[frame src=”https://www.museodellascuola.it/wp-content/uploads/2014/03/c043r.jpg” align=”left” style=”2″ linkstyle=”pp”]Nella Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna è conservato un: Manoscritto cartaceo, sec. XIX (1818), costituito da 4 carte e 156 tavole, compreso il frontespizio, con solida legatura in mezza pergamena con grossi piatti di cartone e costole sul dorso, che reca in cartellini di pelle le intestazioni COSTUMI DI BOLOGNA AVANTI L’A. 1796 RACCOLTI DA G. GUIDICINI. Le quattro carte e il verso delle due prime tavole recano notizie di mano del Guidicini: cronologia dei governi di Bologna, indice del volume, date dei primi statuti, residenze ecc. delle Arti; nel verso di alcune tavole è riportato un minuzioso elenco delle Accademie. Tutte le tavole e il frontespizio contengono disegni ad acquerello, raffiguranti nei loro tradizionali costumi donzelli e signiferi delle arti, canonici, collegiali, dottori e lettori, stemmi di accademie, militari e sbirri, magistrati pubblici, cerimonie ecc. Di maggiori dimensioni, ripiegate, sono le tavole raffiguranti feste e giostre, usi nelle esecuzioni capitali e la fabbricazione della teriaca all’Archiginnasio. Nell’angolo in basso a destra del frontespizio si legge: “Domenico Ramponi Pittore d’Anni 62 fece le Figure del presente volume dal maggio al Xbre 1818. da: (Francesco Leonetti (a cura di),Inventari dei manoscritti delle biblioteche d’Italia, vol. LXXXII, Firenze, Olschki, 1957). Chi volesse visionare tutte le immagini dell’opera può vederle al seguente indirizzo: http://badigit.comune.bologna.it/books/B2329/panoramica.asp
Tra le tavole di questo manoscritto, che misura 490×345 mm, in particolare – la c 47 qui riportata – è però quella che ci interessa perché presenta un momento di scuola con un insegnante che controlla i compiti di alcuni alunni, ordinatamente disposti in fila. La qualità del disegno non va oltre il dover documentare in poco spazio un momento di scuola, con alunni ben vestiti, l’insegnante sacerdote, ma non mancano alcuni temi interessanti sul piano didattico: una classe maschile, la frusta in mano al docente, un alunno inginocchiato per una probabile punizione, un controllo di compiti al di fuori di un’aula scolastica attrezzata, quaderni o comunque uso della carta e non di lavagnette.
La scena si riferisce a quella istituzione scolastica fondata a Roma da Giuseppe Calasanzio alla fine del millecinquecento e rapidamente diffusasi in Italia e poi in altri Stati e che, con alterne fortune e diverse modalità, è ancora attiva.
“Giuseppe Calasanzio, all’età di 40 anni, camminando per le vie di Roma per visitare le famiglie bisognose, scopre che l’80% dei bambini passava la propria infanzia per strada, senza prepararsi per il futuro e imparando i vizi e le cattive abitudini. Questo accadeva in tutta l’Europa. E sente che Dio gli chiede di occuparsi di quei bambini poveri. Dopo numerose consultazioni e richieste, decide di raccogliere personalmente la sfida di sopperire a questo fabbisogno così flagrante. Una piccola scuola parrocchiale del quartiere di Trastevere a Roma si avvicina a ciò che, a suo avviso, serve a quei bambini: la scuola si frequenta tutti i giorni della settimana e durante tutto il giorno, vi si impara non soltanto il catechismo, ma anche la lettura, la scrittura, i conti e altre abilità che sviluppano le capacità dei bambini, aiutandoli a guadagnarsi il pane degnamente. L’unica cosa che mancava a quella scuola era di essere gratuita, vale a dire, accessibile a tutti, anche a quelli che non potevano pagare. Il Calasanzio impegna i suoi beni e tutti i suoi sforzi per ottenere questa gratuità. Questo succedeva nella parrocchia di Santa Dorotea, nell’anno 1597. La scuola è così bene accolta, che rapidamente si moltiplica il numero dei bambini che la frequentano. Da circa 40 bambini che c’erano al principio, si passa subito a 100, e in seguito a 500, 700, 800, 1.000 alunni. E il Calasanzio deve affittare nuove case, sempre più grandi e più care: Piazza del Paradiso, Palazzo Vestri, Palazzo Mannini, Palazzo Torres. Si trova di fronte alla necessità di inventare tutto un sistema organizzativo per quella massa di studenti ed elabora un piano originale d’insegnamento: nove classi, secondo le conoscenze che ognuno deve acquisire, cominciando dalle lettere e la sillabazione, fino alla retorica e la poetica. Non mancano musica, calligrafia, che aiuteranno molti a trovare impiego nei negozi, negli uffici, nelle chiese e nei palazzi di quella Roma signorile. Per fare fronte alle spese, non sono più sufficienti i contributi offerti dalle persone benevolenti. E si vedono costretti a mendicare porta a porta; ma non alle famiglie degli alunni. Numerosi maestri si offrono per un’opera così caritatevole, ma molti si stancano presto. Ed è così che, per ben 17 anni, funzionano quelle scuole, che dal 1604 saranno chiamate Scuole Pie“. (da: Antonio Lezàun, Storia della scuole Pie, Madrid, ICCE – Instituto Calasanz de Ciencias de la Educación – 2011, p.18). Il volume citato è scaricabile gratuitamente in rete al seguente indirizzo:
www.scolopi.org/it-IT/Biblioteca/Product-detail/Storia-delle-Scuole-Pie.aspx
Il Museo della Scuola ringrazia la Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna per averci consentito la pubblicazione dell’immagine di Domenico Ramponi sulle Scuole Pie ed in particolare la Dott.ssa Cristina Bersani – Funzionario responsabile Manoscritti e rari e Gabinetto disegni e stampe -per l’attenzione data alla nostra richiesta.


