CABURACCIA

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Caburaccia è una frazione del Comune di Firenzuola al confine della Toscana con la Romagna. E’ in quella parte del Mugello, che i fiorentini chiamavano l’Alpe fiorentina. Nell’ultima guerra era il centro di quella “linea gotica” approntata dei tedeschi contro l’avanzare delle truppe alleate nel 1944. Il capoluogo  Firenzuola il 12 settembre di quell’anno venne raso al suolo da un bombardamento aereo e il 19 dello stesso mese accolse le prime unità  americane di fanteria.
E’ in questa realtà che all’inizio di ottobre del 1946 a Caburaccia arriva da Firenze, accompagnato dal padre, il giovanissimo maestro Mauro Nembi incaricato per quell’anno scolastico di provvedere all’insegnamento in una pluriclasse di una trentina di alunni. Dell’arrivo a Firenzuola prima e a Caburaccia dopo, Mauro Nembi scrisse una lettera di resoconto ad un amico, ma non gliela spedì, conservandola per sé come memoria delle impressioni che l’avevano colpito in quella che, dati i tempi, si può chiamare “avventura”.
Oggi, non più giovanissimo, ma in ottima forma Mauro Nembi, che l’11 luglio del 2015 festeggerà i suoi 90 anni, ci ha concesso un’interessante intervista e materiale documentale di quella sua esperienze di maestro alle prime armi. A lui il Museo della Scuola è arrivato grazie ad un gruppo di suoi ex alunni degli anni ’50 che si erano ritrovati e che si erano interrogati su che fine avesse fatto il loro maestro, felici poi di averlo trovato in buona salute. Di questo dava notizia La Nazione di Firenze e così abbiamo potuto incontrarlo ed avere da lui un documento davvero unico (UC).

Per rendere più agevole la lettura questa è la trascrizione della lettera sopra citata

Caburaccia 6.10-1946
Caro Mario [Ermini]
Senza alcuna pretesa stilistica, ti rendo noti i punti
salienti delle mie peregrinazioni. Se un titolo
(come usavano avere i compiti scolastici) dovessi dare a
ciò che sto per scrivere questo sarebbe: “Le mie prime
impressioni. Eccole.  … Siamo quasi sulla cima
di Pratolino(m.   ). Mi volto un momento alla mia destra
e colgo un magnifico quadro. Il sole, vicino al tramon=
to, tinge del suo rosso fiammante il cielo e, in una
atmosfera leggermente nebulosa, si vedono all’orizzonte
i limiti contorti delle pendici di due monti opposti
e al di là di esse, proprio sul fondo, appare un
tratto brevissimo della città; qui la visibilità è ancora
minore e tutto appare confuso sotto un nembo di
nebbia rossastra. …Il Pratolino è appena disceso
ed ha inizio una lunga e strettissima valle incas=
sata fra due catene parallele di monti, accompagnata
in tutto il suo percorso da un freddo torrentello, che, in
diversi punti caratteristici, richiama alla nostra memoria
il ponte di Dudda, la “ghiacciaia”, il ponte agli
Stolli … Comincia a farsi scuro quando tocchiamo
Borgo. E’ buio del tutto quando attraversiamo
Scarperia ….. Il rombo potente del motore mi dice che l’auto
ha attaccato una dura salita; e così per un bel pezzo. In
cielo c’è la luna e alla sua fioca luce si intravedono assai
alte le cime che dovremo valicare. Siamo
quasi sulla cima del Giogo (m.     ); al posto della valle
c’è un’immensa ombra nera. Lontanissima all’orizzonte
appare una sottile striscia di un celeste rossastro, ultima
traccia del sole ormai tramontato. Ai lati della strada stanno
centinaia di tronchi mozzati vicino alla base. La guerra è
passata di qui con furia devastatrice.
Infine avvistiamo le prime case di Firenzuola – La
prima impressione è bruttina; sembra che da queste parti
vigano ancora le leggi per l’oscuramento, non si vede
un lume. Entriamo nel garage: c’è una piccola
folla di gente ad attendere. Scendiamo, facciamo
pochi passi e ci troviamo in un pantano dove
si rischia di affondare fino a mezza gamba.

Alziamo gli occhi: il paese ci appare in tutta
la sua terrificante realtà. E’ raso quasi interamente
al suolo, pochissimi scheletri, di quelle
che un tempo furono case, biancheggiano
all’incerta luce lunare. E fortuna che c’è la
luna ! …… Dopo essere stati più volte sul punto
di pensare di dover passare una brutta notte
all’aperto o quasi, fortuna ha voluto che si
trovasse una bella camera da far invidia
alle nostre. Proprio quello che ci voleva !
Al mattino ci svegliamo pronti
per affrontare la tremenda camminata.
Apriamo la finestra. Del sereno della sera
precedente, che tanto ci aveva fatto sperare,
non c’è più la minima traccia. Era
piovuto durante la notte e il cielo era
completamente coperto. Che Dio
ce la mandi buona ! Salutiamo chi ci
ha ospitato e ci incamminiamo per
un viottolo, che l’acqua dei giorni
passati ha reso impraticabile, commen=
tando amaramente il brutto scherzo
del tempo. ….. Sudati arriviamo
in cima ad una collina. Uno sguardo
alla valle che ci attende. Poi guardiamo
in alto: di fronte un monte altissimo;
lassù, in cima, si vede emergere dal bosco un
campanile aguzzo e ci pare che il vento rechi
fino a noi un tenue rintoccar di
campane. Lassù deve essere la meta … così
lontana ! … ci sentiamo davvero sgomenti.
…. In fondo alla valle un borro larghissimo, le
sue acque torbide urlano cupamente. Lo attraver=
siamo su una parancoluccia semirotta ed
oscillante. Al di là non c’è che un viottolaccio il
cui fondo pieno di melma ci rende tormentoso
il cammino …. Sono ormai due ore che
viaggiamo. Pioviggina. Io risento gli effetti
della malattia e sono stanchissimo … Passa
qualcuno (che tipo !) gli domandiamo se quella
chiesetta ch’è ormai vicinissima sia Caburaccia.
Caburacc ? No, è più lontan, seguité per qué viot”
E noi seguitiamo mestamente per quel “viot”

La strada sale sempre e noi siamo spossati … Le
parole si fanno più rare. Per di più è venuta
la nebbia, e fittissima …. Intravediamo appena la
cima del monte che pure c’è vicinissima …. Ora
scendiamo. Passa un tale su un mulo.
“Che andiamo bene per Caburaccia ?”
– Si si, proseguite sempre per questa strada. Arrivati in
fondo alla valle risalirete ancora un po’. La vedrete duo o tre
case e la chiesa, quello è il paese …. La nebbia si è
molto diradata. Laggiù, lontanissimo, sul monte di fronte,
illuminate dal sole, pare che ci siano della casucce ….
Sulla sinistra enormi blocchi di pietra caduti dal monte e il
monte stesso attirano la mia attenzione e la mia curiosità.

Mio padre guarda il paesaggio desolato e ripete ad alta voce:
“ma guarda non c’è né una vite, né un olivo, non si vedono
neppure campi dove ci sia stato seminato il grano. Qui
non mangiano che polenta. Che desolazione !” E ad un
tratto: “Senti, qua non ti ci lascio; torniamo a dietro.”

Dopo aver fatto tanta strada e aver durato tanta fatica ? Senti, se non ci posso stare, verrò via fra qualche giorno; ma bisogna provare. Son deciso ad adattarmi a tutto e poi vedremo – . E tiriamo avanti ….. Anche questa valle è ormai discesa. Di nuovo cominciamo a salire. Qui la strada è un pò migliore, si vedono alcune case qua e là … La chiesa è vicinissima

Presso la fonte incontriamo il prete, un vecchio e caro prete dal=
l’aria campagnola. A lui mi ri Bussiamo (finalmente !) alla porta della scuola. Ci apre una simpatica ragazza, ma ecco anche il maestro. Premurosamente si offre per trovarmi da sistemare … “laggiù, dice, vicino al fiume c’è una casetta ….” Ma, davvero inatteso, arriva un altro maestro; è altissimo, Dio, com’è conciato. Dice che si è confuso fra la nebbia ed à smarrito la strada. Anche lui è un novellino come me ! Doveva andare a Visignano, paesetto che dista da qui più di un’ora di cammino; ora si riposa e mastica cheingum con foga mai vista:

Col babbo e col maestro di Caburaccia scendo

(quanto fango) verso il fiume e bussiamo alla porta di
una vecchia casa. Apre una donnetta anziana, tutta
rinfagottata in un gran fazzoletto nero. Dice che mi
accoglierà per qualche tempo, ma dovrò adattarmi.
Qua mi fermo e getto le mie “tende”.
Sono decisamente disposto ad adattarmi.

 

 

 

La lettera manoscritta

Ad intervistare il maestro Nembi ci ha accompagnato uno dei suoi alunni Carlo Alberto Donatini