RACCONTA UNA STORIA: Dialogo tra una maestra e un bambino

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27I conti non erano proprio il primo pensiero nella testa da Carlo Maria Recalcati, che ancora una volta non aveva fatto la lezione per casa. Quel quaderno di color marrone, con tanti quadretti era praticamente vuoto; su di lui non era stata posata nemmeno una piccola asticella, figuriamoci una qualsiasi improvvisata operazione.
Era un bambino così carino, così dolce ed amorevole; sgridarlo non era molto piacevole. E poi suo padre era un noto industriale, molto prodigo verso la scuola. E poi la madre. Donna distinta e di grande cultura, figlia di uno dei più noti uomini d’affari del Regno d’Italia; anche lei grande sostenitrice della scuola ed impegnata nel tenerne alto il buon nome.

Carlo Maria purtroppo continuava a deludere la povera maestra Maria Imbonati, che non sapeva più come affrontare la situazione.
Finalmente un segno. La campanella suonò e decretò l’inizio della ricreazione. Tutti i bambini, vista la bella giornata di sole, anche se fredda, uscirono di corsa per dirigersi verso il cortile e lasciarsi andare ai meritati giochi.
– Carlo Maria – disse la Maestra con tono quasi ossequioso.-Potresti fermarti un attimo ?
– Certo signora maestra – rispose Carlo Maria quasi seccato che gli venisse sottratto tutto quel tempo.
Senti mio caro, ho notato che anche oggi non avevi i compiti fatti. La cosa mi dispiace e mi fa stare male, anche pensando alla tua famiglia. Sarebbe per me un grande dolore dare un dispiacere ai tuoi genitori, che tanto si prodigano per il buon nome di questa scuola. Ma insomma, Carlo Maria, ancora non ci siamo proprio !
Cosa volesse dire prodigarsi, Carlo Maria proprio non lo sapeva e nemmeno provava ad immaginarselo. L’unica cosa che sapeva e capiva era che la maestra gli stava togliendo del tempo prezioso per il suo divertimento.
Signora maestra, io vorrei fare i compiti, ma alla fine preferisco sempre giocare e il tempo per fare i compiti è sempre meno.


Carlo Maria Recalcati era stato sottratto al divertimento un anno prima, infatti i genitori, vedendo in lui chissà quale futuro genio, avevano deciso di mandarlo a scuola un anno in anticipo.
Ma insomma Carlo Maria! Sei oramai un ometto e devi prenderti le tue responsabilità. Devi capire che esiste un tempo per giocare ed uno per studiare. Adesso è arrivato il momento per te di pensare al tuo futuro e di non dare un dispiacere alla tua famiglia.
Il tono della maestra si stava facendo sempre più severo, e quasi quasi, stava cominciando a perdere la pazienza.
Ma io non mi diverto a scuola. Mi annoio mentre seguo la lezione e non vedo l’ora che suoni la campanella per andare a giocare in cortile con i miei compagni. Io sono piccolo Signora Maestra.
Carlo Maria era un bambino molto intelligente, consapevole di quali fossero i suoi limiti e soprattutto di quali fossero le sue esigenze, che purtroppo non si incontravano con i piani che gli adulti avevano fatto per lui.
– Via, Carlo Maria, non dire queste cose. Pensa se ti sentissero i tuoi genitori parlare così !
La maestra non si rassegnava. Doveva per forza trovare una soluzione a questa situazione incresciosa, trascinare il piccolo allievo nel mondo della cultura e del sapere; doveva aggirare l’ostacolo in ogni modo possibile.
– Ascolta Carlo Maria. Se i compiti per te sono troppi, oppure troppo difficili possiamo trovare una soluzione. Potremmo diminuire il numero degli esercizi, oppure eliminare almeno quelli più difficili. Potrei preparare per te delle schede diverse, cercando di aiutarti a raggiungere il livello dei tuoi compagni.
Carlo Maria non si fece alcuno scrupolo e rispose in modo molto diretto ed anche sincero:
– Ma signora maestra, io non voglio fare esercizi più facili e più corti dei miei compagni; io voglio solo giocare come i bambini della mia età !


Le parole del bambino si persero nell’aula praticamente inascoltate. La maestra aveva alzato un muro insormontabile e che il bambino non aveva nemmeno scalfito.
Sembrava un dialogo tra sordi, un dialogo tra persone che non parlavano la stessa lingua o meglio, sembrava un dialogo tra un bambino ed un adulto.
– Ma Carlo Maria, la scuola è come un gioco. Ti puoi divertire a fare i conti oppure a scrivere le parole. Non solo, giocando imparerai anche delle cose che saranno fondamentali per la tua vita futura.


La vita futura. Carlo Maria non vedeva così lontano, al massimo il suo futuro era il minuto successivo che veniva nuovamente rubato dalla maestra al gioco. La maestra sembrava non voler smettere ed oramai il tempo gli era stato sottratto quasi tutto.
Il piccolo allievo non solo non veniva capito, ma non veniva nemmeno ascoltato. Il suo grido di disagio non veniva preso in considerazione e questo lo frustrava sempre di più.
Anche la maestra era sempre più a disagio. Non sapeva come poter continuare ed andare avanti e quindi, per evitare un incidente diplomatico decise di far buon viso a cattivo gioco.
– Bé Carlo Maria, una soluzione comunque bisognerà pure trovarla. Da oggi i tuoi compiti per casa saranno adeguati a quelle che sono le tue possibilità, le tue capacità e la tua età. Con questo non voglio dire che tu sia poco intelligente, anzi, ci mancherebbe; voglio solo metterti nelle condizioni di poter essere all’altezza dei tuoi compagni !
Che cosa volessero dire quelle parole proprio non l’aveva capito, anzi, aveva percepito che la maestra lo considerasse meno intelligente dei suoi compagni, solo perché preferiva giocare che fare i compiti. In realtà lui non si sentiva così e per quanto riguarda i suoi compagni, non sentiva di essere trattato in modo diverso quando non riusciva a fare le astine, ma altresì si sentiva escluso quando non riusciva a fare un gioco e veniva lasciato fuori a guardare.

Insomma Carlo Maria imparava ogni giorno e ogni giorno imparava sempre cose nuove. Solo che in quel momento non era interessato a quello che la maestra gli spiegava; le ali di una farfalla erano più interessanti di apostrofi e virgole.
Il bambino trovò le forze per emettere ancora delle parole:
– Signora maestra, posso andare a giocare ?
Certo, vai pure -fu la risposta laconica della maestra.
Finalmente quella tortura era finita e Carlo Maria poté raggiungere i compagni nel cortile. Si guardò ai piedi e cominciò a contare i sassolini. Non si fermava più, mentre la maestra dalla finestra guardava al suo fallimento.