Alla metà degli anni sessanta del secolo scorso, con un bel diploma di maestro feci domanda come supplente in diverse scuole elementari. Entrando così nella professione attraverso quel tirocinio che si fonda sui guai altrui. Senza molte speranze di essere chiamato però, perché erano quelli gli anni in cui l’elenco dei supplenti ordinato per punteggi delle “tante” maestre e quello dei “pochi” maestri, fino ad allora distinti, vennero unificati in un’unica lista. Questo fatto relegava me dal ventitreesimo posto in graduatoria che avrei occupato nella lista dei soli maschi, ad uno che mi metteva oltre il cinquecentesimo, con probabilità di lavoro quasi nulle.
Passò infatti l’autunno e le vacanze di Natale senza il minimo segnale che la scuola elementare avesse bisogno di me ma, inatteso in febbraio, la direzione della scuola che avevo frequentato da bambino mi convocò.
Confesso che mi sentii molto gratificato all’idea di rientrare nella mia vecchia scuola e magari di incontrare insegnanti che mi avevano conosciuto da alunno, ma al tempo stesso non mi nascondevo che ero di fronte ad un’esperienza nuova e tutta da capire.
Quando mi presentai, la Direttrice mi ricevette nel suo ufficio, mi chiese se avevo già fatto supplenze e, al mio no, mi guardò con un velo di dubbio in viso. Mi comunicò che si trattava di una terza, che la maestra sarebbe stata assente per una decina di giorni e che mi chiedeva di svolgere un programma preciso.
– Venga con me, maestro.
Mi disse decisa e autoritaria, e si avviò verso le scale fermandosi alla porta di una classe messa a metà tra il piano della direzione e quello successivo. Un’aula isolata dalle altre. Entrò e mi fece cenno di aspettare. Io da fuori colsi senza vedere l’alzarsi in piedi degli alunni e poi il più assoluto silenzio.
Sentii la Direttrice spiegare alla classe che la maestra non stava bene e che aveva bisogno di alcuni giorni di riposo, che comunque la loro maestra aveva lasciato precise disposizioni sul lavoro da fare e che si aspettava da loro diligenza e buoni comportamenti.
Il silenzio rimase assoluto
– Si accomodi maestro. Mi sollecitò la direttrice facendomi cenno di entrare.
Varcata la soglia mi trovai davanti ad una nuvola di grembiulini bianchi e fiocchi rosa, sopra ognuno dei quali c’era una bocca aperta e due occhi sbarrati che seguivano il mio ingresso, fino alla cattedra dove la direttrice pose un foglio di quaderno scritto in bella scrittura.
– Questo è quanto gli chiede di fare la maestra di questa classe per non rimanere indietro al programma che sta seguendo. Dopo l’uscita venga in direzione. Buon lavoro.
Appena uscita e chiusa la porta guardai le mie prime alunne e, con tono normale, dissi:
– Sedete bambine.
In un colpo solo si sedettero, gli occhi scesero di livello, ma non smisero di guardarmi.
Il silenzio si fece ancora più assoluto.
Non era passato neppure un secondo di quell’eternità sospesa in cui io e loro cercavamo di capire che cosa stava per accadere che, da qualche parte dell’aula, si sentì chiaro, anche se sommesso, un pianto.
In sequenza geometrica e ad una velocità non misurabile tanto fu veloce, l’intera classe mi mostrò tutta la disperazione possibile: tutte, nessuna esclusa delle bambine, si misero a piangere.
– Che faccio adesso ? pensai. E la tentazione di alzarmi e rinunciare si trasformò in un blocco doloroso al diaframma.
Senza riflettere però, quasi in automatico e non per folgorazione pedagogica dissi:
– Lo sapete che quando ero bambino venivo anch’io a questa scuola ? La mia classe era nel corridoio dei maschi dall’altra parte della scuola, dove c’è il cortile con l’albero e tutte le vetrate. Ci siete mai state in quel cortile ?
Una, una sola mano si alzò e si riabbassò velocemente quando fu chiaro che era la sola.
– Visto che non ci siete mai state, andiamoci adesso. Mettetevi in fila.
Ordinate, silenziose, occhi rossi e non del tutto asciutti, si misero davanti alla porta e, io davanti con i miei venti anni e 184 cm di altezza e dietro le trenta e più bambine che si tenevamo per mano a coppie, sfilammo per scale e corridoi, sotto lo sguardo indagatore e critico dei custodi e delle custodi che incrociavamo, fino al cortile sconosciuto.
La sosta nel nuovo spazio non durò molto, ma durò quel tanto che fu necessario alla bambina che aveva alzato la mano di prendere il coraggio di avvicinarsi a me e dirmi:
– Io ci vengo il pomeriggio dopo la mensa. Io resto al doposcuola.
– Anch’io – risposi – ci venivo come te, perché anch’io restavo al doposcuola
Il ghiaccio era rotto.
Dopo l’uscita, ligio ai doveri, andai in direzione. La Direttrice mi chiese perché ero uscito di classe con le bambine in un’ora in cui è regola stare in aula perché i custodi puliscono i corridoi. Le dissi papale papale che cosa era successo dopo che lei mi aveva lasciato e se n’era andata chiudendo la porta.
Mi sorrise e mi congedò marcando il fatto che fino all’intervallo non avrei dovuto uscire e far uscire nessuno..
I giorni passarono in fretta, un po’ seguendo quello che la maestra della classe mi aveva chiesto di fare, un po’ proponendo cose che mi servivano a capire meglio il futuro che mi ero scelto. L’ultimo giorno salutai le bambine e dissi loro che ero stato bene con loro, che erano brave e che la maestra doveva essere orgogliosa della sua classe.
Si fece un gran silenzio, eh sì, successe davvero la stessa scena: dal fondo dell’aula partì un pianto a cui si associarono tutte, ma era tutto un altro pianto.
Poco tempo dopo fui richiamato per una supplenza in una quinta classe, questa volta maschile. Di nuovo la Direttrice mi riceve nel suo studio e questa volta mi illustra la situazione della classe, mi raccomanda la massima attenzione perché tra gli alunni ci sono vari pluriripetenti un po’ troppo vivaci da controllare bene: Mi informa che il maestro mi lasciava libero di fare da me senza indicazioni particolari del programma da svolgere e mi scandisce che per ogni evenienza Lei era sempre pronta ad intervenire.
– Faccia lei, ma mi raccomando la disciplina.
Chiamò una custode che mi conosceva fin da bambino e l’incaricò di accompagnarmi in classe.
– Stia attento maestro, è la classe del Miccichè, disse la custode e non aggiunse altro perché eravamo già arrivati, appena due porte dopo quella della direzione.
– In piedi, c’è il maestro, disse facendosi da parte per lasciarmi il passo e subito, chiudendosi la porta alle spalle, uscì dall’aula.
Guardai in giro e invece di salire in cattedra mi misi tra questa e le file dei banchi. Nessuno si mise a sedere, ma non perché non avevo dato l’ordine di farlo, ma per l’attesa di qualcosa che sarebbe dovuto accadere. Gli sguardi infatti non erano rivolti a me ma ad un biondino, basso di statura, asciutto nel fisico e con un visetto vispo che Collodi avrebbe sicuramente preso a campione per un suo personaggio, che stava in piedi accanto al primo banco davanti alla cattedra, ad un metro da me.
Novello David contro Golia il biondino mi venne ancora più vicino, con aria provocatoria dicendo
– Io sono Miccichè e te chi tu sei ? Frase che a Firenze, così costruita è una palese dichiarazione di sfida.
Seppi poi che a partire da questo esordio il piccolo Miccichè aveva messo in fuga più di una supplente e che la mia chiamata era il frutto di diverse rinunce. Scena che tutti i suoi compagni di classe si aspettavano e che serviva a lui per riconfermare il suo ruolo di leader della classe.
Questa volta, tuttavia, aveva valutato male il nemico. Se ero del tutto spiazzato di fronte a trenta bambine piangenti, con i maschi ero più che pronto: eravamo nel mio quartiere, dove ero cresciuto con alle spalle dispute quotidiane con gli altri bambini e ragazzi e sapevo che c’era una strada sola da percorrere: non dar tempo al nemico di misurarmi e attaccare per primo.
Perciò rapido gli stesi le braccia lungo i fianchi e tenendogliele strette al corpo lo sollevai all’altezza del mio viso. La sorpresa di non essere più con i piedi per terra gli impedì di reagire ed io ne approfittai per dirgli:
– Io sono il maestro e tu sei lo scolaro. Il maestro insegna e lo scolare ubbidisce al maestro.
Mentre gli dicevo questo lo portai sulla verticale del sedile del banco, aprii le mani e lo lasciai cadere.
In quell’occasione San Bambino e San Maestro ci misero del loro perché Miccichè si ritrovò seduto al suo posto senza il minimo danno.
– Seduti e quaderno a quadretti sul banco – ordinai – Scrivete: problema … e dettai un problema da risolvere.
Nessuno fece parola. Miccichè mi guardò con l’ammirazione che ha il combattente leale verso il nemico che l’aveva sconfitto. Prese il quaderno e cominciò a scrivere.
Poco dopo, mentre tutti erano intenti al lavoro, la porta dell’aula si socchiuse e la testa della custode fece capolino, diede uno sguardo in giro e rapidamente si ritirò chiudendo la porta.
Poco più tardi, mentre eravamo presi in una discussione dello svolgimento da seguire per la soluzione del problema, la porta si aprì di nuovo e, seguita dalla custode, entrò la Direttrice.
Si alzarono tutti in piedi senza che nessuno dicesse nulla e rimasero in silenzio.
– Bene, bravi, vedo che lavorate con impegno. Disse la Direttrice e rivolta a me:
– Maestro, va tutto bene ?
– Tutto bene è una classe di bambini veramente educati, stavamo ragionando su come risolvere un problema. Risposi
Mi gratificò di un secondo sorriso e nell’uscire, disse:
– Bravi continuate così.
La supplenza, acquisita grazie al piccolo Miccichè, durò più del previsto e fu la seconda ma anche l’ultima per me di quell’anno scolastico. Di quella classe ricordo anche che in tutta la mia carriera è stata l’unica volta in cui sono stato chiamato “Signor maestro”.
(Umberto Cattabrini)
ps La fotografia messa ad illustrare queste note sulla mia prima supplenza non è della classe citata, ma è comunque una classe terza, più o meno di quegli anni che me la ricorda abbastanza, per il numero delle alunne, per la figura della maestra, salvo il fatto che nessuna bambina aveva il grembiulino nero.
Ricordo ai visitatori del Museo della Scuola che queste pagine sono sempre aperte alla collaborazione di chiunque lo voglia. Una raccolta di memorie della “prima volta in cattedra” sarebbe una documentazione importante.

