FANCIULLO CON DISEGNO di Giovan Francesco Caroto

Ritratto di giovane con disegno infantileIl padre di Giovan Francesco Caroto (Verona 1480 – ivi 1555 ) Pietro, di cognome Baschi e di origini lombarde, proveniva da Caravaggio ed aveva trasferito la famiglia a Verona dopo aver rilevato un negozio di spezie in piazza delle Erbe, conosciuta in città come spezieria Charo. Pertanto decise di cambiare il cognome in Caroto o Caroti. Si potrebbe avanzare l’ipotesi ardita che questo cognome si attagliasse ad una caratteristica della famiglia, quella di avere i capelli e la barba fulvi, e quindi cognome aderente ad un probabile soprannome descrittivo.
Fatti studi letterari, confacenti al ruolo di speziale, che a lungo esercitò anch’esso, Giovan Francesco manifestò una forte inclinazione per la pittura, mettendosi a bottega da Liberale Veronese ed uguagliando in bravura il maestro, del quale divenne collaboratore. Dopo un viaggio a Mantova venne a conoscenza delle opere di Mantegna, presso il quale si trasferì per assimilarne la novità pittorica. E fu così capace e perito che sembra che il maestro vendesse opere a mano dell’allievo come proprie.
La prima opera datata di G.F. Caroto è la Madonna che cuce ( Galleria Este di Modena) . Nel 1508, rimasto vedovo e comprata casa al figlio Bernardino, si recò a Milano al servizio di Anton Maria Visconti, conte di Sesto Calende, per il quale eseguì numerose opere in affresco e su tavola. Nell’ambiente milanese rimase influenzato dal Bramantino, da Bernardino Luini e dall’arte fiamminga. Vasari, che gli dedica alcune pagine nelle “Vite”, racconta   di una amena sfida di bravura avverso una pittura ad olio fiamminga, gara nella quale soccombette perché, a detta del biografo aretino, non contrappose un soggetto analogo, era un ritratto di giovane, ma volle ritrarre un maturo falconiere
Tipico aspetto dell’arte di Giovan Francesco Caroto è infatti un consapevole eclettismo, un adattamento continuo del suo linguaggio artistico agli stili e alle novità con cui venne a contatto nel suo percorso pittorico. Così restò successivamente influenzato dalla bella maniera, dalla pittura fiorentina, da Giulio Romano, da Raffaello, dal Garofalo e da Lorenzo Costa.
Morto il suo mecenate milanese ebbe numerose committenze dal marchese Guglielmo di Monferrato, trasferendosi a Casale, dove fu molto produttivo in ritratti dei principi, soggetti mitologici ed opere sacre, accumulando ricchezze e riconoscimenti. Dal 1523 è accertata una sua presenza assidua a Verona, dove visse agiatamente continuando la doppia attività di pittore e speziale. E’ del 1528 il San Giovanni a Patmos (ora a Praga), probabilmente il suo capolavoro. Dipinse successivamente Madonne e pale d’altare con Santi per chiese e conventi della città e dei dintorni fino al 1545. Alcuni lo dicono, in questo periodo, maestro di Paolo Veronese. Accortosi di non essere più capace di assimilare le novità e di respirare lo spirito del tempo, negli ultimi dieci anni di vita tralasciò del tutto la pittura, lasciando spazio in quel campo al fratello Giovanni, dotato di uno stile simile al suo. Alla morte, nel 1555, fu sepolto nella chiesa del suo quartiere,in Santa Maria dell’Organo.

Questa operetta, nota anche come Ritratto di giovane con disegno infantile, ad olio ed eseguita attorno al 1521-1523 secondo la novità dei fiamminghi, è una tavola di formato 37×29 cm, probabile ritratto, è una nostra supposizione, di un suo nipote.
Su fondo scuro neutro un ragazzo dai lunghi capelli fulvi, discriminati nel mezzo, posto sul fianco sinistro, gira la testa verso lo spettatore, probabilmente un familiare, gratificandolo di un sorriso soddisfatto, a falce di luna, mentre gli occhi, estremamente comunicativi, si allargano in forma interrogativa. Dal sorriso si capisce che è soddisfatto di ciò che mostra, e dagli occhi si comprende che sta chiedendo anche l’approvazione e l’apprezzamento del familiare interlocutore. Infatti, tra il pollice ed indice della mano destra sta mostrando il suo capolavoro: il disegno di un uomo a corpo intero. In realtà si tratta di uno scarabocchio “universale”, nel quale si indovina la forma umana come i ragazzi di tutte le epoche hanno sempre simbolizzato: c’è una testa, con capelli a spaghetto, occhi, naso e bocca stilizzati, due arti superiori troppo corti, mani a triangolino seghettato, busto trapezoidale e gambe filiformi e sproporzionate. Non mancano nel disegno ripensamenti e cancellature irrisolte. Il fanciullo sta quindi cercando una mozione degli affetti,una approvazione di incoraggiamento, come probabilmente, per altre sue produzioni era abituato a raccogliere. Da sottolineare il probabile divertimento del provetto Caroto nel cercare di imitare realisticamente tutte le sgrammaticature disarmanti del disegno infantile.
Il fanciullo è di condizioni agiate, infatti veste ricercatamente: porta una veste alla moda, di colore cangiante dal verde foresta al giallo, nel punto di luce, al marrone terra di Siena bruciata e dal taglio smerlato sul collo si intravede un camiciotto di fine panno bianco. Forse un risvolto della manica, di un rosso intonato ai capelli, fa capolino nel quadrante inferiore sinistro della tavoletta. Come sottolinea Vasari la famiglia Caroto era di condizioni agiate. Pietro il capostipite doveva avere capacità mercantili e conoscenze rimarchevoli, per fare lo speziale (arte spesso abbinata ai medici), sappiamo che i figli avevano compiuto studi letterari ed erano stati, per carattere della loro professione, cortigiani e speziali a loro volta. Sicuramente i nipoti di Giovan Francesco, vivendo quella condizione di agiatezza, erano stati avviati a studi familiari, senza trascurare il disegno, in un ambiente tipico del pittore di professione .
Nel periodo in cui l’idealizzazione classicheggiante era canone, la novità stilistica dell’opera del Caroto sta nella scelta di un sincero realismo rappresentativo, non priva di un accento commosso, nel riprodurre quella faccetta furba, simpatica e forse un po’ inquietante, per quell’eccesso di espressività che si propaga dalla bocca ridente e dagli occhi sgranati del ragazzo. Si pensa subito ad una birba matricolata, furbo di sette cotte. La fisionomia del fanciullo è ritratta fotograficamente, senza idealizzazioni platoniche.

Il quadretto enfatizza l’importanza della spontaneità espressiva, nell’educazione formativa dei ragazzi dell’epoca. Non si nasce pittori provetti, come Minerve perfette dalla testa di Giove, sembra suggerire Caroto, ma lo si diventa per apprendimento, studio ed applicazione. Nel frattempo non si devono tarpare le ali alle ingenue invenzioni spontanee, che vanno incoraggiate, onde alimentare l’entusiasmo e la passione, due forze emotive fondamentali per il progresso nello studio e nell’arte.
Proprio in ambiente veronese avevano operato grandi menti pedagogiche come Guarino Veronese e nella vicina Feltre era sorta la scuola di Vittorino da Feltre, la Ca’ Zoiosa. Due scuole che riconoscevano un grande valore alla spontaneità, all’indole e al carattere del discente, tanto da volerli osservare per farne il perno di un insegnamento individualizzato e centrato sulla persona.

Enio Lucherini

Ritratto di giovane con disegno infantile di Giovan Francesco Caroto
olio su tavola 37 x 29 cm, databile tra il 1521 e il 1523, appartiene al  Museo di Castelvecchio a Verona da dove era stato rubato il 19 novembre 2015 insieme ad opere di Tintoretto, Mantegna e Rubens, ed altri autori. Opere ricuperate in Ukraina, vicino ad Odessa il 6 maggio 2016.


http://www.repubblica.it/cronaca/2016/05/11/news/verona_rapina_dipinti_ucraina-139601787/