Le opere di Luciano Borin appaiono sempre estremamente seducenti per la loro bellezza compositiva, per la delicatezza delle immagini, per la maestria del disegno, per la luminosità, per l’equilibrio cromatico; insomma la sua produzione artistica è talmente accattivante, seducente e, per certi aspetti, così glamour e realistica da sembrare una estensione pittorica della realtà. Altrettanto lo sono i suoi lavori preparatori a disegno, ad acrilico o a tempera. L’artista ha una tale padronanza delle molteplici tecniche pittoriche, di cui in effetti è docente, da poter sembrare, sempre ad un giudizio superficiale, un esponente dell’iperrealismo. Niente di più inesatto .
Certo Luciano Borin vuole utilizzare elementi di forte realismo, certo nel suo dovizioso bagaglio espressivo ha assimilato, da maestro e da docente, le migliori lezioni stilistiche e formali della grande pittura storica, certo da artista consumato vuole evocare,agli occhi del fruitore, immagini pregnanti e fedeli alla realtà, ma tutto questo non lo rende un esponente dell’iperrealismo.
Naturalmente le opere di Borin sono anche, sottolineo anche, un grande esercizio di stile.
A ben guardare uno stile eclettico, che reinterpreta, accentua o sfuma elementi formali tratti dalla lezione delle avanguardie: dissolvenze di piani , scomposizioni di forme, atmosfere, posture di corpi, inserti astratti, trasparenze, macchie, cancellazioni, caleidoscopi, accostamenti cromatici che di volta in volta costituiscono un tributo ad artisti come Picasso, Bacon, Kandinsky, Franz Marc, Roy Lichtenstein o a movimenti come cubismo, astrattismo, espressionismo, Dadaismo, Nuova Oggettività, Raggismo.
E l’elenco ha solo valore esemplificativo. Il tutto però viene calibrato ed utilizzato al servizio di un fine contenutistico: la poetica dello sguardo sulla condizione umana. Come “appare” agli occhi acuti ed esercitati dell’artista l’umanità della presente epoca. Le opere di Borin sono centrate nella rappresentazione di figure umane; l’uomo, e più spesso la donna, sono i soggetti centrali delle sue produzioni artistiche .
Per questo credo che non ci si possa avvicinare ai suoi quadri senza avere la tentazione, anzi direi senza obbedire all’esigenza, di una lettura sociologica e filosofica della sua arte.
Per prima cosa abbiamo detto la pittura di Luciano Borin è un puro umanesimo, un discorso sull’uomo. E come un discorso scritto si sostanzia di enunciati e di una sintassi, così la poetica dell’artista si svela nel susseguirsi delle opere che tela dopo tela illustrano la comédie humaine della modernità postindustriale.
Da una parte Borin è un realista della forza di un Balzac contemporaneo, ci descrive con estrema padronanza artistica persone, atteggiamenti, psicologie, fogge, comportamenti, abitudini, situazioni, ambienti, dei nostri giorni.
Con la maestria del disegno e del colore il pittore sa essere così preciso da restituirci la realtà anche nei particolari più minuziosi.
Per questo aspetto le sue opere, via via che il tempo le stratifica, sono anche un catalogo preciso ed accurato, una documentazione storica, delle mode: su quello che si portava indosso, su come si arredava la casa, di quali oggetti, di quali materiali si sostanziava lo stile e la vita di un preciso decennio. Un tipo di scarpa da tennis, una tipologia di pantaloni femminili, certi gadget telematici, i tavoli,gli arredi, le poltrone rimandano, per un occhio esperto, ad un preciso periodo del presente storico. Ma al di sopra di questa funzione descrittiva, da occhio neutro, così vivida e meticolosa, la pittura di Borin , vuole mettere in opera un ragionamento sugli effetti costrittivi della modernità nel sovraccaricare i soggetti umani di abiti comportamentali e psicologici imposti ai diversi momenti, alle diverse funzioni, scanditi dalla vita giornaliera.
In linea con la migliore lezione sociologica sull’uomo metropolitano, di simmeliana memoria (valgano per tutto i saggi : “La metropoli e la vita spirituale” e “La Moda”) , che viene sottoposto alla pressione del denaro, della moda e della approvazione/disapprovazione sociale, una potentissima arma coercitiva che addestra ed indirizza i comportamenti degli individui. In questo stereotiparsi docile ed ubbidiente del soggetto urbano, in questo conformarsi imitativo alla norma, Borin legge un sottile ma profondo malessere, il “disagio della civiltà ” individuato da Freud, disagio che accende piccole nevrosi e psicopatologie, che mina e avvelena anche i momenti più gradevoli della giornata, che li vela di apatia e della noia del deja vu .
Non si tratta qui di di una denuncia barricadiera od eroica, né della ricerca di aspetti estremi della crudele stratificazione sociale. I personaggi di Borin sono nostri vicini di casa, nostri colleghi, nostri amici e conoscenti, professionisti e borghesi, uomini e donne in giro per la città, nostri incontri occasionali d’ogni giorno. Sono loro, ma altrettanto appariamo così, agli occhi degli altri, noi stessi. Sono il nostro doppio, la nostra immagine riflessa.
I soggetti metropolitani portano inconsapevolmente, quindi come se per loro fossero naturali, le roussoiane catene della civiltà, anzi, per meglio dire, stavolta seguendo Adorno e la Scuola di Francoforte, le catene della civilizzazione.
Hanno acquisito abiti comportamentali seriali caratteristici delle funzioni sociali espletate, entrano totalmente nella parte del ruolo che esercitano: che si tratti di vacanzieri al mare, che si tratti di genitori che portano i figli al parco-giochi o di acquirenti in fila alla cassa del supermercato, che si tratti ancora di turisti o che si rappresentino momenti di socialità di coppia, comunque e sempre i soggetti rappresentati, pur avendo precise connotazioni fisiognomiche, vengono elevati a rappresentanti universali di un modo d’essere/agire uniforme, frutto di addestramento sociale.
Ad ogni situazione corrisponde una docile prestazione sociale appropriata, un atteggiarsi, un relazionarsi che trasforma la persona in attore, manichino alienato sussunto ad esemplare di quel gesto conveniente ed approvato: è l’acquirente, il vacanziere, il turista , il genitore, l’automobilista, il partner, il fruitore del tempo libero. Conversare, telefonare, passeggiare, fare shopping, incontrarsi con gli amici, tutto si riduce ad una consumata, beneducata ritualità sociale funzionale e spersonalizzante.
Gli stati d’animo sono spesso di noia, indifferenza o assenza dal gesto, come se la sua ripetitività seriale insoddisfacente costringesse la mente a rifugiarsi altrove, in pensieri segretamente ermetici e criptati, che non trovano una corrispondenza sincronica col momento vissuto.
La mente è altrove, è capta, mentre il corpo si esprime nella serialità automatizzata del momento. Il soggetto moderno è perso nella ritualità sociale, infelice ed inappagato, cosa in mezzo alle cose di cui si circonda, in una progressiva svalutazione di senso e di valore di sé e del mondo umanizzato. Perfino lo spazio risente degli sviluppi della fisica moderna, della fisica metropolitana: si frantuma, si scompone, si stratifica, si scinde, si accumula secondo piani di dissolvenza che denotano una perdita di realtà, una smaterializzazione, una usura inevitabile della pregnanza ontologica del mondo.
Se la sociologia del secolo scorso, ancora ottimistica, faceva della appartenenza alle cerchie sociali più elitarie la fonte primaria di arricchimento della personalità, lo sguardo di Borin sull’uomo finisce per dubitare della differenziazione sociale come fonte di valore. La cerchia sociale trasforma l’essere umano in un normotipo rappresentativo, depotenziato sempre più della propria demonica personalità e della propria interiorità. Il soggetto diventa “uomo ad una dimensione” (Marcuse) appiattendosi nella prestazione che sta svolgendo. Perfino l’eros femminile, molto presente nelle tematiche boriniane, che emerge potentemente dalla splendida resa delle forme, dallo splendore degli incarnati, dalla sensualità delle parti anatomiche sapientemente rese dal disegno e dalle tinte, si incanala in posture funzionali che denunciano stereotipi acquisiti dal soggetto, routines apprese per imitazione e moda.
Sono forme di imitazione sociale gregarie, involontarie ed incoscienti e come tali spodestano la spontaneità, fanno retrocedere la personalità irriducibile a residuo.
Imperversa un pensiero unico, un conformismo sentito come forma espressiva propria, perchè il soggetto non sa porsi in altro modo oltre gli stereotipi dai quali è vissuto.
Luciano Borin quindi con la sua pittura di descrizione/denuncia degli effetti della socializzazione moderna finisce per metterci sotto gli occhi non ciò che appare, bensì la condizione di sofferente insoddisfazione dell’individuo dis-tratto, tirato fuori dal proprio essere, tormentato da reificazione ed alienazione. Come ebbe a dire nel ’68 Herbert Marcuse:-Stiamo vivendo in un’epoca di confortevole, diffusa, levigata non-libertà.
Eppure la poetica di Borin sa additarci anche quel quid individuale che per ora sfugge al “principio di prestazione”, sa suggerire una speranza, che si radica nella bellezza residuale del mondo.
Il mondo attuale è quanto resta del mondo primigenio dell’età dell’oro, dopo le apocalittiche trasformazioni della modernità: la natura all’epoca dell’industrializzazione cibernetica.
L’uomo attuale è quanto rimane dal lavorìo corruttivo ed uniformante delle merci e del feticismo delle mode. Eppure, sembra dirci l’artista, nella modernità noi occidentali abbiamo trovato conforto, siamo sfuggiti ai bisogni primari, alla penuria e alle altre limitazioni della persona umana. Pur immersi nelle contraddizioni abbiamo conquistato tempo di vita liberato dalla necessità e abbiamo aperto la strada a potenzialità nuove. Dobbiamo imparare a comandarle e padroneggiarle, invece di subirle passivamente e pervasivamente, per ottenere una rigenerazione del soggetto umano e del suo mondo.
Borin e l’infanzia.
Forse per l’infanzia potremmo fare un discorso a parte. L’occhio del pittore cerca di restare scientificamente neutro nel descrivere con maestria i tratti propri della fisionomia infantile, ma al contempo non riesce a contenere la distanza affettiva, quel sentimento di tenerezza che i bambini inevitabilmente suscitano, il pittore sembra accarezzare i soggetti con sentimento e partecipazione. Il distacco verista non può non vacillare di fronte alla tenerezza della condizione umana nel suo nascere. L’infanzia dell’individuo ripercorre le tappe dell’infanzia dell’umanità, l’ontogenesi ripete la filogenesi, pensavano i positivisti e Freud, perciò nel fanciullo è ancora presente un insieme ricco di potenzialità spontanee non ancora soggiogate e represse.
In Marco con l’oca (presentiamo il disegno preparatorio all’olio su tela) queste potenzialità emergono. Borin descrive una periferia industriale piena di polluzione e fumi come fondale, mentre in primo piano un fazzoletto di prato, ben dettagliato nelle erbe, e l’apparizione di questo grosso e strano animale bastano per attivare la fantasia del bambino, per stimolarlo alla visione dell’oca come un compagno di giochi (il bimbo che corre scaturisce, per trasparenza di una gamba, dall’oca). Il cuore dell’osservatore rimane in bilico tra un sentimento di disagio, la natura oltraggiata dalla prepotente invadenza industriale, e di tenerezza, per la sapiente narrazione psicologica nella scena in primo piano. Cultura (economicizzata) e natura (residuale) si contendono il destino dell’essere umano, debole quanto il bambino, quanto l’animale, quanto le erbe del prato di fronte a forze tanto soverchianti.
Quindi l’autenticità intatta dell’infanzia è di breve durata, poiché la pressione sociale presto uniformerà e standardizzerà il bambino verso comportamenti che ne limitano la spontaneità L’infanzia infatti, spesso attraverso l’attraente routine del gioco funzionale, non sfugge al precoce addestramento sociale che obbliga ad atteggiarsi e ad agire secondo procedure seriali canalizzate e normotipiche, come previsto dalla società per questa classe di età .
In Al parco giochi due genitori in abbigliamento estivo ed in atteggiamento posturale di attesa leggermente annoiata, aspettano che il timer dell’ippopotamo in plastica, sul quale la figlia si sta dondolando con composto consumismo di gioco, abbia concluso il suo corso mangiandosi il gettone . È il rutilante ippopotamo di plastica che è congegnato per imporre la prestazione, la bimba è complemento intercambiabile, è agíta dal gioco, non lo determina.
I giochi divengano esercizi addestrativi, come nel caso de Lo scivolo o de La giostra, mentre la stessa azione naturale del bere richiede una prestazione complessa e consumistica,attraverso l’impiego della bevanda in lattina ( ma quanta bellezza nell’incantevole rappresentazione della bimba!) che, ridotta a residuo, potrebbe contribuire, come barattolo abbandonato, alla polluzione crescente e caotica del mondo circostante, presentato in accumuli e sfaldamenti di piani, sui quali affondano i piedini della bimba.
Prime letture
In questa deliziosa opera l’elemento che cattura l’attenzione in prima istanza è l’armoniosa, vivida e luminosissima esplosione di colori caldi: gamme di rossi, gialli, ocra che sapientemente duettano per contrasto con i vitrei inserti cilestrini freddi.
Dalla fusione emerge come protagonista il corpo seduto del fanciullo e soprattutto la testa, vista di profilo, gli occhi in corta distanza focale, diretti sulla lettera e il rigo che l’indice della mano destra sta puntando. Il libro intitolato Prime letture è preso effettivamente dalla realtà editoriale italiana. È il momento miracoloso in cui, prima dell’automatizzazione inconsapevole, il bambino riesce a decifrare mentalmente il singolo segno o il gruppo di segni, sa tradurli in fonemi e li esprime in suoni, cioè LEGGE.
Mentre ascolta la propria voce il bambino alterna forti moti d’animo di sicurezza quando è spedito, o di scoramento, quando si imbatte in difficoltà, e allo stesso tempo comprende dalla propria voce narrante il contenuto, il significato dei suoni. A leggere si impara, inizialmente, con continue e elaborate operazioni mentali di interpretazione, per sfuggire a equivoci fonetici e semantici ( tare, pare, care, bare, dare ad es. ci direbbero Martinet e Chomsky, differiscono minimamente sul piano sintagmatico,ma molto su quello semantico-paradigmatico). Dunque il fanciullo della tela sta compiendo l’operazione di base più complessa che si richieda alla sua fascia di età. È un lavoro mentale che vuole concentrazione e sforzo, una forte tensione, come ci suggerisce nell’immagine la mano sinistra che preme la pagina. Un inserto della finestra accentua la funzione della prestazione, come trafiggendo la tempia del fanciullo. Certo niente dota la mente umana di una ricchezza maggiore della capacità di lettura, ma quale penoso sforzo costa al bimbo inevitabilmente l’addestrarsi per conseguire gli standard di speditezza accettati ed approvati dai grandi e dai propri pari.
La via di questo addestramento si sostanzia anche di sacrificio e noia.
Anche la scuola possiede un aspetto di pura socialità e socializzazione: giudica, sacrifica, costringe, contiene, prescrive, impone anche gesti, riti, momenti uniformanti ed inautentici.
L’osservatore è al di fuori della scuola, forse è il diaframma di una finestra che lo separa, e osserva il bimbo come lo scienziato guarda un vetrino al microscopio, come una piccola cavia, un esemplare.
[sz-youtube url=”https://youtu.be/ePXFdVvDHg8″ cover=”https://youtu.be/ePXFdVvDHg8″ caption=”Borin e l’infanzia” /]
Per chi volesse saperne di più, può visitare il sito del maestro.
http://www,lucianoborin.it





