Titolo: Il ragazzo selvaggio.
Titolo originale: L’enfant sauvage.
Paese: Francia.
Anno di pubblicazione: 1970.
Colore: Bianco e nero.
Durata: 83 m.
Regia: Francois Truffaut.
Sceneggiatura: Jean Mandaroux.
Genere: Drammatico.
Trama: Il film si ispira a un fatto realmente accaduto: nel 1798 viene trovato in una foresta del dipartimento francese dell’Aveyron un bambino dell’età apparente di circa 12 anni, che vive nudo nei boschi, graffia e morde chi gli si avvicina, non parla ma non è sordo. Viene tuttavia internato in un istituto per sordomuti dove operano il dottor Philippe Pinel e il dottor Jean Itard.
Con un accurato esame del suo corpo si cerca di ricostruire, almeno in parte, la storia del ragazzo. Il corpo presenta molte cicatrici, tra le altre attira l’attenzione dei medici una nel collo della lunghezza di circa quaranta millimetri che fa ipotizzare un tentativo di sgozzamento. In base a questo esame il ragazzo sarebbe stato sgozzato e, creduto morto, abbandonato nella foresta all’età di circa quattro anni, più piccolo infatti non sarebbe stato in grado di sopravvivere. A quattro anni un bambino normale è ormai in grado di parlare e pertanto Pinel giudica il ragazzo, che non parla e non comprende quello che gli viene detto, un ritardato mentale irrecuperabile, proprio per questo, probabilmente i genitori avevano tentato di sbarazzarsi di lui. Da notare, tra parentesi, che fino all’inizio del Novecento, nella cultura contadina varie forme di infanticidio non erano rare in tutta l’Europa.
Itard, rifiuta la diagnosi di Pinel, e attribuisce l’incapacità di parlare all’isolamento nel quale il ragazzo è vissuto per tanti anni. Pertanto decide di provare a educare il ragazzo e ne chiede l’affidamento. Quindi lo porta nella sua abitazione dove, con l’aiuto della propria governante, utilizzando metodi ispirati alle teorie psicologiche dei riflessi condizionati e dell’associazionismo, intraprende un percorso educativo durante il quale inventa dei giochi percettivo-sensoriali che saranno, in seguito, studiati e perfezionati da Maria Montessori.
Malgrado l’impegno messo da Itard, il ragazzo non fa molti progressi: riesce a mangiare sedendo a tavola, a vestirsi, a capire alcune parole, a eseguire semplici comandi (ad esempio: “Portami l’acqua”), e a riconoscere alcune lettere dell’alfabeto.
Nei suoi occhi è sempre vivo il desiderio di libertà e la voglia di tornare nei boschi. Fugge, infatti, ma dopo breve ritorna, forse spinto dall’affetto che ormai lo lega ad Itard.
Per il grosso pubblico il film non risulta molto avvincente: la critica gli assegna poco più di tre stelle su cinque. Anche dal punto di vista pedagogico, nonostante che il medico abbia lasciato un diario dettagliato, il film non approfondisce i metodi usati per l’apprendimento e soprattutto non ha una conclusione: termina con la fuga e il ritorno del ragazzo non raccontandoci a quali risultati giunse l’opera educativa di Itard e quale fine fece il ragazzo.
Certo il film pone dei problemi che non possono non interessare gli insegnanti: Itard non è l’unico medico che si è occupato di educazione (pensiamo a Ovide Decroly e alla nostra Montessori), quale ricaduta hanno avuto i loro studi nella scuola? Quali sono i metodi clinici studiati per la conquista dell’autonomia da parte dei disabili che possono essere usati vantaggiosamente nella scuola? Quale valore dobbiamo attribuire alle attività percettivo-motorie? Quale importanza ha l’ambiente materiale e culturale nello sviluppo del soggetto?
Queste e altre domande possono spingere il pubblico interessato ad approfondire l’argomento, ad esempio leggendo dello stesso Jean Itard, Il fanciullo selvaggio dell’Aveyron, Armando Editore; oppure di Maria Montessori, La scoperta del bambino, Garzanti, in questo libro infatti la pedagogista italiana fa esplicito riferimento al ragazzo dell’Aveyron e ai metodi messi in atto per tentarne il recupero.


