Il linguaggio rappresenta da sempre uno strumento che ci permette di dar forma ai pensieri e al mondo, ma il parlare una lingua significa soprattutto essere membri di una comunità all’interno della quale ogni nostra performance linguistica può essere considerata un atto sociale. I parlanti, comunicando, si assicurano in continuazione di comprendere gli altri e farsi comprendere dagli altri nel rispetto di norme calate all’interno di pratiche culturali comuni.

La comunicazione prevede quindi una partecipazione attiva attraverso la costruzione e la condivisione di significati. Conoscere un significato significa, secondo alcuni studiosi, conoscerne il suo uso, e quindi apprendere una parola è anche saperla usare all’interno di un’interazione e di attività svolte insieme agli altri. Ecco, allora, che il significato diventa il prodotto sociale di un’addizione di voci e orecchie che partecipano nell’interpretazione delle cose del mondo, siano esse reali o immaginarie.
Le Indicazioni Nazionali del 2012 ci ricordano che quello alla parola è un diritto “il cui esercizio dovrà essere prioritariamente tutelato ed incoraggiato in ogni contesto scolastico e in ciascun alunno, avendo particolare attenzione a sviluppare le regole di una conversazione corretta. È attraverso la parola e il dialogo tra interlocutori che si rispettano reciprocamente, infatti, che si costruiscono significati condivisi e si opera per sanare le divergenze, per acquisire punti di vista nuovi, per negoziare e dare un senso positivo alle differenze così come per prevenire e regolare i conflitti”.
L’esercizio alla parola e al dialogo risulta quindi indispensabile perché si riescano a attivare stili di vita comunicativi maggiormente collaborativi, responsabili e solidali.
Educare a un’etica del rispetto e del prendersi cura comprende in maniera sempre più consapevole le attuali emergenze educative che vanno nella direzione di un’educazione sostenibile e di un pensiero ecologico, una visione ecocentrica che riconosca ambiente, natura e Terra come soggetti di diritto. E se è vero che lingua e pensiero si influenzano reciprocamente, il lavoro sulla parola, intesa come veicolo privilegiato nella costruzione del sapere a scuola, non può che risultare prioritario.

Da presupposti simili nasce Echi sostenibili, una rubrica pensata come luogo dove (r)accogliere parole sostenibili che vorrei fossero conosciute, lette, usate, condivise; parole già in viaggio per il mondo e parole che aspettano di essere ospitate e prese in prestito; parole portatrici di meraviglia, gioia, ottimismo, speranza, bontà e cura; soprattutto parole-incantesimo che, come a volte succede, riescono a far esistere anche l’impossibile.
Echi sostenibili è pensato anche come un serbatoio di parole riciclabili, come strumenti didattici all’interno di percorsi attorno al lessico; attività che si aprono intenzionalmente a nuove prospettive di educazione linguistica le quali – accogliendo buone pratiche e teorie dell’Outdoor Education e della pedagogia dell’ambiente – contribuiscono a promuovere lo sviluppo di competenze socio-linguistiche, in natura e sulla natura, a prestare attenzione alle sollecitazioni provenienti dalla società attivando la costruzione di nuovi scenari di senso, con l’intento di dar vita a un pensiero ecologico condiviso inteso come necessario e quotidiano esercizio al vivere democratico, il quale come ci suggeriva Dewey prima che una forma di governo è anzitutto “un tipo di vita associata, di esperienza continuamente comunicata”.

Le parole e le espressioni sostenibili scelte e (r)accolte rientrano all’interno di tre categorie, ovvero: 1) l’eco di oggi, 2) l’eco di ieri e 3) l’eco di domani. Queste tre categorie ospiteranno rispettivamente etimologie, neologismi e realia, cioè parole che denotano oggetti, concetti e fenomeni tipici di una determinata cultura. Se infatti l’etimologia ci racconta il passato e l’evoluzione di una parola, neologismi e realia rappresentano dei processi che il lessico di ogni lingua può usare per arricchirsi.


