
1883 c. Pastello su carta, Philadelphia Museum of Art.
Antonio Mancini è un singolare pittore italiano. Genio precoce, ha prodotto opere di una tale maestria da far esclamare al pittore John Singer Sargent “ I have meet in Italy the great living painter” (Ho conosciuto in Italia il maggior pittore vivente).
Nasce nel 1852 a Roma da genitori umbri, il padre è sarto. Trasferitasi la famiglia a Narni, viene educato dagli Scolopi, mentre inizia ancor fanciullo il praticantato presso un doratore. Nel 1865 la famiglia si sposta a Napoli dove di giorno continua a fare il decoratore e la sera studia con i frati Gerolimini a San Domenico maggiore. Qui incontra Vincenzo Gemito col quale frequenta lo studio del pittore Stanislao Lista. A 12 anni è talmente bravo che viene ammesso all’Accademia di Belle Arti, vincendo nel 1866 il primo premio della scuola di figura. Lo spettacolo della vita popolare, variopinta ed umile si riversa nella sua prima pittura; a San Gregorio Armeno dipinge il primo capolavoro: ”Lo scugnizzo”. Molto costruttivo fu anche l’incontro con l’insegnamento anti-accademico di Domenico Morelli, che lo avvia allo studio della grande pittura seicentesca, il naturalismo napoletano. I suoi docenti lo ammirano già come un maestro. Nel ’70 apre uno studio con Gemito ed altri. La sua tela ”Figura con fiori in testa” fu acquistata dal musicista belga Albert Cahen, che ne divenne il primo mecenate e lo mise in contatto col mercato artistico internazionale.
Tramite lui Mancini espone al Salon parigino del 1872 “Dernier sommeil “(ultimo sonno) e “Enfant allant a l’école “ (fanciullo che si reca a scuola), nel 1873 l’opera “Orfanella”.
Inizia così per lui una consacrazione artistica , specialmente negli ambienti qualificati, a cui non corrisponderà una altrettanto immediata sicurezza economica, per cui a lungo dovrà affidarsi a patroni e mecenati per vivere.
Conosciuto l’affermato pittore spagnolo Mariano Fortuny, suo estimatore, viene segnalato alla grande casa d’arte parigina Goupil, che eccezionalmente accetta di vendere i suoi quadri a distanza.Per questa opportunità nel 1875 si reca a Parigi, dove si incontra con De Nittis e Boldini e conosce i grandi pittori dell’impressionismo, tra cui Degas e Manet.
Nel 1875-76 cerca di crearsi un mercato anche a Roma ma senza successo, perciò a marzo ’77 torna a Parigi con Gemito, col quale stringe un patto economico che presto manderà in rovina la loro amicizia.
Disagi nella vita mondana parigina, difficoltà economiche, nostalgia e dissapori minarono i suoi nervi, costringendolo al ritorno per cure a Napoli. Nell”81-’82 è internato nel manicomio di Napoli, dove però continua febbrilmente a dipingere. Nel 1883 viene dimesso, i suoi antichi docenti e alcuni nobili lo sostengono economicamente, permettendogli di trasferirsi a Roma, protetto dal marchese del Grillo, che gli apre le porte di molte committenze e conoscenze, tra cui molti collezionisti stranieri. Suo estimatore è il pittore-banchiere olandese Mesdag, che acquisterà molte opere di Mancini e infine le donerà al Museo dell’Aia.
Dopo il 1877 inizia a dipingere usando due telai di corda, in scala, uno sul soggetto ed uno sulla tela, per rendere alla perfezione il disegno dei suoi soggetti. Nel 1894 ritrae la madre dell’economista Maffeo Pantaleoni, opera con la quale viene premiato alla Esposizione Universale di Parigi del 1900. Ne ricava ulteriore notorietà e l’invito a recarsi prima a Venezia, dove espone alla Biennale, per eseguire ritratti di diversi esponenti delle famiglie patrizie. Per lo stesso motivo nel 1901 e nel 1907 è a Londra e a Dublino, ospite di committenti e amici di Sargent.
Mesdag gli organizza mostre personali di successo a L’Aia e a Dordrecht, mentre viene premiato all’Esposizione di Monaco di Baviera, a Duesseldorf e perfino a Saint Louis.
Finalmente ottiene contratti con mercanti, prima Messinger, che gli apre un atelier a Santa Maria del Popolo, poi Du Chene, che lo ospita a Frascati nella sua villa . Nel 1920 la Biennale di Venezia gli dedicò una mostra personale con numerose opere recenti comprate in blocco da un gruppo di industriali. Conquistò così la tanto desiderata agiatezza economica, vivendo a Roma con il fratello ed il nipote e vedendosi tributare riconoscimenti, la retrospettiva all’Augusteo per i 75 anni, e onori, la nomina ad Accademico d’Italia nel 1929. Morirà a Roma il 28 dicembre del ’30.
LA POETICA
Mancini viene annoverato tra i pittori della corrente Verista, la versione italiana del Realismo.
La verità della rappresentazione scaturisce dalla sua bravura tecnica nel disegno e nell’incarnato, dal chiaroscuro luministico, dalla trattazione in intensità e matericità dei colori, che padroneggia fino a creare, suggestionato da grandi maestri come Velasquez, una propria personale ed efficacissima modalità di macchiatura che lo renderà immune dall’incontro con l’Impressionismo. La scelta di rappresentare la vita umile, in forma aneddotica e partecipativa, avvicinandolo ai grandi maestri del ‘600, lo distanzia dall’accademia paludata. Mancini però non ha di mira la denuncia sociale, benché non risparmi ogni crudele dettaglio della condizione dei miserabili: gli occhi cerchiati dei bambini, l’aspetto macilento, i poveri vestiti laceri o fuori misura, le squallide suppellettili e i modesti ambienti. Mancini partecipa emotivamente e rende i tratti vitali dei soggetti che descrive con partecipata e raffinata penetrazione psicologica. Al contempo circonda il soggetto profano di una aura mitologica e talvolta eroica, come nella pittura religiosa del passato, facendolo assurgere a esemplare platonico.
L’INTERESSE PER L’INFANZIA
Memore della propria infanzia, precocemente sacrificata al lavoro, Mancini è un fine descrittore delle fasi di questa, dei suoi moti psicologici, dei suoi tipici atteggiamenti e delle sue espressioni. Ritrasse volentieri soggetti sia maschili che femminili, quasi sempre,facendo eccezione per dovere di committenza, figli del popolino, scugnizzi dei vicoli napoletani.
Ebbe come modello preferito il figlio della sua portinaia napoletana, Luigiello, che ritrasse numerose volte e a diverse età, sia nella condizione della vita ordinaria, come scolaro, che in vesti storiche o travestimenti (saltimbanco, spadaccino) . Si racconta che, recatosi a Parigi e constatato un danno ad un ritratto, abbia fatto venire il bambino da Napoli fin là per ritoccare realisticamente l’opera.
LO SCOLARO
Due opere di Mancini sul tema della scuola ci sembrano notevoli perché ritraggono il piccolo Luigi in due diverse età scolari

Il dipinto, intitolato Lo studio, che si trova presso la galleria d’Arte Moderna di Roma, fu realizzato nel 1875-76 circa.
Fu studio preparatorio per l’opera definitiva che adesso si trova al Museo d’Orsay, a Parigi.
In questa prima opera il soggetto ha circa sette anni è vestito poveramente,con gran chioma incolta e annodata, da angioletto, arriva a malapena al tavolo, con sforzo delle braccia ed una postura che disloca il collo nello sforzo di appoggio a sinistra. Sono presenti due elementi di forte pathos: le mani tormentosamente intrecciate, protagoniste in primo piano e l’espressione malinconica e affaticata degli occhi, a sottolineare quanto sono sgraditi il dovere e lo sforzo della lettura. il tutto è risolto cromaticamente con ocre, terre di Siena e poco rosso, mentre tonalmente uno schiaffo di luce da sinistra inonda il volto del fanciullo, il ripiano del tavolo e la pagina aperta del libro, che riverbera la sua luce sulla guancia in ombra di Luigiello. la profondità è ottenuta dal cumulo di cenci in primo piano e dalla scansia colma di libri impilati che sembra simbolicamente gravare alle spalle e sulle spalle del bambino. E’ presente un riferimento alla pittura devota del Seicento, con il soggetto supplice e penitente, ma la pittura è efficacemente resa con sintesi moderna.

In quest’altro dipinto: Il piccolo scolaro (Le petit écolier) il figlio della portinaia è più cresciuto, sui nove-dieci anni, ritratto in un momento di pausa dalle fatiche dello studio, seduto dietro ad un tavolo, all’interno di un ambiente dal muro scortecciato e mangiato dalle muffe, con povere suppellettili: un mobile polveroso con sopra una pila di libri sciamannati, alle spalle di Luigi, una cassapanca di sbieco in primo piano, sormontata da un’anfora , come se ne trovavo sovente nei quadri di Velasquez, un cencio bianco posto sull’angolo del tavolo a fare da ponte tra il bambino ed un braciere circolare di latta posto a lato. Anche gli abiti pesanti e scuri del fanciullo, con il collo protetto da una sciarpa verdognola, evidenziano la condizione invernale della scena. Ad un triangolo di oggetti chiari – anfora, libri, panno sul tavolo- fa da contrappunto cromatico un triangolo scuro formato da cassapanca, braciere e abiti del fanciullo, mentre il tavolo taglia la stanza in due spazi, messi in comunicazione dal corpo del soggetto.
La fine penetrazione psicologica dello stato d’animo del fanciullo si esprime nella sua postura. E’ seduto a fatica, con un cuscino per aiutarlo a raggiungere più agevolmente il tavolo. Una mano è appoggiata davanti a sé, l’altra sorregge, facendo forza sul gomito,il volto emaciato e pallido, incorniciato da una lunga chioma scura di capelli arricciati. L’espressione è seria e penetrante, da piccolo adulto, ed è sottolineata dallo scavo arrossato degli occhi del bambino. Una luce da sinistra crea una atmosfera aerea palpabile. Questo quadro rappresenta una delle maggiori pagine del verismo, psicologicamente partecipato, di Antonio Mancini.
Enio Lucherini
Bella la selezione che dianthos1 ha fatto su youtube della produzione di Mancini sul tema dei bambini
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