ASMA E PNEUMATICI: UN RICORDO D’INFANZIA

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L’entrata della (ex) scuola materna di Via Giotto, oggi

Firenze, metà degli anni ’80. La scuola materna in Via Giotto aveva il cancello di ferro alto, grigio e polveroso di smog, tanto che ci potevo scarabocchiare su con le dita ogni sorta di pregrafismi. Dall’entrata, un vialetto conduceva ad una rampa di cemento digradante fino al giardino, in cui qualche rachitica pianta da frutto, un’altalena, uno scivolo e altri giochi da parco pubblico ostentavano ferite di ruggine. Una siepe di lauroceraso, le cui foglie erano caratterizzate da un misterioso diradamento all’altezza di circa un metro, incorniciava il quadro, mentre pneumatici di dimensioni e fatture diverse giacevano a scaldarsi al sole, in un quieto perpetuo disordine tra la sabbiera e la rete che segnava il confine perimetrale dello spazio verde.

Sulla destra, prima della discesa, stava l’edificio scolastico vero e proprio, del quale non ho ricordi, se non una sensazione vaga di noia, mancanza di sonno e timore indefinito, associata al gesto di qualcuno che cerca invano di coprirmi con una coperta e farmi addormentare, allontanando da me l’immagine angosciosa di un tempo sentito come infinito, passato ad aspettare che arrivasse la mamma per riportarmi a casa: il tempo dell’abbandono.

Io nel 1985, quando il caschetto era ancora una possibilità…

Appartenevo infatti al novero di quei bambini che, abbastanza incerti nell’attaccamento e un po’ paraculi, iniziano a piangere fontane di lacrime ogni qualvolta il proprio malcapitato genitore accennava ad andarsene anche solo per una mezzora…Figurarsi cos’era lasciarmi alla materna! Non ero per niente contento di andarci e d’altronde neanche mia madre era abbastanza motivata a portarmici, per via delle sue fisime a riguardo della pulizia degli ambienti (anche oggi quando vado a trovarla mi pare di entrare in un reparto di Careggi piuttosto che in una casa privata!), della mia presunta gracilità e della tendenza che mostravo di avere nell’ammalarmi di patologie soprattutto a carico delle prime vie aeree e dei bronchi tra cui, la fantomatica “asma bronchiale” che – nel diluvio di parole gentilmente offerto dalla mia premurosa genitrice quando le si chiede di rammentare i fatti – sembra abbia addirittura portato orde di pediatri a dirle perentoriamente «Signora, lo tolga dall’asilo! Lo faccia stare a casa, dove tutto è più pulito, controllato, igienizzato. Magari chiami una babysitter o faccia venire un parente o, meglio ancora, prenda un’aspettativa e ci stia lei con suo figlio; insomma, faccia come preferisce ma si ricordi una cosa: l’asilo è un cronicario di virus, i bimbi vi si ammalano costantemente e senza speranza e per suo figlio in particolare equivale ad esporlo a un costante rischio di crisi»

Dunque, per me l’asilo era un luogo assai pericoloso.
Sarà per questo che ci sono andato in fondo solo qualche settimana del primo anno… Poi, accondiscendendo ai miei capricci, mia madre ebbe buon gioco a tenermi a casa. Eppure, nonostante la mia pressoché nulla esperienza della questione, di quei rari momenti della mia asmatica infanzia in cui fui lasciato un poco da solo a relazionarmi col mondo, mi rimangono dentro tuttora alcune immagini molto vivide. Una più di tutte, quella di una forte cenestesi, mentre ruzzolo dalla cima della discesa in cemento dentro un’enorme ruota da camion lurida di grasso. La morchia nera tra l’altro presenterà poi delle insolite proprietà chimico-fisiche, assai resistenti ad ogni successivo programma di lavaggio e disinfezione materno della tutina di jeans che indossavo al tempo.

Riguardo all’evento in sé, non ne ricordo bene tutti i dettagli: presumo che possa essersi verificato il primo o il secondo giorno dal mio arrivo a scuola, quando, da bambino timido e poco abituato a confrontarmi con gli altri qual ero, mi ritrovai presto a passare buona parte del mattino nel giardinetto girovagando senza meta, guardando gli altri giocare e facendo gli occhioni per cercare di indurre qualcuno di quegli sconosciuti nani infernali a interessarsi a me. Provai ad avvicinarmi allo scivolo ma la lamiera era sporca di terra e saliva e così rimasi lì a guardare gli altri scendere, chi prono chi supino, chi direttamente in corsa. Fui attratto poi da una bella bambina dai capelli d’oro che giocava assieme ad altri a nascondersi tra i rami del lauro, ma mi punsi quasi subito quando, imitando gli altri, provai a sfrascare la siepe per ricavarne dei frustini o dei mazzetti di foglie da usare come coriandoli e così smisi. Poco dopo incrociai lo sguardo di un bimbo piuttosto robusto che stava prendendo assieme ad altri due compagni pari grado una ruota grande grande, spingendola a mano sulla salita. Mi avvicinai al gruppetto con titubanza e curiosità ma appena fui a tiro, quel piccolo energumeno mi invitò senza tanti preamboli a provare l’esperienza, ficcandomi a forza nella pancia di quell’enorme pneumatico caduto dai cieli, all’interno del quale, avendone avuto il tempo e l’occasione, avrei certamente potuto osservare resti di esperimenti alieni volti al riprodurre in vitro l’habitat delle pozzanghere terrestri.

Ma in quel preciso momento, dentro la camera telata, buia, acre al naso e lercia, senza sapere cosa sarebbe successo di lì a poco, ero intento a provare, forse per la prima volta, una paura atavica che, dalle ossa sacrali alla coscienza, prese a farsi largo attraverso tutte le vertebre della schiena, quando mi resi conto che gli altri là fuori stavano spingendo verso il pendio la ruota con me dentro. Nel momento in cui il moto di rotolamento sul piano inclinato mi portò a fare il primo giro su me stesso e poi in rapida sequenza tutti i seguenti, incastrato in quel mostro gommoso imbizzarrito, lanciato a tutta velocità verso il fondo del giardinetto, per un attimo mi venne meno il respiro, mi sentii spacciato e chiusi gli occhi…Ma l’attimo successivo, il quadro interiore era già mutato: non ero morto, anzi ero pur sempre lì dentro, al mio posto, nel ventre della ruota ora appoggiata a terra e respiravo a pieni polmoni contro i bordi interni della ruota, in preda a una crescente eccitazione. Non che la paura non ci fosse più, ma dentro non era più sola. Un’emozione nuova, antica tanto quanto l’altra, eppure sconosciuta, si era andata formando in quei vari capovolgimenti, un desiderio, tutto corporeo, di riprovare ancora e ancora l’esperienza appena avvenuta.

Pneuma, è una parola greca in cui sono condensati i concetti di respiro, aria e soffio vitale. A tutt’oggi penso con gioia e un pizzico di rimpianto a quella prima scarica d’adrenalina, partita proprio da uno pneumatico in corsa, e a quanto essa abbia contribuito a curarmi dalle paure dell’ignoto.

Il giardino della scuola oggi è diventato un parcheggio…Che sia un contrappasso?