativi, della riduzione consistente e progressiva degli investimenti nella formazione pubblica, del dirigente riflessivo e consapevole. Questa periodizzazione deve essere considerata con estrema cautela perché non ci sono fratture decisive, salti improvvisi, spartiacque ben visibili in grado di segnalare con precisione il passaggio da una fase all’altra; prevale piuttosto una certa continuità e spesso elementi di una fase sopravvivono a lungo all’interno di quella successiva, determinando una sorta di stratificazione professionale all’interno della quale elementi antichi e recenti si intrecciano gli uni negli altri.
Il direttore burocrate
Come tutti gli attori della scuola pubblica e statale di fine Ottocento, anche il direttore didattico risente fortemente della struttura gerarchica, centralistica e autoritaria tipica dei sistemi formativi progettati dalle élite liberali allora al governo, riflesso della cultura borghese che proprio in quel periodo affermava la sua supremazia in buona parte dell’Occidente. Si tratta di una cultura profondamente contraddittoria: rivoluzionaria nei confronti di quella nobiliare ed ecclesiastica tipica del primo assolutismo moderno, scardinata da un capitalismo insofferente a qualsiasi forma di privilegio e restrizione nell’ambito delle libertà economiche e commerciali; reazionaria nei confronti delle aspirazioni sociali ed economiche dei ceti popolari, considerati come semplice forza lavoro priva di diritti, per sua natura destinata allo sfruttamento e all’ignoranza. In un simile contesto socio-culturale la scuola viene assimilata al sistema militare dal quale mutua l’architettura, l’organizzazione interna, e i codici di comportamento dei vari attori che la abitano. Nelle scuole-caserme, il direttore didattico rappresenta l’anello terminale della filiera burocratica che partendo dal ministro dell’istruzione arriva fino ai singoli alunni. Egli vigila sul corretto funzionamento delle scuole che presiede secondo una logica culturale tipica dell’Ottocento e del primo Novecento: non si limita a controllare il comportamento di docenti e alunni in ambito scolastico ma deve anche vigilare sulla loro moralità nell’ambito privato. Gli insegnanti sono suoi inferiori dei quali può decidere la carriera e gli scatti economici, attraverso un complesso ordine di regole e procedure burocratiche, di pratiche di controllo, di sanzioni ed encomi. La politica della formazione fascista non farà altro che esasperare l’impianto burocratico e autoritario elaborato in età liberale. Il direttore burocrate deve assicurare il funzionamento rigidamente classista e selettivo della scuola.
Il direttore didattico leader educativo
Dopo la Liberazione dal nazi-fascismo la scuola italiana resta per molti anni ancora avvolta all’interno della struttura verticistica e autoritaria tipica dell’età liberale e fascista, ma le trasformazioni sociali che prendono avvio intorno agli anni Sessanta del Novecento scardinano in poco tempo un’organizzazione che sembrava per sua natura immutabile. La rapida ascesa economica delle masse popolari, il bisogno di manodopera specializzata in ambito industriale, amministrativo e in quello delle libere professioni, la diffusione di una nuova cultura sociale e pedagogica, trasformano le scuole in ambienti culturali nei quali si sperimenta il prototipo di una società interclassista, nei quali cioè le differenze di classe e di genere si attenuano, secondo i principi di uguaglianza e cooperazione sanciti dalla Costituzione. E’ una vera e propria rivoluzione; le scuole si aprono alla partecipazione dei genitori e della più ampia comunità nella quale insistono e i direttori didattici abbandonano, anche se non del tutto, il ruolo di burocrati e censori, per abbracciare quello di animatori culturali e sociali, leader educativi deputati a favorire il rapporto democratico tra famiglie, alunni, docenti, coinvolti direttamente nel processo di progettazione pedagogica.
Essi coordinano assemblee e riunioni, promuovono l’aggiornamento professionale dei docenti, curano il rapporto con il territorio e acquistano una loro autonomia nei confronti di quella filiera ministeriale che prima li inquadrava in rigide funzioni di vigilanza. Lo sviluppo di una comunità scolastica democratica è la missione dei nuovi direttori didattici prevista dai Decreti Delegati del 1974, i docenti non sono più dei dipendenti di rango inferiore ma dei collaboratori con i quali condividere la gestione sociale della scuola insieme alle famiglie degli alunni. Nella veste di leader educativo sono soprattutto le capacità relazionali e pedagogiche a rappresentare le fondamenta della professione direttiva.
Il direttore manager
Gli anni Ottanta del Novecento, segnano, anche in Italia, un punto di non ritorno in ambito economico e sociale. Le crisi economiche si susseguono, il ricordo degli orrori delle due Guerre mondiali si affievolisce, la cultura consumistica prende il sopravvento in ogni ambito culturale, anche in quello scolastico e pedagogico, la televisione diventa il più importante attore formativo intergenerazionale. L’afflato sociale che aveva ispirato le professioni educative negli anni Sessanta e Settanta ne esce fortemente ridimensionato; si afferma il primato della formazione scolastica come strumento finalizzato al solo soddisfacimento delle esigenze occupazionali, il discorso etico e filosofico-educativo annichilisce. Gli insegnanti diventano dei programmatori dell’istruzione e i direttori i manager della formazione istituzionale.
Efficacia ed efficienza sono le parole d’ordine dei direttori didattici, che nel frattempo si incardinano in una specifica area contrattuale, quella della dirigenza scolastica. Le aziende diventano il punto di riferimento per il funzionamento scolastico e con esse si afferma il primato del pensiero organizzativo su quello pedagogico, mentre l’intera filiera ministeriale si sfalda velocemente sotto i colpi di una battente richiesta di trasparenza e autonomia proveniente dagli organi periferici e a causa della fine del lungo ciclo espansivo che aveva accompagnato lo sviluppo della scuola in età repubblicana. Inizia l’era dei tagli e delle restrizioni, dei ridimensionamenti e degli accorpamenti. In questo contesto il concetto di autonomia scolastica offre rischi e opportunità a seconda che lo si declini in modo competitivo o in modo cooperativo. Nel primo caso i dirigenti scolastici competono per accaparrarsi risorse e strumenti in grado di migliorare l’offerta delle scuole che dirigono, nel secondo caso collaborano a favorire l’estensione delle buone pratiche pedagogiche in tutto il territorio nazionale. E’ una mutazione culturale e professionale assai profonda sostenuta dal ritorno delle ideologie neoliberiste che si esprimeranno pienamente nella fase successiva.
Il dirigente riflessivo nell’era della crisi economica
Verso la fine del Novecento la scuola cambia per via endogena, senza aspettare riforme strutturali che tarderanno ad intervenire e che comunque non si dimostreranno all’altezza delle sfide culturali contemporanee caratterizzate da aspetti profondamente contradditori: globalismo e localismo, sviluppo tecnologico e nuovi analfabetismi, individualismo e nuove forme di socialità spontanea, declino degli Stati-nazione e debolezza delle strutture politiche internazionali, ecc. I sistemi formativi accolgono ed esprimono tutte queste contraddizioni, configurandosi come ambienti conflittuali e problematici, caratterizzati dal confronto continuo tra i genitori degli alunni, diventati utenti, clienti, consumatori della formazione, docenti, ormai ridotti a unità professionali indipendenti e alunni, ovvero soggetti già completamente formati dall’esposizione precoce e continua ai prodotti dell’industria culturale e dei consumi di massa.
Il tutto, in particolare in Italia, inquadrato in una drastica riduzione degli investimenti pubblici nell’ambito dell’istruzione, motivati dal quadro economico generale che , dal 2007, è ormai avvolto in una spirale recessiva, soprattutto in Europa, in particolare in quella mediterranea. Spagna, Grecia, Italia sono a rischio default e i vari governi che si susseguono alla loro guida si dimostrano impotenti di fronte alle richieste di rigore dei Paesi del Nord Europa. E’ il tramonto degli Stati nazione così come si erano formati durante la Modernità, le politiche economiche nazionali sono ormai condizionate da organismi e strutture sovranazionali dalla BCE al FMI.
In questo contesto storico-culturale dirigere delle scuole diventa una professione fortemente impegnativa su più fronti: economico, relazionale, amministrativo, pedagogico-didattico. Gli schemi comportamentali e professionali mutuati dal passato risultano inadeguati a governare le scuole contemporanee, caratterizzate da una popolazione scolastica fortemente eterogenea e da docenti profondamente penalizzati a livello economico che devono fronteggiare quotidianamente situazioni formative spesso molto conflittuali. Il dirigente scolastico contemporaneo si viene così a trovare tra l’incudine delle politiche della formazione restrittive e il martello di una realtà sociale e scolastica che invece richiede investimenti e innovazioni.
Il rischio della deriva amministrativa e manageriale è molto alto e prevede un dirigente scolastico tutto preso dalla soluzione degli adempimenti amministrativi e dal reperimento di risorse alternative a quelle pubbliche, orami sempre più insufficienti a garantire un servizio formativo di qualità. Tuttavia, a fianco di tale deriva, si può intravvedere anche il profilo di un dirigente riflessivo e consapevole, che pratica una gestione critica dei sistemi formativi, in grado di decostruire i tanti condizionamenti culturali che sovrastano le scuole e di ricostruire con docenti, alunni e famiglie una scuola alternativa al degrado culturale che la circonda. Un dirigente che individua, valorizza e diffonde le buone pratiche pedagogiche, collabora con gli altri dirigenti del territorio per formare una comunità pedagogica allargata, incoraggia una visione internazionale della formazione non per conformarsi alle direttive europee ma per favorire la formazione di cittadini senza pregiudizi culturali, tiene saldi i principi della formazione pubblica e statale come garanzia di rispetto dei diritti fondamentali dei bambini e delle famiglie.
(Giuliano Franceschini)
I volumi delle illustrazioni sono:
D.L.Pardini, Manuale del Direttore Didattico, Lanciano, R.Carabba,Editore, 1903.
Luigi Agazzi, Prontuario del Direttore Didattico, Brescia, La Scuola Editrice, 1966.
C.Scurati, E.Damiano, M.Riboldi, La funzione dirigente nella scuola, Brescia, Editrice La Scuola, 1978.
N.R.Lombardo, Il Direttore Didattico e l’ufficio di direzione, Editrice Scuola Viva, 1980.
F.Ghilardi, C.Spallarossa, Guida alla organizzazione della scuola, Roma, Editori riuniti, 1983.
R.Facchini, G.Orlandi, I.Summa, Governare la scuola La professione del dirigente Scolastico nella Scuola di oggi, Milano Franco Angeli/La scuola SE, 1986.
AAVV, Il Dirigente Scolastico,, Manuale di base (a cura di L.Ribolzi), Firenze Giunti, 1999.
Giuliano Franceschini, Il dilemma del dirigente scolastico, Milano Guerini Studio, 2003
