Lo spazio di muoversi, di parlare, di costruire relazioni, lo spazio di uno sguardo per vedere lontano. Lo spazio per pensare, per prendersi tempo, lo spazio per correre, costruire, isolarsi, saltare, bagnarsi, arrampicarsi, cantare. Lo spazio per esplorare e sperimentare i propri limiti, lo spazio per estendere il proprio io, per camminare.
Spazio è la parola salvata da Martino alla fine di una settimana di trekking nel parco nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano, una parola illuminante, perché penso esprima bene la sensazione di quando si vive un’avventura in montagna: la sensazione di libertà. Una libertà di espressione e una libertà legata anche e soprattutto alla nostra corporeità, al nostro sguardo e a tutte le nostre espansioni fisiche e non. Martino ogni anno, d’estate, torna nel suo ambiente selvatico e si riappropria di quella libertà che si vive attraverso l’immersione nella natura e che risveglia i sensi rendendoci più sensibili e acuti nel mondo. Il contesto di cui parlo è formato da un gruppo di ragazzi che da anni camminano sui crinali d’Appennino sperimentando varie forme di avventura: dal rafting, al canyoning, alla notte in tenda, l’accensione di un fuoco, l’orientamento, l’arrampicata… spostandosi di rifugio in rifugio, e, soprattutto, camminando insieme.

Si nasce una prima volta quando si esce fuori dal ventre materno, si nasce una seconda volta quando si esce fuori dalla famiglia e si entra nella società: scrive Rousseau che l’adolescenza rappresenta simbolicamente una “seconda nascita” in cui “l’uomo nasce davvero alla vita e si riappropria di tutto ciò che è umano[1]”. La pratica dell’adventure education, e cioè tutte quelle esperienze avventurose all’aperto che possono influire sui processi di crescita, si pone anche come espressione di una condizione simbolica dell’esistenza dell’adolescente: l’uscire fuori di un individuo in movimento che si costruisce e cerca i propri confini nel mondo[2], appunto, nello spazio.
Gli psicologi oggi ci dicono che il gruppo dei pari è un “laboratorio sociale nel quale il ragazzo e la ragazza possono sperimentare scelte e comportamenti autonomi” e che “i coetanei vengono identificati come il più importante oggetto di confronto sociale nella costruzione dell’identità[3] ”.
Il valore delle esperienze avventurose condivise, in cui non solo si fa esperienza dei propri limiti fisici ma anche si apprendono abilità relazionali e sociali sperimentando cooperazione, ascolto, affiatamento e interdipendenza, risponde al naturale bisogno di incontrarsi e costruir-si insieme, controcorrente rispetto ad una società che valorizza l’individuo e non il gruppo e che di conseguenza spinge a non identificarsi in una collettività che supporta il singolo basata su cooperazione e reciprocità gratuita nel dare e ricevere.

Oltre al rapporto con i pari nell’adventure education un ruolo fondamentale è assunto dal rapporto con il rischio. Non a caso oggi si parla di una vera e propria pedagogia del rischio, usato come strumento nei processi educativi. Infatti, in adolescenza come in altre fasi della crescita, c’è una naturale propensione alla ricerca del limite e a mettere in pratica atteggiamenti che trasgrediscono il tracciato, ma che, tuttavia, necessitano di essere letti con una logica: il raggiungimento di obiettivi individuali e il tentativo di padroneggiare le difficoltà in un’ottica di autonomia e indipendenza[4]. Sempre riguardo al tema del rischio, lo psicologo statunitense Marvin Zuckermann elabora la teoria della sensation seeking come naturale ricerca dell’uomo di sensazioni forti, e la pone anche alla base di molti comportamenti adolescenziali, come appunto la ricerca del rischio, e l’istinto di cercare il nuovo, emozioni intense e di mettersi alla prova.
La capacità generativa delle esperienze è il fondamento della pedagogia attiva, e cioè che ogni individuo possa, tramite esperienze significative, lavorare sul suo potenziale, tendere ad un cambiamento, e incrementare sempre di più quella che Vygotskij chiama la zona di sviluppo prossimale, muovendo quella forza propulsiva che è il motore della crescita e del cambiamento[5].

La natura mi fa sentire libera come un uccello che vola nel cielo. Così come me tanti altri ragazzi si sentono a proprio agio camminando nei sentieri montani, ammirando il magnifico paesaggio e ascoltando i suoni della natura. Passano i giorni e iniziamo a conoscerci, vorrei che quelle giornate non finissero mai.
Elsa, estate 2022
Note:
[1] J. J. Rousseau, Emilio, Laterza, Bari, 2008, p. 177.
[2] M. Bortolotto, Educazione all’aperto in adolescenza: tra nuove ragioni ed antiche ragioni, in Studium Educationis • anno XXI – n.1 – febbraio 2020, p. 115.
[3] A. Palmonari (a cura di), Psicologia dell’adolescenza, Il Mulino, Bologna 1993, terza edizione 2011, p. 187.
[4] S. Bonino, E. Cattellino, S. Clairano, Adolescenti e rischio. Comportamenti, funzioni e fattori di protezione, Giunti, Firenze, 2003, p. 35.
[5] L.S. Vygotskij, Pensiero e linguaggio, Giunti, Firenze, 2007.


