RICORDO DI SCUOLA DI FABIO INVERNI

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Fabio Inverni nasce a Firenze il 19 marzo del ’68. La famiglia vive a Poggio a Caiano, un ameno borgo collinare onusto di storia e di bellezza, a due passi da siti di sicura civiltà etrusca, come Comeana ed Artimino, fregiato dalla più bella tra le ville medicee del contado fiorentino, patria di Filippo Mazzei, un padre della rivoluzione americana, luogo di elezione di un pittore come Ardengo Soffici.   Il padre Francesco Inverni è professore di ornato e figura all’istituto d’arte di Porta Romana ed è un affermato pittore,  cantore, nelle sue tele, delle semplici cose che carretterizzano il mondo contadino e la vita  della campagna così come vengono restituite dalla memoria. I dipinti di Francesco inverni hanno la patina del tempo e del ricordo, con una vena di profondo rimpianto che si irradia dagli oggetti rappresentati, accarezzati con amore da sapienti pennellate.  Fabio, grazie al padre, vive la pittura  in famiglia, respirando una atmosfera artistica che viene corroborata da frequentazioni, circoli artistici e visite alle mostre, compresa la Biennale di Venezia del 1978. Dopo una concreta scelta di studi, presso un istituto tecnico di eccellenza nel campo del tessile, il “Tullio Buzzi” di Prato, conseguito il diploma, Fabio Inverni diviene designer di tessuti presso la ditta “Faro” di Roma. La prematura scomparsa del padre, nel 1991, lo induce a confrontarsi col suo lascito artistico e a dedicarsi del tutto alla pittura.

Già nel ’92, entrato in contatto col gruppo di artisti locali della saletta Ambra,  vi espone nella sua prima mostra personale. Viene notato per la qualità del suo lavoro da Tommaso Giotti, un esperto ed influente curatore d’arte, che crea un tramite col pittore italo-americano Benini. Grazie a queste due amicizie Fabio Inverni ha modo di proporsi a livello internazionale sia negli U.S.A. che in Europa, divenendo un artista affermato e riconosciuto. 

Le opere di Inverni, ad olio o a pastelli a cera, su tele di juta invecchiate secondo una sapienza antica, nella prima fase si caratterizzano per la  precisione e l’autenticità dell’immagine: in un morbido chiaroscuro creato con luce diafana gli oggetti appaiono illuminati dalla propria stoffa materica, che però si mostra anche restituzione nostalgica del ricordo, mediante la resa di parti evanescenti, linee scontornate e atmosfera indefinita del fondo. La velatura della memoria si auto rappresenta anche mediante patina di polvere che  copre in tutto o in parte gli oggetti intenzionati. 

Nella consapevolezza del sicuro dominio dell’immagine Inverni si è successivamente  orientato verso realizzazioni a carattere iperrealistico non esenti da contaminazioni  e soprattutto citazioni. Fabio Inverni riesce a riproporre, in immagine dipinta bidimensionale, effetti sorprendenti tridimensionali  che spaziano dallo strappato di Fontana e di Rotella alle textures alla Burri, dall’astrattismo materico al collage alla Jiri Kolar, sempre con una cifra personale riconoscibile, una propria decisa impronta. 

Se nelle due opere, Ricordo di scuola e Dopo la scuola,  gli oggetti stanno per gli atti, la fredda rappresentazione fotografica, specialmente della seconda opera, degna di un positivismo passato,   si riscalda emotivamente  all’alito  dissolvente  dell’atmosfera circostante che come un male del tempo  corrode già i margini degli oggetti o li vela qua e là di polvere  o di nebbia anticipatrice di oblio. Sono, le cartelle, le custodi più gelose della storia interiore della vita scolastica. Già la loro tenuta era, all’occhio esperto del maestro, indice di ordine, memoria, precisione, spirito cartesiano, valida assistenza e cura familiare, puntualità, tranfert positivo, ma anche, viceversa,  di riottosa, eroica resistenza pinocchiesca alla performance scolastica. I discoli disseminavano la cartella di trappole anti scolari: fogli unti, pezzetti di mortadella, molliche onnipervasive, giocattoli, spesso rubacchiati  alla Robin Hood  ai bravi scolari della classe, quelli vestiti sempre bene, quelli che raccontavano di aver fatto meraviglie nel weekend,di conoscere qua e là, di avere questo e quello, ed era vero. Queste cartelle ribelli si rifiutavano di contenere il libro di lettura il giorno della lettura, ed avevano il quaderno di scienze il giorno in cui serviva quello di storia, con un meraviglioso organizzato contrordine che contribuiva in buona parte al sabotaggio della formazione. Non avevano la biro se c’era da scrivere o i colori se c’era da disegnare, non riportavano mai indietro i lavori da far visionare e firmare a casa. Il diario in particolare  fungeva da elemento principe della ribellione, risultando renitente ad avvisi, firme e indicazioni di studio per casa, con enormi lacune nelle parti da scrivere, ma altrove, per contrappasso, appariva pieno di scarabocchi, di sgorbi, macchie, mangiucchiamenti, di parti macerate, copertine pendule, colature, buchi, bruciature, secondo le tecniche artistiche più nichiliste e spericolate dell’avanguardia artistica. Nessuna cartella di un ribaldo corsaro della scuola si rifiutava di avere il suo scompartimento segreto o quantomeno riservato, che custodiva disegnetti osceni o bigliettini sgrammaticati di disarmante banalità ma di enorme valore ermeneutico agli occhi del discolo: metti una croce se sei mio amico/Sara è fidanzata di Lorenzo, con disegnino geroglifico della coppia/ il maestro sgrida Alberto, disegno di maestro abbaiante ed idrofobo/ evviva le vacanze ecc, oltre a cimeli di guerra:il pennarello verde di quello che sta antipatico, il righello della bella della classe che non lo degna mai, le gomme mietute a destra e a manca, per un inconscio lavoro di cancellatura e rimozione della vita scolastica stessa. La cartella diviene pietra di inciampo per chi percorre i corridoi tra i banchi,  è scudo od oggetto contundente nelle zuffe tra compagni, fa da palo della porta nella partitella durante l’intervallo in cortile,  è ingenuo riparo per le intese di copiatura, viene dimenticata in autobus o a scuola, viene gettata in un angolo appena giunti a casa.

Aprire la cartella per iniziare i compiti è una sofferenza e solo l’iterazione continua e salmodiante della mamma, che infine spegne proditoriamente la tv , costringe all’estremo gesto di far uscire dalla pancia del contenitore di cuoio, come da un pesce vorace, gli strumenti e i materiali della conoscenza, con tutte le loro richieste, le loro indicazioni, le loro prescrizioni  operative, come se la liberazione  di materiali, inerti come un burattino, sprigionasse il loro contenuto vitale, la miracolosa trasformazione in bambino . 

Le cartelle di Inverni sono legate ad altri cicli di formazione scolare, forse ancora scuole medie o già superiori. La cartella a più scatti dà saggio della sua bella linea e della qualità dei suoi cuoi, forse è cartella ereditata da precedenti carriere scolastiche, tale è la sua sicura solidità funzionale.  Potrebbe non sfigurare come cartella da docente, come effettivamente era Francesco Inverni, padre del pittore. I segni del tempo, l’usura, le consunzioni  nulla tolgono alla nobiltà funzionale dei bei manufatti. Spettacolare per forza evocativa è anche il pallone della seconda immagine,  quello a camera d’aria interna, tassellatura trapezoidale marrone, cucito a mano e con budellino per la gonfiatura ripiegato sotto la cerniera di filo. Era un pallone che andava adeguatamente unto con la sugna ( grasso di maiale) per offrire le migliori prestazioni,  un oggetto sportivo aggregante, in grado di coinvolgere pattuglioni di giocatori, nei giardinetti, nei campi improvvisati, nelle persistenti periferie di città. Chi possedeva il pallone aveva forza contrattuale nella formazione delle squadre, nelle decisioni arbitrali spinose, nella durata del gioco. Il pallone conferiva carisma e prestigio. Quando un ragazzo senza pallone incontrava il ragazzo col pallone di cuoio il ragazzo senza pallone cadeva in vassallaggio di quello munito. Il pallone come la cartella, era stato protagonista di episodi, memorabilia, epopee, infinite storie che il proprietario, solo accarezzando l’oggetto con lo sguardo, avrebbe saputo evocare una per una. Anche la cartella grande, adatta a portare vocabolari o materiali tecnici, grazie alla sua enorme capacità, mostra ancora la sua funzione specializzata. 

La terza opera ha molte chiavi di lettura, una sentimentale, una evocativa, una ironica. 

Con estrema perizia tipica dell’iperrealismo Inverni costruisce questa piccola bacheca con disegni infantili firmati Fabio, sovrapponendoli, facendo loro orecchie, taglietti periferici,dando angolature sghembe e alternando carta da pacchi a fogli modulari per stampanti o più appropriati fogli di album. Si compiace, il pittore, nella resa trompe l’oeil dei pezzetti di scotch, delle ombre dei fogli sul piano d’appoggio. Anche i disegni infantili non sono banali e sarebbero suscettibili a loro volta di analisi dettagliate dei contenuti. Ipotizzo che  il pittore abbia usato probabilmente vecchi cimeli della propria infanzia da copiare, perché riterrei prodigioso che una mente ed una mano pittorica esperta riescano a regredire intenzionalmente ad una tale verosimiglianza espressiva. Le avanguardistiche stridenze di rossi e blu nulla tolgono al clima sereno e ordinato delle scene, dove il sole splende, i fiori sono rigogliosi tanto quanto i bambini, le gare in bicicletta vedono un ordine stretto, la supremazia della testa è evidente nello schema corporeo, la zucca spande il suo benefico arancione pallido spaghettato.

Il piccolo Fabio ha già in essere la possibilità del maestro di pittura che, divenuto tale, si citerà in un atto di amore, rispetto e nostalgia per la propria infanzia, della quale mantiene vivo un ricordo ricco e nitido. Il lavoro di Inverni ha la nobiltà antica del lavoro di Caroto, evoca gli affetti tra nonni e nipoti di Mantegna, risveglia i buoni sentimenti dei padri pittori che dipingono figli che studiano, come hanno fatto Gauguin, Renoir, Picasso, rimanda all’osservazione roussoiana attenta e rispettosa di Anker o di Longoni  per l’infanzia. 

Per approfondimento del maestro Inverni si veda:
www.fabioinverni.it