Il cavallo nasce vivo

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Quaderno Fiume 1930-01Il 3 dicembre del 1930. anno  IX  dell’era fascista, Elio Stenta è un bambino di sette anni che frequenta la II elementare alla scuola De Amicis di Fiume in Istria. Quel giorno inizia un nuovo quaderno di compiti, esercizi, pensierini, racconti, osservazioni, diari e dettati che la maestra gli chiede via via di svolgere. Il primo di questi compiti ha per titolo Il cavallo, che il piccolo Elio sintetizza da una lezione della maestra o da una lettura appena fatta in classe, perché questa è la prassi, riportando nel suo scritto quelle cose che più lo avevano colpito e tra le altre scrive, in ottima grafia per essere in seconda classe, che  il cavallo nasce vivo. Elio è un bambino dolce e attento, molto attento al buon rapporto con la signora maestra che non corregge alcuni errori, e ricambia con buoni voti il suo impegno (non ci ingannino gli 1, 2 o 3 segnati in rosso dalla maestra.  All’epoca 1 stava per lodevole, 2 per buono, 3 sufficiente e 4 per insufficiente).
Gli animali sono al centro del lavoro di quel mese, e non mancano il declinare verbi e la circolazione sanguigna sulla quale il nostro bambino non ha incertezze: il cuore è la stazione del sangue.

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 Dieci anni dopo, a 18 anni, Elio sarà travolto dalla guerra e, se avrà avuto la fortuna di sopravvivere, sarà forse stato uno dei tanti profughi italiani che nel 1949 lasciarono Fiume transitando dall’Italia per riparare in sud America o in Australia.
Tra gli esercizi svolti nel suo quaderno c’è anche il resoconto di una passeggiata:
Quest’oggi la signora maestra ci condusse a fare una bella passeggiata. Siamo andati per la via Valscurigne e poi per una piccola scorciatoia siamo arrivati presso la caserma Diaz. Poi per l’entrata di via Trieste siamo andati nel Giardino Pubblico, in dove ci siamo fermati un po’ di tempo nel piazzale principale a riposare. Dopo il breve riposo siamo usciti dal giardino, e per il bel Viale Benito Mussolini siamo ritornati a scuola. La passeggiata mi ha piacciuto molto, come pure mi fece venire un buon appetito. 6 dicembre 193 A IX

Una passeggiata che Furio Percovich, un esule di quel periodo in Uruguay, ricordava così nella visita alla sua città natale quasi mezzo secolo dopo
Camminai a lungo per le strade della mia città ma aveva mutato aspetto: nell’edilizia, nella popolazione, passata da 60 a 200.000 abitanti. Ciò che più mi impressionò di Fiume furono le persone che incontravo per strada. Del tutto diverse dai 50.000 fiumani che l’abitavano prima della guerra. Decisi allora di non far caso alla gente e di concentrami di più sui ricordi della mia gioventù. Stranamente case, muretti, alberi, distanze, strade, tutto mi sembrava più piccolo, più vicino. Poi capii perché. La cosa era dovuta al fatto che lasciai Fiume da bambino per ritornarci adulto. Prima di lasciarla, la mia città la vedevo da un metro d’altezza e facevo passi corti: adesso anche tutto ciò che non era cambiato in tutti quegli anni mi appariva diverso. Salvo l’impressione che mi pareva di non esser mai andato via. Tutta quella mia lunga assenza era svanita d’incanto. Feci visita anche alla mia casa, sulla collina del rione di Valscurigne, da dove prima si vedevano il Golfo e le isole di Cherso e Veglia. Oggi, invece, il piazzale dove abitavo è pieno di case che lasciano intravedere soltanto il cielo. Scattai delle fotografie, mi feci coraggio e con Leandro che mi fece da interprete, salii al primo piano, bussai e chiesi agli attuali inquilini dell’appartamento in cui passai la mia gioventú, il permesso di visitarlo.
da: La voce del popolo del 31/8/2002