Imparare giocando è un binomio che nasce con la scuola stessa. Nasce per superare la contraddizione gioco/lavoro, tempo impegnato/tempo libero, piacere/dovere eccetera eccetera.
Anche nella scuola dell’infanzia di oggi si fanno proposte ludiche divertenti per imparare un po’ di tutto. Come se le insegnanti dicessero ai bambini: ciò che dovete apprendere non è allettante, piacevole, entusiasmante. Ma è necessario che lo impariate. Per aiutarvi noi adulti vi indoriamo la pillola.
Sarebbe bello che chi insegna fosse capace di rovesciare questo modo di pensare ed occuparsi non di “apprendere giocando”, ma di “giocare apprendendo”. Qual è la differenza? Nel primo caso il gioco vien usato per uno scopo a lui estraneo, nell’altro caso è dal gioco che nascono suggestioni e apprendimenti. L’azione del giocare viene posta in primo piano e gli apprendimenti diventano una conseguenza di una “fiducia nel gioco”.
Mettere il gioco al centro del lavoro educativo, non privilegia lo spontaneismo o la casualità. Casomai privilegia la partecipazione attiva, valorizza gli interessi dei singoli e del gruppo, tiene conto di ciò che c’è di profondo in ciò che è piacevole e stimolante. Nel gioco si concentrano tutti gli apprendimenti possibili, i bambini giocano perché vogliono conoscere, vogliono imparare, vogliono sapere. Il problema è casomai come fare a valorizzare il loro giocare, facendone fonte di apprendimento
Margherita ha portato in classe una foglia raccolta per strada. Alcuni bambini notano che è bucata in varie parti. La curiosità provoca domande. Anche da parte della maestra. “Come ha fatto la foglia a staccarsi dall’albero?”, “Chi l’ha bucherellata?”. Le risposte fioccano, e si aprono a mondi sconosciuti dove la curiosità, l’incertezza, la condivisione, la sfida, la voglia di farcela, l’entusiasmo, si trasformano in un gioco conoscitivo. Davanti ad una foglia caduta e perforata si aprono mondi di conoscenza, si apre quel gioco del conoscere che ha fatto dire a Lombardo Radice: “la mente è il giocattolo più grande”.
Theo in giardino ha preso una corda dal cesto dei materiali e cerca di usarla per saltare. Da solo non riesce a far girare la corda. Alcuni compagni provano a girare la corda per farlo saltare, ma Theo non riesce. Altri bambini riescono a saltare e piano piano attorno alla corda si forma un capannello di giocatori in attesa… Anche questo episodio ci pone la domanda: cosa c’è da apprendere dal salto con una corda? Ovviamente c’è l’aspetto fisico (oggi i bambini hanno scarse competenze motorie), che si unisce a quello emozionale (molti errori sono dovuti all’apprensione o alla insicurezza). C’è una dimensione ritmica legata alla velocità e alla cadenza (quante filastrocche ritmate conoscono i bambini di oggi?); c’è una dimensione relazionale legata alla cooperazione (in un tempo dove la competizione la fa da padrone), c’è una dimensione narrativa (legata quello che è avvenuto e alla storia personale). Dentro il gioco della corda ci sono un’infinità di apprendimenti possibili. Sta all’adulto recuperare quelli che ritiene più importanti per i bambini e per il proprio lavoro.
Giocare e apprendere è un binomio ludico interessante. Saperlo coniugare, nelle scuole dell’infanzia di oggi, è un lavoro da professionisti. Non si tratta tanto di recuperare i “saperi” (o i campi di esperienza) da quello che avviene nel gioco. Come faceva il mio maestro che ci portava a fare una passeggiata e poi tutte le volte, tornati in classe ci diceva: “Adesso fate il pensierino sulla passeggiata”. Si tratta di creare un clima ludico che attraversa la classe (bambini e adulti) e che fa diventare gioco ogni momento.


