Il calamo
La storia umana, quella dell’Homo Sapiens Sapiens, di cui la varietà Caucasicus è una variante essenziale, viene ripartita in diversi modi. Uno, fondamentale, è quello tra cultura orale e cultura scritta. Per capirsi: l’ominazione del Sapiens S. ha circa centomila anni, di cui cinquemila, un ventesimo del tempo, è l’età storica della scrittura.
Affidare il condensato di esperienza di ogni generazione ad un supporto molto duraturo e riproducibile ha costituito un moltiplicatore di civiltà e progresso che fa da discrimine tra cultura puramente antropologica e Cultura in senso classico.
Le prime forme di scrittura documentate sono quelle della civiltà Mesopotamica: la scrittura cuneiforme. Il supporto erano tavolette di argilla fresca, sulle quali venivano impressi caratteri per incisione, mediante un listello di legno duro appuntito da un lato e rotondo dall’altro. La parte rotonda serviva ad imprimere numeri, grossolanamente codificati come i nostri dadi (per capirsi), mentre la parte appuntita scavava lunette, righe, piccole curve, secondo il codice di scrittura che con i Greci prenderà il nome di alfabeto. Le tavolette venivano cotte, con la tecnica usata per il vasellame, ed archiviate.
Il bacchetto per la scrittura prese il nome di calamo, perchè ricavato, anche dopo la disseminazione della scrittura presso altre civiltà, dai vari tipi di canna (Calamus, Arundo) utilizzati.
Per un buon calamo serve una canna sana, di piccola circonferenza, da essiccare alla perfezione senza che si creino crepe nella siringa. La tecnica antica consisteva nel seppellire le canne selezionate nel letame, che prosciugava col calore della fermentazione chimica in modo uniforme. La canna veniva poi tagliata in cilindretti maneggevoli (tipo il nostro lapis) e appuntita obliquamente da un lato. La punta doveva essere tagliata frequentemente a causa dell’usura di scrittura.
Inventato un codice alfabetico e numerico, adottato un supporto ed uno strumento di codificazione, praticamente fu inventata la scuola. Occorreva apprendere sia il codice che la tecnica di scrittura. Se c’era scrittura serviva anche la capacità di lettura, cioè la tecnica di decifrazione di quanto cifrato. Le prime scuole furono in mano ai sacerdoti ed ebbero natura iniziatica. Successivamente nacque la professione laica dello Scriba, colui che sa scrivere e leggere, codificare e decodificare. Il potere si accorse presto di quale potente strumento di dominio della realtà fosse la scrittura e se ne servì.
La prima forma di scrittura quindi fu l’imprimitura, secondo il modello dei sigilli e dei punzoni. Le varianti di scrittura successive fecero tesoro di un’altra esperienza umana: la pittura. Fin dalla preistoria l’Homo aveva fissato le sue esperienze in pitture parietali. Si trattava di sfregare pigmenti su una parete rocciosa in modo da ottenere le forme desiderate, evocative all’occhio di animali, piante, narrazioni di caccia e guerra. Il pigmento scuro utilizzato, ricavato inizialmente da terre e vegetali in forma liquida era l’inchiostro. Il supporto, a base chiara, divennero rotoli di varia lunghezza ricavati da pelli raschiate (cartapecora) o rettangoli vegetali ottenuti incollando listelli dal sezionamento di piante come il Papiro.
Il calamo da imprimitura fu modificato spaccando la punta, come quella delle attuali stilografiche, in modo che, quando intinto nel calamaio (il contenitore dell’inchiostro) cedesse più o meno pigmento a secondo della pressione nella scrittura. Nascevano così i tratti grossi e fini. Ogni popolo naturalmente elaborò un proprio codice di scrittura, spesso come variante di un altro alfabeto già esistente. I popoli della scrittura avviarono alla civiltà gli incolti, per contatto commerciale o di civiltà. La scrittura come tecnica pittorica resterà come conquista duratura delle civiltà umane.
L’era dell’oca
Verso il 500 d.C. Il calamo fu soppiantato dalla penna d’oca
Nessuno si è mai soffermato a pensare quanto tributo di civiltà dobbiamo ad un animale da cortile, per di più per un suo prodotto di scarto: la penna dell’ala.
La penna migliore veniva dalla quinta remigante dell’ala sinistra, per i destri e dalla quinta remigante destra per gli scrittori mancini. Infatti la penna possiede una arcuatura naturale che deve restare verso l’esterno lasciando campo libero all’occhio che guida la scrittura.
La penna scelta veniva temperata al fuoco (da cui il colore affumicato che assumeva), tagliata obliquamente in 2 volte, con un taglietto verticale che divideva la punta in due linguette. Frequentemente la punta veniva aguzzata e ritoccata. Gli anticonformisti preferivano penne di fagiano o di pavone.
Ben presto una penna faceva da supporto (come la cannuccia) mentre le punte, preparate in serie, venivano sostituite per innesto, via via che si usuravano. Accessorio necessario era la cenere da spargere sulla scrittura per asciugare l’inchiostro onde evitare macchie. L’inchiostro fu sempre più standardizzato secondo la ricetta: soluzione idrica di galle di quercia macinate assieme a polvere di solfato di ferro. Era un liquido moderatamente acido e, nel tempo, corrosivo della carta, il nuovo supporto di elezione per la scrittura. La penna d’oca ha imperato fino alla seconda rivoluzione industriale, registrando la maggior parte della cultura medioevale, moderna e contemporanea. Santi monaci, filosofi, scienziati, musicisti, pittori, romanzieri, ambasciatori, individui cosmico-storici hanno registrato per noi il loro sapere e volere con la penna d’oca.
(Enio Lucherini)
per vedere come si prepara una penna d’oca per scrivere:
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per vedere come si scrive:
[sz-youtube url=”https://www.youtube.com/watch?v=xYdWbWrdxsA” width=”250″ height=”250″ cover=”https://www.youtube.com/watch?v=xYdWbWrdxsA” caption=”Per scrivere…” /]

