Nel 1888 vengono emanati i Nuovi Programmi scolastici da Paolo Boselli, che era ministro del Regno, durante il secondo governo Crispi. Gli autori di libri per la scuola elementare dell’epoca si affrettano tutti a ritoccare velocemente i loro testi precedenti o a produrne di nuovi, per rispondere alle nuove esigenze ministeriali. Siamo nell’epoca del “positivismo”, cioè in un momento in cui nell’educazione si esalta la scienza e la realtà “oggettiva”, il contatto con gli oggetti e la riflessione. Nella scuola si pone attenzione alle “cose” e si richiede di puntare sull’osservazione, sulle percezioni sensoriali, sull’analisi dei dati concreti (Aristide Gabelli è il pedagogista più riconosciuto, all’epoca). “Meno regole, meno dottrine, meno teorie e più fatti – recitano i programmi del 1888 – da qui la scuola che si tramuta, nei limiti del possibile, in un esercizio di osservazione, che eccita e sostiene la curiosità dell’alunno, lo avvezza a trar profitto da sé del mondo che lo circonda, lo avvia a diventare il maestro di sé medesimo”. E sappia il maestro che “è certissimo che nessun effetto produrranno i suoi discorsi, per le ragioni appunto del metodo obbiettivo, perché i fatti penetrano nella memoria più a fondo delle parole”.
Le occasioni “pratiche” per insegnare in quest’ottica formativa non mancheranno al maestro nella vita della sua classe: “Trattandosi di porre l’alunno a contatto col mondo delle cose, i mezzi non possono mancargli, dacché questo mondo c’è da per tutto e in esso viviamo”. Un invito agli insegnanti a cambiare la tradizionale didattica, anche se i maestri erano di fatto, assunti e controllati dalle autorità comunali (che non sempre condividevano le indicazioni “del metodo obbiettivo” del Ministro) che li valutava nella loro gestione delle attività di insegnamento e che potevano licenziarli quando un maestro (o maestra) avesse “mancato di rispetto verso le autorità dalle quali dipende” (art. 17 del Regolamento Unico del 1888). L’innovazione nella didattica chiedeva al maestro di “infondere ne’ suoi alunni i sentimenti che più conferiscono al benessere civile, l’amore dell’ordine,della concordia, della tranquillità laboriosa e della socialità umana, distogliendoli da gare e da odi municipali”. E perché questi obiettivi “campeggino nel loro pensiero e nel loro cuore” occorrerà che il maestro sia “giusto, tranquillo, benevolo, sincero, leale e di cuor gentile” verso gli alunni, in modo che queste virtù possano servire “per quanto è fattibile, a formarli a sua somiglianza”. In questa ottica Giorgio Venturi pubblica un libro, Letture per le scuole elementari maschili e femminili (1897) che si rivolge fino dalle prime pagine agli insegnanti elementari precisando quale dovrà essere il loro compito formativo sia per quanto riguarda “i bisogni fisici, che quell intellettuali e quelli morali che devono venir appagati, per godere di quel vivere agiati a cui tutti aspiriamo” e “per rendere alla patria quei servigi che le si devono, acciocché ciascuno e tutti vivano agiatamente il meglio che sia possibile.
Le responsabilità che riguardano il maestro sono relative alla soddisfazione dei bisogni degli allievi, quelli “fisici, intellettuali e morali”, perché ciascun alunno “possa raccogliere dalla scuola elementare quel tanto che serve come di fondamento a quel grande edificio sociale, a cui tutti dobbiamo concorrere con l’opera nostra per vederlo sorgere bello e maestoso”. Si vedrà, attraverso le pagine del libro come ogni allievo possa diventare “buono e virtuoso”, capace di “non essere ingannato e ingiuriato” ed anche di saper vivere secondo la regola che “altri non faccia a te ciò che tu non faresti agli altri”.

Augusto Alfani (Cfr. Wikipedia)
Augusto Alfani, all’epoca ha una discreta esperienza di libri per l’infanzia e si affretta a scrivere “lievi modificazioni dei testi precedentemente pubblicati”, relativi a Il primo libro di lettura, le Letture graduali per le scuole rurali maschili (primo, secondo e terzo grado), Il secondo libro di lettura … Questi testi, come Il libro di lettura per la quarta classe elementare, vengono pubblicati dalla casa editrice Bemporad di Firenze, che mette in circolazione le pubblicazioni della Libreria Editrice Felice Paggi. Il Ministero della Pubblica Istruzione aveva riconosciuto ad Alfani anche delle pubblicazioni educative per le famiglie, come Ernestino e il suo nonno che fu “Approvato come libro per letture didattiche e per premio”. Qui, oltre a mostrare attraverso raccontini e storielle la vita degli animali: “Tu vedrai particolarmente che fin gli animali ci possono talvolta nei loro atti essere di esempio od immagine di virtù” (Introduzione), Alfani augura ai lettori “Tutto il nostro bene dall’aver saputo essere perseveranti così come nello studio come nella virtù, che vale assai più dello studio”
Il Libro di lettura di Alfani esce nel 1889 e riporta l’indicazione, rivolta ai maestri, che il testo è stato redatto “secondo le ultime norme governative”. Si tratta di un libro scolastico abbastanza voluminoso (quasi trecento pagine di scrittura fitta), arricchito da capoversi decorati stile manoscritto e da rare illustrazioni in bianco e nero.

Capoverso contenete la lettera G nel libro di lettura di Augusto Alfani
L’avvio del testo si rivolge “ai benemeriti signori maestri”, ed assicura tutti i lettori che “tutto ciò che i programmi richiedono ho avuto cura che qui ci fosse”. L’autore invita gli insegnanti ad essere indulgenti con lui perché le cose raccolte nelle pagine successive non possono competere “con quell’ampia esposizione e con quella semplificazione abbondante, che il buon metodo consiglia e richiede”. Le “lezioni”, contenute nel libro, sono tenute da un immaginario “signor Giovannino” e “riproducono fedelmente l’ordine tenuto da lui nel suo corso scolastico” (p.272). L’autore rassicura di star preparando il Quinto Libro, per quando gli alunni della quarta (ai quali sono rivolte le pagine) saranno iscritti all’ultima delle classi elementari, “tutti volenterosi di terminare questo corso superiore, intrapreso da ciascuno di voi con tanto zelo ed affetto”.
Il maestro Giovannino inizia a presentare agli alunni la scuola nella quale si trovano, la Pietro Thouar. Questo offre all’autore l’occasione non solo di parlare dell’illustre personaggio, ma anche di illustrare l’Italia, la sua gente, la sua morfologia, le sue origini, le sue città, la sua fauna, i suoi personaggi famosi, la sua religione, i suoi cibi, i suoi cereali … Talvolta sono inseriti brani di autore (come Baffino fa una brutta celia, che è un testo di Carlo Collodi).
Ogni tanto i brani da leggere sono di tipo narrativo e parlano della vita dei bambini, dei loro pregi, dei loro difetti, come nel racconto Giannettino spocchioso: “E mentre che andava a scuola, faceva ogni venti passi una fermatina, e mettendo fuori tutto lo stomaco e dandosi un’occhiata di compiacenza, diceva: Che bel signore che sono! E come mi guardano tutti!” (p. 45). Inutile dire che il suo atteggiamento lo porterà ad avere un’avventura spiacevole.
I libri per la scuola elementare dell’epoca non distinguevano fra letture e sussidiari. La distinzione poteva essere indicata se il testo era pensato per le classi maschili o per quelle femminili. Il libro era unico e conteneva tutti riferimenti richiesti dai programmi ministeriali (le materie erano Lingua italiana, Scrittura e calligrafia, Geografia, Storia, Fisica e scienze naturali, Aritmetica e geometria, Nozioni e doveri dell’uomo e del cittadino). L’autore di questo Libro di lettura ricorda ai maestri che ha cercato di inserire tutte le discipline, salvo l’Aritmetica, “per il quale ci vuole, io credo, un libro apposta”. Lo stesso dicasi per la Grammatica perché “a parer mio, va insegnata praticamente, pianamente, e senza quasi darsi l’aria di insegnarla”. I Programmi ministeriali del 1988 sono certi che ogni insegnante “farà ottimamente scegliendo un libro di lettura, in cui non manchino i racconti morali, commentandoli e facendoli ripetere agli alunni”. Anche i programmi scolastici successivi terranno insieme gli aspetti narrativi e quelli disciplinari, anche se suggeriranno di alleggerire le informazioni in essi contenute (1894, Baccelli), per “sollevare gli alunni da un peso di studi superiore alle forze dell’età e dell’intelligenza … e per liberarli dai soverchi lavori, specie per iscritto, assegnati come compito di casa”.


