Una riflessione di Marina Baretta
Dai primi giorni di settembre i Servizi educativi per la prima infanzia, Asili nido e, dal quattordici settembre gli Istituti Scolastici hanno riaperto le porte dei loro spazi e delle loro aule per accogliere di nuovo, in presenza, le bambine e i bambini e gli alunni e le alunne che, in questi mesi, avevano dovuto stare lontani dalle loro scuole, dai loro compagni, dalle loro educatrici, dai loro insegnanti.
Un momento molto particolare che ha provocato un’emozione diffusa e forte tra educatori, docenti, studenti e famiglie.
Un momento strano rivedere le ragazze e i ragazzi incontrarsi, le bambine e i bambini trovare gli sguardi delle e degli insegnanti e recuperare quei momenti di accoglienza quotidiana che la “scuola”, e intendo con la parola scuola anche i servizi per i piccolissimi, offre tutti i giorni solo a loro.
Un momento che ci è apparso strano, ma che è diventato invece subito un ritorno ad una normalità, perché strano non sono infatti questi giorni di ri-apertura, ma i giorni di chiusura dei mesi scorsi.
La scuola ci è mancata.
Studenti e studentesse ritornano contenti, emozionati, soddisfatti e così è per i loro docenti. Forse, oggi, la scuola, almeno per un po’ di giorni, sarà rivalutata, apprezzata, considerata per tutta l’importanza che ha nella formazione e nella vita di tutti.
Finalmente i telegiornali e i servizi parlano di scuola, di infanzia, di didattica, anche se ancora una volta per dire e raccontare solo l’emergenza a le situazioni contingenti. Mai, come in questi giorni, i media hanno nominato la scuola, hanno indagato e intervistato docenti, studenti, famiglie, dirigenti anche se per evidenziare spesso principalmente i problemi strutturali o l’emergenza sanitaria.
La riapertura è un grande evento che è stato possibile per il lavoro che, per tutta l’estate, è stato portato avanti da dirigenti, docenti, amministratori, volontari, famiglie e che ha reso possibile un’apertura in sicurezza della scuola.
Un lavoro che, come sempre, è stato un lavoro quotidiano, capillare, attento ai bisogni e alle necessità come quello che normalmente si svolge dentro le scuole e dentro le istituzioni. E vorrei riportare l’attenzione proprio su quegli elementi di quotidianità che, nelle situazioni di non emergenza, vengono spesso dimenticati e trascurati.
La scuola è fatta di grandi eventi, ma anche di piccoli gesti, di parole misurate, di scelte continue, di relazioni che si costruiscono, di metodologie, di contenuti, di pensiero pedagogico e scientifico, di una didattica che garantisce che tutti imparino e che tutti conquistino le basi culturali necessarie per una vita personale, sociale, di costruzione della propria personalità.
La scuola consente di imparare a vivere in comunità e consente di imparare a leggere, ma non solo tecnicamente, a leggere la realtà, ad interpretare il mondo, a permettere ad ogni cittadino di esserlo.
La scuola coinvolge e ha coinvolto tutti noi in un processo formativo importante che parte dai primi anni e che percorre e accompagna almeno i primi vent’anni di vita.
Ma quando tutto questo viene messo in evidenza e quando tutto questo verrà valorizzato nei giusti termini?
Questa riapertura delle scuole non può restare solo un atto formale e burocratico, dovrebbe diventare, e mi auguro che questo possa accadere, una grande occasione per tutti di renderci conto del valore che la scuola rappresenta nella vita di una persona.
La scuola non è un obbligo da seguire, non un peso da portare negli anni, ma la sede dell’opportunità per la vita delle persone.
Ci sono paesi nel mondo dove la scuola non c’è e altri dove andare a scuola è visto con un grande senso di gratitudine, dove poterci andare richiede ancora oggi percorsi difficili da affrontare tutte le mattine e dove la scuola rappresenta la salvezza da percorsi di vita di emarginazione, violenza e discriminazione.
Il nostro occidente, colto e laureato, ci ha fatto vivere spesso la scuola come un luogo da sopportare.Torniamo, quindi, a scuola con la consapevolezza della sua importanza.
Lo hanno capito bene gli studenti, le famiglie e i docenti che, in questo periodo di chiusura, hanno dovuto mettersi in contatto attraverso altre modalità che hanno però reso tutti, forse, più consapevoli di quanto impegno e di quanta cura l’insegnamento e l’apprendimento richiedono.
Torniamo, quindi, a scuola con l’entusiasmo del primo giorno. Un primo giorno atteso da mesi e che è in parte di contentezza e in parte di preoccupazione.
E ora la scuola, dopo aver aperto le porte, deve trovare e presentare il suo nuovo aspetto.
Accogliere le bambine e i bambini, gli alunni e le alunne non significa solo mettere segnaletica e approntare spazi distanziati, significa, oggi, una necessaria e importante riorganizzazione del pensiero pedagogico e delle forme che sostengono i percorsi di istruzione ed educazione valorizzando la loro importanza.
Riflettiamo tutti su questo.
Credo sia necessario, proprio in questo momento, un grande sforzo di pensiero da parte di tutti, ricercatori, educatori, docenti, amministratori, pedagogisti, famiglie, studenti, un grande sforzo di pensiero che riveda la scuola nelle sue modalità didattiche, ma anche nei contenuti programmatici, nelle scelte metodologiche, nel rapporto tra teoria e pratica didattica, nella costruzione delle relazioni sociali.
Riaprire le scuole deve voler dire anche accettare la sfida che non si può ripartire con le attività di sempre, che non si può ripartire con le stesse lezioni, che non si dovrebbe ripartire con libri di testo, molti dei quali si presentano rinnovati fuori, ma uguali dentro a quelli di tanti anni fa, ecc.
Se qualcosa deve cambiare non può essere solo l’organizzazione degli spazi, ma deve essere anche l’organizzazione di contenuti, metodi e scelte didattiche.
La scuola ha bisogno di investimenti, non solo sui banchi, ma anche sulla didattica.
Ha bisogno di più docenti che siano maggiormente valorizzati e ai quali e alle quali richiedere una preparazione ampia, culturalmente profonda e con ampiezza di competenze professionali.
Ha bisogno di chiarezza sul piano del pensiero educativo, di rivedere il rapporto tra digitalizzazione e didattica, di riconsiderarsi come una scuola che insegna, ma anche che aiuta ad imparare a decifrare i messaggi informativi che arrivano da un numero inestimabile di fonti e alle quali i ragazzi e le ragazze sono sensibili.
Ha bisogno di operatori che sostengano la scuola e gli studenti dal punto di vista medico, ma anche psicologico e pedagogico, artistico, scientifico ecc.
Ha bisogno di spazi alternativi per programmare la conoscenza culturale del territorio, per far vivere una dimensione di cittadinanza in ogni momento della formazione.
Riaprire le scuole deve diventare una grande occasione per impostare il lavoro quotidiano sui temi del rispetto, della condivisione, del dialogo elementi fondanti delle relazioni umane.
La scuola in tutte le sue componenti, studenti, studentesse e famiglie possono, proprio in questo momento, diventare protagonisti di una grande rivoluzione nel campo educativo. Mettere al centro l’importanza del rispetto dell’uno verso l’altro, il valore della collettività, della comunità, a contrasto di un individualismo che separa. E’ importante far comprendere a tutti quanto le regole e i comportamenti da tenere oggi debbano far parte di un patrimonio di educazione che operi nel dare ad ognuno la possibilità di interiorizzare il valore e la necessità di comportamenti adeguati, assunti con responsabilità e non solo guidati dall’esterno.
Rispettare è un valore, imparare è un valore, avere cura è un valore, avere a disposizione maestri competenti è un valore, condividere percorsi è un valore, essere cittadini consapevoli è un valore.
Quest’anno si introduce nelle scuole l’insegnamento dell’educazione civica che deve essere inserita nel curricolo scolastico non come disciplina separata, ma come una cornice che valorizza e attribuisce senso alle altre aree di insegnamento. Sarebbe necessario ripensare proprio alle cornici culturali nelle quali inserire le scelte di contenuto e metodologiche, abbandonando la separazione delle discipline e creando focus di apprendimento sui quali lavorare per l’intero anno scolastico e per l’intero percorso di studi.
E’ necessario, in questo momento, quindi ripensare alla formazione di educatori e docenti i quali vanno sostenuti e aiutati proprio in questo passaggio storico del nostro modo di insegnare. Gli esperti e i formatori a partire dai ricercatori del pensiero pedagogico devono sostenere e accompagnare questo cambiamento offrendo alla scuola nuovi strumenti, nuove categorie di analisi, nuove riflessioni pedagogiche. Pensare ai bambini nelle loro bolle, al distanziamento, ad una didattica che con molta probabilità alternerà momenti di presenza e momenti a distanza, ad una impostazione che dovrà convivere con chiusure e riaperture, condiziona sicuramente tutta la quotidianità della scuola. Lo sforzo che va messo in campo e la sfida che va affrontata, però, è proprio quella di impedire che tutto questo invada la scuola, ma permettere che la scuola rinnovi se stessa portando avanti il suo compito educativo e di istruzione. La memoria del passato, la riscoperta di metodi e strumenti, l’esplorazione e la rivisitazione di contenuti, tempi, metodologie deve consentire un’ opportunità per nuove sperimentazioni e per disincagliarci dallo scoglio dell’emergenza e poter navigare nella costruzione di attività che mettano al centro la creatività e l’espressione degli alunni, la ricerca, le attività laboratoriali anche fatte dal proprio banco monoposto, lo sviluppo di relazioni con il gruppo e con i più vicini “compagni di banco” Se un’intera società ha risentito il valore della scuola, è da considerarsi importante, anche se fosse solo per questi primi giorni.
Riaprire le porte scolastiche deve essere un primo passo per il cambiamento di una scuola che venga rivalorizzata e diventi davvero, ovunque, un punto di riferimento sociale, culturale, formativo, interculturale, inclusivo per tutta la società.
Un buon anno scolastico a tutte e a tutti nella consapevolezza che ci siano nuovi modi di camminare sulle strade che il nostro tempo ci apre.


