Figlio del pittore di corte Giovanni, Telemaco Signorini (Firenze 1835, ivi 1901) nasce cittadino del Granducato di Toscana. Dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Firenze si avvicina alle idee del positivismo francese, adottando in arte una pittura realista, impegnata in senso storico e sociale, ed in politica, a lungo, il socialismo utopista di Proudhon. Fervente patriota partecipò come volontario garibaldino alla seconda guerra d’Indipendenza. Fu anche un valente intellettuale. Animò a lungo le discussioni del gruppo di pittori fiorentini che si ritrovavano abitualmente al caffè Michelangelo, gruppo orientato verso una concezione realistica della pittura. Il pittore ebbe anche la curiosità e l’intelligenza di muoversi tra le diverse realtà pittoriche dell’Italia in formazione: fu a Venezia, Napoli, la Spezia, rivelandosi capace di assimilare i migliori apporti teorici e tecnici delle varie scuole. Fondamentale fu il suo viaggio a Parigi del 1861, perché vi conobbe Corot e le opere della scuola di Barbizon. Si mosse sempre con la consapevolezza di essere parte di un movimento intellettuale, sperimentando con Cabianca, con Borrani, con Banti le teorie che andava adottando. Sotto lo stimolo del collezionista e mercante Diego Martelli, conosciuto nel 1862, nacque prima una rivista – Il Gazzettino delle Arti – e poi un cenacolo di artisti intenti ad una pittura nuova, centrata nella resa dell’immagine così come si presenta alla vista, nella sua immediatezza di luce e colore. Riallacciandosi alle teorie scientifiche divulgate dal positivismo, si proclama che una immagine non è che una composizione ordinata di macchie di colore e di gamme di toni, composizione nella quale il nero assoluto, la linea ed il punto sono idee-limite che non si danno mai nella nettezza grafica dell’insegnamento accademico.
Ed essi si fregiarono del titolo dispregiativo, rivolto loro da un critico, di pittori Macchiaioli, per la resa a macchie di colore delle immagini prodotte. La pittura della macchia fu antesignana e poi coeva dello stesso movimento che si doveva sviluppare in Francia col nome di Impressionismo. E come questo fu pittura all’aperto di vedute, di scorci, di rappresentazioni, talvolta serene, talaltro crude della realtà sociale delle campagne, dei paesi, dei quartieri popolari. Nella pittura di Signorini c’è anche un impegno civile e sociale di coraggiosa denuncia: nel Reparto delle Agitate o nel Carcere di Portoferraio si decreta la crudeltà disumana delle strutture segregative-costrittive.
Nella seconda parte della sua vita fu ancora a Parigi, in Scozia ed Inghilterra, dove ebbe eccellenti frequentazioni e si lasciò contaminare dagli stili e dalle atmosfere trovate, riscuotendo sia in patria che all’estero successo di critica e di pubblico.
La Bambina che scrive
Si tratta di un’opera di piccolo formato (cm14,8X26,8) e appartenente ad una collezione privata. Ritorna in questa piccola immagine la tematica di attenta osservazione dei processi sociali in atto.
La giovane nazione italiana era composta da una esigua minoranza di alfabetizzati urbani e benestanti e da una immensa platea di analfabeti totali dislocati nei quartieri umili delle città e soprattutto delle campagne. Nello scegliere come soggetto una bimba, tutta protesa nello sforzo di scrivere con il pennino ad inchiostro, Signorini mette in evidenza l’importanza paritetica della acculturazione femminile, allora invece considerata non necessaria e casomai rivolta solo alle bambine di rango sociale alto.
C’è nella scena, resa sapientemente con gamme ocra di varia intensità luminosa, la fatica dello sforzo intellettuale prodotto dalla creatura, nella torsione della testa avvicinata al quaderno raddoppiato sul tavolino, nella tensione dello sguardo e della bocca. La bottiglietta di inchiostro quasi esaurito indica la lunghezza delle sue applicazioni di scrittura. Complessivamente l’opera addita la formazione scolastica come applicazione e sforzo per la conquista di un bene prezioso, la cultura, che deve uguagliare in dignità tutti i cittadini, senza distinzione di sesso.
(di Enio Lucherini)
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