Giuseppe Costantini nacque a Nola, patria di Giordano Bruno, nel 1844, l’anno in cui Morse inviò il primo messaggio telegrafico e Bunsen brevettò la batteria ad elettrodi. La famiglia era agiata – padre chirurgo e madre di ricca famiglia agraria – e consentì al giovane, una volta cresciuto, di seguire la propria vocazione per l’arte. Dopo l’istituto d’arte frequentò l’Accademia di Belle Arti di Napoli, avvicinandosi ai pittori più in vista della scuola di Posillipo. Tornato a Nola si accasò e divenne direttore della Scuola di arti applicate della propria città,che guidó dal 1870 al 1893, anno in cui, per una fatale analogia con Hegel, rimase contagiato dalla grave epidemia di colera che flagellò la città . Nonostante si fosse trasferito nella casa di famiglia a San Paolo Belsito morì dopo pochi mesi il 29 maggio 1894.
La pittura di Costantini rifugge tanto dal folkloristico quanto dal pittoresco e non ama presentarsi neppure come denuncia sociale, vuole invece essere una adesione intima ed affettuosa, coniugata abilmente ad una particolareggiata descrizione oggettiva di tipo verista, di scene familiari, di giochi infantili, di situazioni del lavoro di strada, con artigiani, vecchi affabulanti, monelli e scugnizzi intenti ad attività propri del luogo e dell’epoca.
L’infanzia è sicuramente un tema privilegiato. Vengono rappresentati i figli del popolo, mostrati nella loro reale condizione di povertà: laceri, scalzi, scarmigliati, smunti, segnati dalla fame e dalla approssimativa igiene ma pieni della felice vitalità propria dell’età. Nelle piazzette, negli angoli di casa, vicino al desco di un ciabattino, radunati a capannello attorno ad una nonna che racconta, a circolo intenti a giocare, questi scugnizzi mostrano una somatica, un costume, un contorno ambientale che offrono, assieme al contenuto estetico, preziosi contributi di documentazione storica. La pittura di Costantini è solida per impianto con una resa nitida dei particolari, anche in formati modesti per dimensione.
Costantini si conquistò una fama nazionale partecipando, a partire dagli ultimi anni ’70 del secolo, alla promotrice “Salvator Rosa”, riscuotendo successo di critica e di pubblico. Alcune sue opere ebbero fama notevole e furono acquistate dal sovrano Umberto I e dalla moglie del primo ministro Depretis. Tra queste ricordiamo: Tentazione,Turpe proposito (1891), Il Buontempone, A sessant’anni.
Le opere di Costantini sono anche segnate da un giallo appassionante. Infatti sembra che il pittore si sia distinto per la produzione di numerose opere a lume di candela, secondo lo stile del luminismo fiammingo o lo stile di De la Tour, ma a tutt’oggi nessuna opera di questo genere gli è stata attribuita o è stata identificata con certezza. Ecco una ricerca aperta, per chi volesse indagare nell’area nolana e napoletana.
Questa opera ad olio è stata dipinta su tavola ed ha un formato piccolo pur rappresentando un ambiente spazialmente ampio.Si tratta di una vecchia cucina malandata, questo si desume dal grande camino presente nell’ambiente, arredata umilmente con un tavolino, qualche sedia malmessa e una panca. Ciò che trasforma la cucina in aula è la presenza della lavagna e di un planisfero appesi frontalmente allo spettatore, lato dal quale si presume origini la luce principale che illumina la scena. Una luce secondaria debole filtra dalla finestrella rettangolare che sovrasta la porta di sinistra. Le mura della stanza sono vecchie e fuligginose. L’aula si presenta come un piccolo cenacolo nel quale gruppetti di bambini-apostoli sono intenti al proprio dovere scolastico: chi legge, chi scrive, chi ripassa la lezione, chi conversa, mentre il gruppo più nutrito dei piccoli segue attentamente il maestro, che fa eseguire ad un allievo un’operazione aritmetica alla lavagna. Questa è posta troppo in alto, per cui l’interrogato per svolgere il suo lavoro col gesso è dovuto salire sopra una sedia impagliata. Un piccolo Giuda-asino punito in ginocchio,con in testa il cappello di carta della vergogna, volendo attirare l’attenzione, continua a compiere le proprie asinerie, ma è ignorato da tutti. Libri, un lume ad olio, una fiasca in coccio sono posti sulla mensola sopra il caminetto, mentre in una antica nicchia è riposta una mezzina per l’acqua, a due manici. Il pavimento è disseminato di bucce di agrumi, di cartacce appallottolate, di piccoli rifiuti vari. I personaggi che compongono la scena sono convincenti per il realismo dell’immagine e connotati da una reale atmosfera psicologica adatta al momento fermato dalla pittura. I laceri vestiti, i piedi nudi della maggior parte degli allievi, i capelli indocili, i volti, gli atteggiamenti del corpo sono riprodotti magistralmente e meticolosamente con tecnica miniaturistica e fotografica. La ripartizione dei gruppi umani e l’ascendere della scena verso la parte centrale, dove si trova il maestro, nel suo sapiente equilibrio, risente di una solida cultura pittorica che fa riferimento allo studio di tante scene sacre di Cristo con gli apostoli.
La luce d’insieme è magnifica ed ogni singolo dettaglio stupisce per la meticolosità dell’esecuzione. Dicevamo che la pittura di Costantini non vuole essere plateale denuncia né pittoresco folklore, e quest’opera ne è una prova evidente. La visione d’insieme e quella analitica muovono sentimenti di viva partecipazione nel celebrare questo umile e insieme nobile momento di crescita culturale collettiva. Non meno prezioso, anche se forse non coscientemente cercato dal pittore, è il valore di documentazione storica dell’opera. Questo spaccato di vita scolastica ottocentesca mostra con realismo come dovevano essere le scuole elementari che la legge Coppino, giunta l’Unità d’Italia, metteva a carico dei dissestati bilanci dei Comuni.
di Enio Lucherini
La scuola del Villaggio, olio su tavola 1870 (45×35 cm).si trova presso la sede dell’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa), a Firenze.
Si ringrazia l’Ente, in particolare la dott.ssa Pamela Giorgi, per averci permesso di visionare questa magnifica opera
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