RACCONTA UNA STORIA: La maestra

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[frame src=”https://www.museodellascuola.it/wp-content/uploads/2016/01/maestra800.jpg” width=”120″ height=”120″ align=”left” linkstyle=”pp”]Raccolse anche l’ultimo quaderno che era rimasto sul banco, mentre fuori i suoi piccoli alunni correvano felici nella vana ricerca di intrappolare qualche farfalla o di fermare una lucertola sul muro, oppure di impossessarsi della palla di stracci.
L’aula era vuota ma le urla e le grida di quei piccoli scatenati la riempivano, entravano prepotentemente dalle finestre aperte assieme ai profumi della primavera, al polline leggero e agli insetti che sembravano cercare riparo in quel luogo di serenità.
Non le pesava ciò che faceva, anzi provava una grande soddisfazione perché era quello che aveva sempre voluto fare. Sin da piccola si divertiva con i fratelli minori a giocare alla maestra; gli assegnava i compiti, li metteva in fila e a volte li rimproverava se non avevano svolto la lezione del giorno prima. Era qualcosa che si sentiva dentro, una missione dalla quale non riusciva e non voleva sfuggire.
Ogni volta che varcava la soglia della sua classe, vedeva quelle facce curiose e piene di luce si sentiva bene, trovava la forza di insegnare anche se quel giorno si sentiva poco bene. Amava tutto del suo ambiente, anche i banchi oramai consunti e le sedie scricchiolanti e che a volte lasciavano cadere qualche piccolo ospite, facendole prendere un grande spavento. Tutto si dissolveva nella fragorosa risata dei compagni e nel sorriso del malcapitato di turno.
Ricordava ancora il giorno che aveva sostenuto l’esame di idoneità all’insegnamento, la tensione e la paura di non riuscire a superarlo con la prospettiva di non poter fare ciò che più gli piaceva, ciò per cui aveva studiato. In realtà gli esaminatori furono molto gentili con lei, la misero a proprio agio e più che sulle sue conoscenze teoriche si soffermarono proprio sulla sua passione; ricevette molti complimenti e tante strette di mano, ma fino a quando non vide quei cartelloni appesi con su scritta la parola “IDONEA”, rimase stretta in una morsa d’ansia tale che non riusciva nemmeno a mangiare e a dormire.
Certo quelle settimane furono dure, ma alla fine ne era valsa la pena perché adesso si ritrovava in quella classe, unico ambiente in cui si sentiva realmente a suo agio.

Ogni mattina appena sveglia si adoperava nella preparazione delle sue cose: metteva i quaderni nella borsa, chiudeva la boccetta dell’inchiostro con forza perché non si rovesciasse nella borsa e metteva il calamaio nell’apposita custodia, quella che gli avevano regalato suo padre e sua madre il primo giorno di lavoro.
Preparava la colazione, svegliava suo marito e i suoi due bambini e tutti insieme si preparavano per la nuova giornata. Durante il tragitto verso il lavoro accompagnava suo figlia e suo figlio a scuola, poi si fermava a guardare la solita vetrina proprio davanti all’edificio scolastico. In quel negozio di cancelleria c’erano tanti oggetti belli, che sarebbero stati molto utili nella sua classe, soprattutto per quei bambini che non potevano permettersi di comprare nemmeno un quaderno e, per i quali lei spendeva parte dello stipendio, attirandosi a volte anche i rimbrotti amorevoli di suo marito.
– Quei bambini sono sfortunati. Potrebbero veramente essere bravi ma non hanno nemmeno la possibilità di avere un quaderno, qualche foglio su cui esercitarsi. Perché non dovrei aiutarli ? –  Queste erano le parole con le quali ogni sera terminava la discussione, se così poteva essere definita, con suo marito.

Una voce squillante la fece rientrare nella realtà, facendo fuggire quei pensieri che quasi sempre la accompagnavano quando ritirava i quaderni nel momento della ricreazione. Era il solito Umberto che litigava con i propri compagni di gioco perché la partita stava prendendo una direzione poco piacevole per lui.
Avrebbe urlato, poi avrebbe pianto a dirotto fino a finire tutte le lacrime, a quel punto si sarebbe messo a sedere sotto il salice piangente nell’attesa che la campanella e la voce squillante del custode li avesse richiamati per rientrare.
Ogni giorno, ogni volta, avveniva la stessa cosa. Oramai conosceva tutti i suoi piccoli alunni e, a volte si meravigliava ancora sul come riuscisse ad anticiparne le reazioni.
Sapeva benissimo che dentro quei quaderni che stringeva a se c’erano delle parole importanti, uscite direttamente dal cuore e dall’anima dei suoi piccoli studenti, un tesoro inestimabile che non a caso custodiva come in una cassaforte.
Ogni pensiero di questi bambini erano una gemma preziosa, che meritava la massima attenzione, quindi andavano custoditi gelosamente e messi nella borsa con cura per poi essere guardati la sera sotto la luce tremante, ma rassicurante della candela.
Quante volte aveva fatto mattina su quei quaderni e quante volte avevo letto e riletto ciò che si trovava su quelle pagine ruvide. Riconosceva i suoi alunni dalla calligrafia e non aveva nemmeno bisogno di guardare il nome scritto sulla copertina; riconosceva i loro pensieri, le loro aspirazioni e le loro ambizioni, ma soprattutto ogni volta riconosceva in tutti quei quaderni l’entusiasmo ed il fuoco del sapere.
Ancora una volta fu un urlo a richiamarla alla realtà. Questa volta non era un urlo singolo ma collettivo, quello dei bambini che correvano nei corridoi per rientrare nelle classi. La campanella era suonata ma lei non l’aveva sentita, così come non aveva sentito le grida del custode che richiamava tutti a rientrare e cercava di recuperare quella palla fatta di stracci.
Entrarono in classe tutti sudati ed impolverati. Qualcuno aveva i capelli in disordine, mentre Umberto come al solito entrò per ultimo lamentandosi con lei:
– Maestra i miei compagni non mi hanno fatto giocare! –
Sempre le solite parole, che però, quel giorno fecero fare una risata a tutta la classe, compresa la maestra. Il piccolo, ancora fermo sulla soglia della porta si guardò intorno e dopo qualche attimo di titubanza si mise a ridere, consapevole che forse era giusto farlo.
Finalmente poteva tornare a fare ciò che amava. Aspettò che tutti si mettessero a sedere, andò verso la cattedra e ripose i quaderni con cura nella borsa. A quel punto prese un libro, lo aprì e si rivolse ai suoi bambini:
– Adesso vi leggerò un bellissimo racconto. Parla di un bambino coraggioso che durante l’unificazione d’Italia combatté al fianco di Garibaldi. Un piccolo patriota. –
Il brusio cessò e tutti si misero attentamente ad ascoltare ciò che la maestra aveva da dire. In fin dei conti si fidavano di lei, perché ogni volta li accompagnava in un nuovo bellissimo viaggio nel mondo della conoscenza. Misero le braccia conserte sui banchi, vi poggiarono la testa sopra e si lasciarono trasportare dalla voce della loro maestra.

(di Enea Nottoli)