– E’ permesso ? –
La porta della prima B s’apre da sé, non si sa chi l’abbia aperta, tutto avviene misteriosamente e in silenzio in questa classe, e, in punta di piedi, perché mi sembra di entrare in una chiesetta e il pavimento è così lucido che ho timore di sporcarlo, m’avvicino alla cattedre della signorina Cenci.
E’ una signorina senza età, piccola, magra, vestita di nero. Solo adesso, dopo tanti anni che non la vedo più, mi ricordo che porta o, chi sa …, portava gli occhiali. Non ci si fa caso, sono una cosa naturale in lei. Forse è nata con gli occhiali. Dalle maniche strette al polso con un nastrino di seta escono due mani piccole come quelle di una bambina, ma ossute e grinzose, due mani così lievi che dove si posano non lasciano impronta, due mani silenziose sempre in movimento, ora tolgono un granello di polvere dal tappeto che copre la cattedra, ora frugano senza rumore nel cassetto pieno di tutte quelle piccole cose che fanno felice il maestro Pagliani, ora, con un cenno, fanno morire un sussurro che s’era levato laggiù in fondo, dagli ultimi banchi:
Quelle mani fanno star zitti quaranta bambini di prima, tutti sdentati, la maggior parte rapati, ma alcuni hanno i capelli ancora come le bambine, fin sulle spalle, e, in mezzo, un gran cannolo vuoto senza crema.
Si sente, come in tutte le prime, un leggero odore di pollaio.
Non parla nessuno: Tutti a braccia conserte, con gli occhi puntati verso la maestra, senza mai volgerli né a destra né a sinistra, a gara nel fare silenzio, in esagerate positure di fissità e di attenzione. Davanti a ciascuno un quaderno con scritta la stessa frase: “Io voglio molto bene alla Patria, ai genitori, alla signora Direttrice e …”
Dovevano scrivere: “e alla maestra”, ma sono entrato io, e le penne adesso stanno tutte nella scannellatura del banco, sul calamaio è posato un pezzetto di lana perché dentro l’inchiostro non cada polvere, vicino al calamaio c’è il nettapenne fatto con tanti pezzetti di stoffa di vario colore. E non una macchia sui quaderni. Ah, sì, ce n’è una, piccolissima, sul quaderno di Marcolini, un bambino cui mancano tutti i denti meno uno che, però, dondola, attaccato per un filo alla gengiva. La signorina Cenci se n’è accorta. Come abbia fatto non lo so.
Un cenno di quella mano, ed ecco Marcolini, col quaderno, a testa china, avvicinarsi alla cattedra
C’era silenzio, prima, ma adesso ce n’è il doppio. Io stesso ho paura a muovermi. Mi guardo le dita: ho le unghie un po’ sporche. Stringo i pugni, perché la signorina Cenci non le veda. Mi tornano gli antichi terrori di scolaro, sono impaurito come Marcolini che, tremando, posa il quaderno sulla cattedra. Mi sbaglio o in quel silenzio senza uno scricchiolio, sento battere il cuore di Marcolini ?
L’ultimo dentino gli dondola come una campanella.
La signorina Cenci non parla, non dice niente. Solo guarda Marcolini e poi tutta la classe, e quello sguardo dice: “Una macchia ? Una macchia sul quaderno di un alunno della prima B ! Sino a un momento fa la prima B, era la classe modello. Oramai è disonorata…”.
Senza rumore le mani frugano nel cassetto, ecco un raschietto, una gomma da inchiostro, un bastoncino d’osso da strofinare sulla carta per far sparire la raschiatura e ridonarle il lucido. Col quaderno e coi tre arnesi Marcolini torna al suo posto, Marcolini che piange senza singhiozzare, con tante lacrime che gli vengono giù in silenzio, per le guance; e dei tre arnesi non c’è bisogno, perché una lagrima grossa cade sulla macchia piccolina e la fa sparire.
Una lagrima di Marcolini ha cancellato la vergogna che pesava sulla prima B.
Vergogne che non tornano più, vergogne dei cari primi anni nostri che basta una lagrima per cancellare…
Marcolini non piange più, nella classe è tornato il sorriso, anch’io mi sento meglio. Il segreto rimarrà in queste quattro mura, la signora Direttrice, gli altri maestri, il mondo non sapranno che nella prima della signorina Cenci è stata fatta una macchia su un quaderno di bella copia.
(da: Giovanni Mosca, Ricordi di scuola, Milano, Rizzoli, 1939; ora RCS libri, nella collana Bur, scrittori contemporanei, 2010)
la fotografia di Giovanni Mosca è tratta da: www.notiziediprato.it
Giovanni Mosca (Roma 1908 – Milano 1983) – come si legge in quarta di copertina dell’edizione 2010 – fu giornalista, scrittore, umorista, vignettista. Insieme con Giovannino Guareschi fondò il celebre settimanale umoristico “Candido”. Fra le sue opere ricordiamo Non è ver che sia la morte…, La signora Teresa, Il nuovo galateo, La storia d’Italia in 200 vignette.
Ma anche traduttore di latino, autore di teatro e maestro elementare dal 1931 al 1936, esperienza da cui nasce nel 1939 Ricordi di scuola, un best seller del suo tempo. ristampato e letto fino ai nostri giorni, in cui l’autore in modo lieve e affettuoso guarda alla scuola elementare mescolando insieme i ricordi del maestro con quelli del bambino che era stato.
Nella prefazione Mosca aveva scritto:
Io vi parlo qui del tempo in cui, ragazzi, anda-
vamo a scuola; del tempo che vorremmo tornasse,
ma è impossibile. Dei sogni, delle speranze che ave-
vamo nel cuore; della nostra innocenza; delle luc-
ciole che credevamo stelle perché piccolo piccolo
era il nostro mondo, basso basso il nostro cielo.
Vi parlo delle stesse cose che voi ricordate, e se
ve le siete scordate v’aiuto a ricordarle.
Di quelle cose perdute che voi ora ritrovate nei
vostri figli, e vorreste – tanto sono belle – che non
le perdessero mai.
Corrado Augias lo ha definito un libro tenero e antico, infatti è vero che i ricordi della scuola elementare sono teneri perché tenera è l’età che raccontano e antico perché il mondo che Mosca ci rappresenta e lo stile con cui lo fa sembra essere molto lontano, troppo dai nostri giorni. Tuttavia, come gli altri autori ricordati in questo settore del Museo della Scuola, anche Mosca è un prezioso testimone della storia della scuola elementare e la cura con cui ci descrive l’ambiente ed il contesto umano della nostra scuola degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso è pari al valore di molti autorevoli studi sullo stesso tema.
UC


