“Maestro, ma esiste il paese dei balocchi ?”

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Maestro Mauro Sbordoni al suo primo anno di scuola 1962Mi era stata assegnata una seconda elementare maschile di quattordici alunni, turno pomeridiano. Erano tutti bambini di famiglia modesta. Eppure anche fra di loro vi erano delle differenze sociali, spesso ascrivibili più che a reali disparità di condizione e di status  a diversi livelli di integrazione e di   aspirazione sociale delle famiglie . L’indicatore più immediato, e sufficientemente  attendibile, di queste differenze era dato dallo stato del grembiule e dei relativi accessori. Il bambino dal grembiule di tessuto opaco e dal colore nero spento , senza colletto (bianco) e senza fiocco (blu), era il bambino di condizione più semplice; vi erano poi le diverse gradazioni al cui vertice si poteva collocare il bambino con grembiule a tessuto lucido tipo raso con effetto cangiante, colletto semirigido, grande fiocco blù anch’esso tipo raso. Il massimo della distinzione e del tendenziale individualismo sarebbe stato rappresentato –a completamento di tutto ciò- dalle iniziali in filo rosso cucite sul grembiule. Ma onestamente non mi sembra che nessuno dei miei scolari di quella classe giungesse a tanto.
L’orario di scuola del turno pomeridiano si riduceva nella stagione invernale a tre ore giornaliere per evitare le ore di oscurità. Ripensandoci bene non so se per motivi di tranquillità (oggi si direbbe di sicurezza) o per risparmiare sulla bolletta della luce.
Il ricordo che ho dei miei alunni è nitido e personalizzato. L’immagine complessiva che è rimasta nella mia memoria è quella di bambini ben disposti nei confronti della vita scolastica, piuttosto tranquilli  nei rapporti reciproci e recettivi nei confronti del maestro. Figura che dalle famiglie era ancora vista come una figura “su”,  alla quale il bambino doveva ubbidienza e rispetto. Alla scuola veniva  riconosciuto generalmente un compito di educazione complessiva e una funzione di iniziazione. Le mamme più esigenti o con figli un po’ più vivaci o indisciplinati allora –e ancora per qualche tempo negli anni seguenti- il primo giorno di scuola  spesso si rivolgevano al maestro raccomandandosi (mentre il bambino se ne stava a capo basso tenuto per mano) di usare la massima severità “per raddrizzare questo ragazzo”.
Mi divertiva dei ragazzi la spontaneità e l’immediatezza che si esprimeva nelle loro osservazioni verbali (es:“I maestri non hanno paura di niente”) , nei suggerimenti (“Maestro ha visto “Tarzan e la donna leopardo?No?…vada a vederlo ci sono una marea di donne ignude” ), nelle domande cariche di speranza  (Maestro ma esiste il paese dei balocchi?) .
La televisione arrivava nelle aule scolastiche come eco di qualche programma o serie per ragazzi e si esprimeva con ingenui calchi linguistici: come quello di chiamare “police” (pronunciato così come si scriveva) la polizia dei telefilm di derivazione americana. Naturalmente i ragazzi  parlavano  della “police” in termini ammirativi contrapponendola implicitamente alla pigra polizia di casa nostra.
Ma prevalevano ancora nel vissuto dei ragazzi e quindi anche  nei loro racconti e  nei loro testi la dimensione delle piccole cronache familiari e dei giochi di vicinato.
(da: Mauro Sbordoni, l’Isolotto a memoria)

Mauro Sbordoni dal  1962 al 1974 ha insegnato nella scuola elementare “Montagnola” nel quartiere dell’Isolotto a Firenze. A partire dal 1970 è stato consigliere nel Comune di Firenze e  collaboratore del giornale l’Unità.  Dal 1975 al 1983 assessore  al Comune di Firenze. Dal 1983 al 1988 ha insegnato di nuovo nella scuola “Montagnola”collaborando con la rivista Riforma della Scuola. Dal 1988 è stato Direttore Didattico in varie sedi e   dal 1995  al Settembre 2003 nella scuola “Montagnola”. Terminato il lavoro nella scuola ha intrapreso gli studi di Antropologia  Culturale conseguendo  nel 2009  la laurea magistrale.  E’ cultore di questa materia nel Dipartimento di Scienze della formazione presso l’Università di Firenze.

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