
Per le bambine le attività principali a scuola erano i lavori femminili – rammendare, fare la maglia, tagliare e cucire camiciole e mutande – che, alla fine dell’anno, venivano severamente giudicati dalle signore del luogo, con una valutazione che pesava anche per il posto di lavoro della maestra.
L’educazione era presa molto sul serio nei manuali destinati alle classi femminili e tutto mirava a trasmettere quei comportamenti che la morale riteneva dover essere propri della giovinetta e della donna. La modestia, il pudore, l’obbedienza ai genitori, l’abbigliamento sobrio e pulito, l’impegno nei lavori domestici, la carità, le preghiere erano altrettante lezioni che persino i problemi di aritmetica mettevano al centro del calcolo.
Se il 1876 è l’anno del governo della sinistra, il 1877 è l’anno della legge sull’obbligo scolastico.
La legge Casati stabiliva (art. 326) che: I padri e coloro che ne fanno le veci, hanno l’obbligo di procacciare, nel modo che crederanno più conveniente, ai loro figli dei due sessi, in età di frequentare le scuole pubbliche elementari del grado inferiore, l’istruzione che viene data nelle medesime.
La legge Coppino (dal ministro in carica) dice che (art. 1): I fanciulli e le fanciulle che abbiano compiuto l’età dei sei anni e ai quali i genitori o quelli che ne tengono il luogo, non procaccino la necessaria istruzione o per mezzo di scuole private […] o con lo insegnamento in famiglia, dovranno essere inviati alla scuola elementare del Comune. […](art. 2) L’obbligo […] rimane limitato al corso elementare inferiore, il quale dura di regola fino ai nove anni e comprende: le prime nozioni dei doveri dell’uomo e del cittadino, la lettura, la calligrafia, i rudimenti della lingua italiana, dell’aritmetica e del sistema metrico.
Dall’obbligo dell’istruzione si passa così all’obbligo scolastico.


