Weary (stanco) – di Florence Ada Fuller

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“Rule Britannia, Britannia rule the waves. Britons never, never will be slaves”: domina Britannia, domina i mari. I britannici non saranno mai e poi mai sottomessi.
Il sottinteso è che saranno loro al comando per sottomettere gli altri.
La fiera canzone patriottica fu seconda solo a God save the King quanto a popolarità.
Ai tempi in cui la Gran Bretagna aveva possessi coloniali che toccavano tutti i continenti e dovunque dominava con i suoi governatori ed il suo esercito, una giovane donna, armata della sua arte, percorse tutti i dominions, Sud Africa, Oceania, Francia, Inghilterra, Filippine ed India, alla ricerca di libertà e dignità per le donne e per i vinti, per gli oppressi e per i deboli. Una pietas universale sempre cercata, anche come esigenza di perfezionamento interiore, in contrapposizione agli spiriti di dominio di molti compatrioti.

Autoritratto a penna di Florence Fuller (1897)

Florence Ada Fuller (1867-1946) fu una precoce e talentuosa artista australiana, nata a Port Elizabeth, in Sud Africa. Emigrata con la numerosa famiglia a Melbourne, nel 1883 entra come allieva alla Victoria Art School della città, mentre cerca un po’ di indipendenza economica lavorando come bambinaia.
In questo periodo riceve una preziosa istruzione artistica privata da uno zio, Robert Hawker Dowling, che è affermato ritrattista e miniaturista che non disdegna dipingere quadri di aborigeni o di gusto orientalista. Con i buoni auspici dello zio, nel frattempo divenuto il ritrattista del governatore, Florence ottiene da Anne Fraser Bon, una filantropa scozzese, paladina dei diritti dei nativi australiani, la commissione del ritratto di Capo William Barak, un aborigeno divenuto con successo avvocato, allo scopo di difendere il suo popolo. La tela della diciottenne pittrice Fuller, dal tono romantico, piacque e fu acquistato dalla Libreria di Stato di Victoria. Quando nel 1886 lo zio inopinatamente decide di tornare in Inghilterra, dove in breve tempo muore, Florence Ada ne eredita la commissione di un ritratto della governatrice, Lady Loch. Il risultato delizia la committente, che diviene la mecenate della giovane artista, la quale col suo appoggio riesce ad aprire un atelier per dedicarsi totalmente alla pittura. Per migliorarsi tecnicamente entra sotto il tutoraggio di una affermata paesaggista di origini newyorchesi, Ann Sutherland. Questa pittrice è animatrice della “scuola di Heidelberg”, un movimento artistico australiano che riunisce un gruppo di impressionisti dediti alla pittura en plein air. Nel frattempo, Florence Ada Fuller realizza due opere di denuncia sociale che le danno notorietà: Weary e Desolate, mentre nel 1888 vince il primo premio come miglior artista giovane di ritratti. L’anno dopo ha successo con Inseparabili (Inseparables), opera che rappresenta una giovane che legge avvinta il suo libro. Nel 1892 Florence accompagna la sorella Christie, convalescente a Cape Town, in Sud Africa, presso uno zio paterno e vi rimane per due anni.
Qui, attraverso lo zio che è membro all’assemblea della città, entra in contatto con Cecil Rodhes, l’affarista e pioniere della futura Rodhesia, per il quale realizza, a più riprese, ritratti e ambienti. Perennemente insoddisfatta del livello artistico raggiunto Florence cerca sempre nuovi stimoli ed insegnamenti.

Nel 1894 F. Fuller giunge in Europa e si stabilisce a Parigi, dove frequenta l’Academie Julian, da poco aperta, pur tra tante resistenze, anche alle donne, ed ha per guida William Adolphe Bouguereau, il lezioso pittore pompier nemico giurato degli impressionisti. Ben presto si fa conoscere anche in Europa esponendo quadri ai Salon parigini del 1896 e del 97, a Londra nel 1897 e nel 1904 (Royal Academy), a Manchester e finanche a Berlino. Dopo un decennio europeo ritorna in Australia, a Perth, presso una delle sorelle. Qui ha occasione di conoscere due esponenti di spicco della Società Teosofica, alla quale viene introdotta da Charles Webster Leadbeater, un controverso personaggio, ricoprendo ruoli alternativamente di segretaria, tesoriera, bibliotecaria. Per proseguire la sua iniziazione viaggia nelle Filippine e in India, presso la casa madre di Adyar. In questo periodo ritrae vari confratelli del credo teosofico. Ritornata in Australia si dedica alla produzione di miniature finché nel 1920 l’Associazione delle Artiste del Galles meridionale fonda una scuola di Belle Arti in cui Florence diviene insegnante. Purtroppo una malattia mentale inizia a minarla irreversibilmente, finché non viene ricoverata al Gladesville Mental Asylum, dove resterà fino alla morte, avvenuta il 17 luglio 1946.

Florence Fuller, Weary, 1888

Weary
Weary (Avvilito, Stanco) e Desolate (Desolato, Solo), dipinti nel 1888, sono quadri simili sullo stesso tema: l’infanzia abbandonata che, nonostante le molte risorse della colonia australiana, vive per strada di espedienti, tra la noncuranza generale delle amministrazioni e della comunità. Un bambino di età scolare sta seduto in panni raccogliticci e a piedi scalzi, arreso e stremato nella sua estrema tristezza, gli occhi bassi, a ridosso di un muro istoriato da rutilanti manifesti pubblicitari, segno di una città opulenta, come mostra la quinta libera dal muro a sinistra, che lascia intravedere in lontananza il porto di Melbourne in febbrile attività, con lo scarico di merci, navi mercantili attraccate, ciminiere svettanti, capienti magazzini. È una manifesta denuncia sociale, un uso militante dell’arte, che rivela una giovane Florence combattiva e già sensibile ai temi più radicali e progressisti dell’epoca: il riconoscimento della dignità degli aborigeni, il diritto delle donne alla piena emancipazione, la protezione dell’infanzia come segno distintivo di una umanità che sa riconoscersi nelle creature più deboli e bisognose di protezione.
La pittrice adopera uno stile che potremmo definire realismo idealizzato, che già si era espresso nel ritratto del capo aborigeno Barak. La cura dei particolari è quasi fotografica, arte in cui Florence si dilettò, il chiaroscuro è delicato, i tratti del fanciullo, nonostante le ingiurie della vita che conduce, sono nobili e fini, curatissimi i dettagli anatomici, come fosse una apparizione angelica. La condizione miserabile è accentuata da una gamma limitata di colori. Una monocromia ocra sottolinea in primo piano terra, abiti e cappello vuoto di elemosine del fanciullo. Una cura virtuosissima è posta dalla pittrice nel rendere il tappeto verticale di manifesti pubblicitari della parete, i bordi lacerati e sfrangiati della carta, le grinze, i viraggi subìti dagli inchiostri colorati ad opera del tempo, della colla, della luce. Anche i caratteri grafici sia per tipologia di scrittura che per colore sono di un realismo sorprendente. È una riprova del fatto che Florence Ada Fuller, che fu pittrice di molti generi, anche apprezzatissima paesaggista, sicuramente raggiunse i livelli più alti della sua produzione proprio nel ritratto, ai cui segreti era stata iniziata dai numerosi maestri.