LA SCUOLA SIAMO NOI – PARTE TERZA

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Piccole storie di maestre e maestri in una valle alpina, a cura di Monica Chiappini

PARTE TERZA

La terza domanda(C): Puoi raccontare brevemente la tua prima esperienza nella scuola? Ricordi la tua prima sede di insegnamento: dove si trovava? Come era la scuola? E la tua aula? Con quale mezzo raggiungevi la sede scolastica?

Quando parlo di scuola “eroica” mi riferisco alle esperienze difficili di questi insegnanti, alle prese con edifici vecchi, malandati, poco riscaldati, in frazioncine situate in zone impervie e difficili da raggiungere e mi riferisco anche alla grande passione che emerge prepotente dai loro racconti e alla voglia di cambiamento e di innovazione che hanno portato nelle loro piccole scuole continuando ad interrogarsi ed aggiornarsi. Ed è stato bello scoprire quanto anche in una Valle piuttosto isolata come è stata la Valle Camonica siano stati capaci di intercettare i movimenti e le istanze più partecipate e moderne che percorrevano la scuola italiana.

Angela: Ho iniziato in una scuola speciale, ultima nomina annuale, il gruppo più problematico, la mia prima sede fu a Malegno, scuola speciale maschile. La scuola come edificio era buona, ogni gruppo aveva un’aula che era spaziosa e luminosa. I gruppi erano molto eterogenei con varie disabilità. All’inizio andavo a scuola a piedi e in pullman poi con la Fiat 500. L’episodio fondamentale della mia vita scolastica fu l’incontro con il gruppo GISAV, Gruppo Insegnanti Scuola Alternativa Vallecamonica, con alla base le esperienze di don Milani, MCE, Mario Lodi che mi diede un forte desiderio di cambiare la scuola dalla base, con l’inserimento dei disabili, la scuola a tempo pieno autogestita, la programmazione settimanale delle attività didattiche in base a un centro di ricerca comune alle varie discipline, verifiche….

Lucia T.: La prima supplenza nell’anno scolastico 60/61 a Pezzo di Ponte di Legno per 15 giorni. Grandissima emozione, gioia per il mio primo lavoro ma anche tanta preoccupazione. Che fare la prima volta che entri in una classe senza nessuna esperienza? Parlerò con loro, mi dissi, cercherò di conoscerli, di farmi conoscere, di capire su cosa stanno lavorando e continuerò il lavoro della titolare. E così feci istaurando un ottimo rapporto. Pezzo allora era molto distante da Galleno dove abitavo! Mio papà mi accompagnava a Edolo con la sua Giardinetta, prendevo il pullman per Ponte e a piedi, attraverso i prati, raggiungevo Pezzo. Durante la settimana rimanevo là ospite di un maestro di sci e di sua moglie che mi avevano affittato una stanza e che alla fine mi avevano anche adottato. Pranzo e cena sempre pronti.

Nello stesso anno ho fatto un mese di supplenza a Sant’Antonio, piccolissimo paese del comune di Corteno Golgi raggiungibile a piedi attraverso una strada sterrata chiusa tra il bosco e il bellissimo torrente. Quattro povere case con relativi fienili e stalle, una chiesa, un bar con annesso negozietto dove si poteva però trovare un po’ di tutto e poi la scuola ricavata da una casa privata. Una scaletta di legno portava alla stanzetta adibita ad aula per una pluriclasse formata da circa una decina di bambini. E poi Santicolo, Lava, Odecla e Malonno. Sicuramente queste supplenze non hanno contribuito a una mia crescita professionale ma mi hanno permesso di entrare in rapporto con tanti bambini diversi. Nel 1964 sono entrata in ruolo a Doverio dove sono rimasta per due anni. Doverio, frazione solatia del comune di Corteno, era raggiungibile allora da una stretta strada sterrata e soprattutto d’inverno dovevo farmela a piedi. Eravamo in due con una quarantina di bambini e quindi due pluriclassi. Le aule due stanzette foderate in legno, disadorne, più adatte per ritrovarsi la sera a fare quattro chiacchere con gli amici. Una al piano terra con annesso bagno con il buco che serviva per tutti e una al primo piano con annessa cucina. Fortunatamente la mia era a piano terra per cui alla cucina pensava la collega. Ora la musica cambiava, non potevo più seguire il lavoro degli altri ma dovevo assumermi le mie responsabilità. Mi misi subito in discussione, capii che avevo bisogno di confronto, di aggiornamento, di qualcosa di diverso dal seguire pedissequamente i programmi ministeriali. Trovai altre colleghe (non molte) con le mie stesse esigenze e con loro mi trovavo la sera a casa mia a discutere, a programmare e poi a verificare. E poi la partecipazione a corsi di aggiornamento vari, compresi quelli di MCE che si tenevano a Brescia. E così diventai la maestra che volevo essere. Tanto impegno ma tante soddisfazioni e gratificazioni. Come non ricordare il giornalino” I GIAMBURRASCA” scritto dai bambini di prima C di Edolo nel 1973/74 e proseguito negli anni successivi. Trascrivevo i loro brevi testi su matrice escludendo il nastro della Olivetti (regalata dai genitori proprio per questi lavori) e poi la stampa con il limografo a cui partecipavano i bambini stessi con molto divertimento. E tutte le interviste in paese per ogni attività svolta e la raccolta della carta e il film girato nel prato del Lazzaretto e tutte le “Feste nel prato“ogni anno con i genitori e le visite fuori: a Milano, Venezia, Verona, l’autodromo di Monza, Linate …e il rifugio alpino al lago Aviolo per 3- 4 giorni e il passo di Galinera. Tutto ciò reso possibile grazie alla intelligente e fattiva collaborazione dei genitori.

Sant’Antonio, alt. 1124 metri, ieri e oggi

Elena: La mia prima esperienza fu in una classe prima elementare con 22 alunni. Panico perché conoscevo parecchi brani dell’Inferno di Dante, ma nessuno mi aveva insegnato come far apprendere l’alfabeto. Ebbi molti consigli dal Direttore Didattico. La mia prima sede fu a Pontedilegno che raggiungevo con il pullman di linea: un’aula spaziosa, ma con un pavimento di legno un po’sconnesso.

Lucia B.: Ricordo molto bene i miei primi giorni d’insegnamento. Ero spaventata, inesperta e preoccupata.
Col passare degli anni alcune mie paure si attenuarono, ma non lo nascondo: ho sempre avuto la preoccupazione di non riuscire a dare ai bambini tutto ciò di cui avevano bisogno non solo dal punto di vista didattico, ma anche dal lato umano cercando di far capire loro il valore della vita e il rispetto.
Il mio primo anno d’insegnamento lo trascorsi a Doverio, un piccolo paese nel comune di Corteno. L’aula era molto ampia e sparsi qua e là c’erano sei banchi quindi sei alunni che frequentavano cinque classi diverse. Tante volte mi trovai in difficoltà, non sapevo come gestire la situazione, mi arrabattavo in qualche modo, a casa mi preparavo il lavoro tramite schede che distribuivo cercando di occupare alcuni alunni e nel frattempo spiegavo agli altri.
I bambini erano rispettosi, timidi, volonterosi, si aiutavano a vicenda e in un certo senso mi davano la forza, alla fine dell’anno nonostante tutto riuscii ad ottenere buoni risultati.
Raggiungevo il posto di lavoro a volte accompagnata da mio padre, quando le strade erano impraticabili, altrimenti con un mio mezzo.
Per alcuni anni fui l’insegnante tuttologa con l’introduzione della nuova legge all’inizio il cambiamento mi spaventò, in seguito capii l’importanza di potermi confrontare con le colleghe, ma soprattutto di poter approfondire maggiormente gli obiettivi sulle mie materie d’insegnamento.

Margherita: La mia primissima esperienza nella scuola è stata all’asilo (allora la denominazione era ancora questa) del mio paese; il primo impatto con la realtà dei piccolissimi mi ha fatto capire quanta differenza ci fosse fra le teorie pedagogiche e la loro applicazione pratica. L’entusiasmo della giovane età mi ha fatto affrontare, forse anche con un po’ di spregiudicatezza, questo primo impatto con l’insegnamento. La prima sede di insegnamento nella scuola elementare, nel 1983, è stata Canè, una frazione del Comune di Vione (BS) a 1500 m di quota. Era una scuola di montagna con due sole aule e gli alunni erano raggruppati in pluriclasse. La mia aula era al secondo piano, era abbastanza spaziosa, con gli arredi tipici delle scuole di una volta: uno scaffale a muro, un armadio di legno, cartine geografiche datate appese alle pareti… aveva però una vista straordinaria sul gruppo dell’Adamello. Raggiungevo la sede scolastica con l’auto e facevamo a turno con la collega che insegnava con me; la difficoltà principale era l’inverno perché allora c’erano veramente nevicate abbondanti e il disagio a percorrere una stretta strada di montagna era notevole.

L’Adamello visto da Cané, alt. 1476 metri

Giancarlo: Dopo il diploma, raggiunto a Breno, comunque in quattro anni e con risultati discreti, mi sono subito preparato per il concorso magistrale. I concorsi, a quei tempi, si facevano regolarmente ogni due anni. Ho avuto la fortuna di diplomarmi nel 1968 e di potere partecipare allo scritto nel novembre dello stesso anno e quindi fresco di studi. Ma la preparazione per la parte scritta non si è limitata al ripasso di alcuni libri che già avevo studiato alle magistrali. Un’amica di famiglia, preside nel Cremonese, mi passò la sua fornita biblioteca pedagogico-didattica e cominciai presto a studiare e leggere i libri che mi sembravano più adatti per la preparazione del concorso. Superato lo scritto, preparandomi totalmente da solo, la sfida era quella di riuscire a superare l’orale. Se ricordo bene venni interrogato a Brescia nel maggio del 1969 e con un pizzico di fortuna si aprì per me la porta della scuola come insegnante di ruolo, il primo ottobre dello stesso anno. Ero stato assegnato alla scuola di un piccolo plesso dell’alta Valle Camonica: una pluriclasse che comprendeva prima e quinta. La prima esperienza di insegnamento, nonostante il mio entusiasmo che mi portava ad andare a scuola anche nei periodi di vacanza, mi mise profondamente in crisi. Le idee sessantottine in classe non funzionavano molto. Ritornavo a casa spesso profondamente deluso e rileggevo “Lettera a una professoressa” per la centesima volta per trovare ispirazione e conforto. La professione di insegnante è estremamente difficile e l’Istituto magistrale non ti prepara per affrontare i problemi dell’insegnamento. La preparazione dovrebbe derivare da una esperienza pratica con l’inserimento in una classe a fianco di un insegnante con lunga esperienza e con intatto entusiasmo, per poi intraprendere la carriera da solo. Questo tirocinio, sicuramente costoso per lo Stato, ma molto produttivo dal punto di vista didattico, dovrebbe durare circa un triennio. Poi c’era il problema del rapporto con i colleghi che non era sempre di collaborazione. E da lì nacque l’idea di una cooperazione tra insegnanti più o meno della mia età e l’idea di fondare il Gisav, Gruppo Intervento Scuola Alternativa Valle Camonica, aderente all’Mce. Il gruppo serviva per scambiarci esperienze e per sostenerci a vicenda ed è stato la mia base formativa più importante perché è solo nel confronto e nella disponibilità a comunicare i propri fallimenti (accanto naturalmente ai pochi successi iniziali) che si riesce a crescere. Nell’estate del 1970, non sazio del primo anno di insegnamento, organizzai con due reti dell’alta Valle una scuola estiva di impronta milaniana che ebbe un discreto successo in Alta Valle Camonica. La mia prima sede di insegnamento, come già detto, era Villa Dalegno, in Alta Valle Camonica e la seconda, l’anno successivo, a Odecla di Malonno. L’edificio scolastico era abbastanza accogliente ed eravamo in due insegnanti con due pluriclassi. La mia aula divenne una stanza piena di cartelloni prodotti assieme agli alunni, dotata di una vecchia macchina da scrivere Olivetti, reperita in segreteria, e del limografo autocostruito, per stampare il giornalino scolastico. Scrivere non per essere corretti, ma per comunicare le proprie esperienze, come accade nella realtà, è l’insegnamento più importante che ho ricevuto dal Movimento di cooperazione educativa al quale avevamo aderito come Gisav. La sede di Villa nei primi mesi di insegnamento la raggiungevo con la Vespa di mio padre e poi finalmente riuscii a comprare la prima macchina della mia vita: una 500 gialla con la quale ho rischiato diverse volte di precipitare dai tornanti ghiacciati che conducono a Villa Dalegno.

Sandra: Molte volte avevo sognato di ricevere quella telefonata ed ora era arrivato il momento di mettermi alla prova. Avevo immaginato la mia prima esperienza di insegnante, avevo preparato persino il discorso che avrei tenuto alla classe, le cose che avrei detto. Ero consapevole della mia inesperienza e questo mi preoccupava non poco. Non sapevo cosa avrei trovato. Arrivai in classe in anticipo, accolta dal vociare dei bambini. Erano tutti lì, mi scrutavano indagatori ed io me ne stavo in piedi. Anch’ io li scrutavo, cercando di capire, nei loro sguardi cercavo la legittimazione del mio essere lì. Non ricordo cosa dissi, semplicemente li salutai e mi presentai. Mi ricordo che feci l’appello, tanto per scambiare qualche parola con ognuno di loro, pensando fosse un buon modo per abbattere le barriere che si creano in ogni nuova relazione. Chiamare per nome uno studente serve a metterlo a proprio agio, dimostrando che si desidera instaurare un rapporto di serena collaborazione. La mia prima sede di insegnamento fu il plesso di Edolo. La scuola era un edificio a tre piani. Al pian terreno c’erano: la presidenza, gli uffici di segreteria e l’aula dove si teneva il collegio docenti. Al secondo e terzo piano c’erano le aule. Le sezioni erano due tranne le prime che erano tre. Le aule erano spaziose, ma, dato il numero di alunni, gli spazi erano comunque limitati. A scuola mi recavo in macchina.

Alberto: La legge n. 1859 del 1961 ha dato inizio alla nuova scuola media con l’obbligo della frequenza. La classe che mi è stata affidata era formata da 24 alunni di età diversa. Un gruppo di sette aveva terminato la scuola elementare già da alcuni anni, cinque seguivano le lezioni controvoglia perché costretti dai genitori, solo dieci alunni avevano frequentato regolarmente il ciclo scolastico. Mi sono subito attrezzato per parlare a tutti in modo autorevole. Non è stato facile suscitare il loro interesse, soprattutto motivarli. In alcuni casi impresa quasi impossibile. Mi recavo a scuola a piedi: la scuola media di Malonno era alloggiata in edifici diversi e distanti, le classi maschili nelle ex scuole elementari, quelle femminili in alcuni ambienti della Casa di Riposo. Le aule maschili erano riscaldate a carbone, i pavimenti e gli infissi erano fatiscenti. Ho insegnato con passione, cercando di conoscere il vissuto di ogni ragazzo, impegnato a suscitare interesse e partecipazione.

Fausta: A ricordare ora provo un senso di tenerezza nei confronti di me stessa. Nonostante l’inesperienza mi impegnavo al massimo. Cercavo spunti di qua e di là, incontravo insegnanti con cui avere scambi, indicazioni, suggerimenti. Mi abbonai naturalmente a riviste dove davvero trovavo buoni progetti, indicazioni per le varie attività e diversi spunti. La mia prima scuola era al mio paese. L’edificio non era male, anzi abbastanza nuovo e luminoso: un salone per momenti ricreativi, giochi ed attività motoria, un’aula luminosissima, bagni ben arredati, refettorio, un grande atrio e cortile sottostanti. Vi rimasi per quattro anni e sicuramente era migliore della prima scuola statale dove andai successivamente, una specie di tugurio. Naturalmente con il passare degli anni la pratica aiuta, sempre sostenuta da corsi d’aggiornamento o letture personali orientate di volta in volta su diversi aspetti dell’educazione ed istruzione.

C.: Il mio è stato un periodo breve, ma ho lavorato con passione. Mi piaceva stare con i bambini. Nella scuola privata scarseggiava il materiale didattico e bisognava con tanta fantasia procurarlo. Per i fogli da disegnare andavo in tipografia a Edolo.

Il metodo era quello delle sorelle Agazzi, valido anche oggi. Il metodo Agazzi aveva lo scopo di formare bambini e non scolari. I bambini vivevano in un ambiente familiare circondati da oggetti tradizionali. In questo metodo imparavano ad essere indipendenti, ma anche a collaborare ad esempio a preparare la tavola il bambino più grande aiutava il piccolo. A differenza del metodo Montessori i materiali non sono prestabiliti perché seguono le scoperte e le tappe evolutive del bambino. Nel programma erano compresi disegno, canto, giochi collettivi, ginnastica e passeggiate. Sia nella privata che nella statale le aule erano ampie e luminose. Appena possibile ho dovuto prendere la patente per raggiungere i paesi: Odecla, Bienno, Monte, Mu e infine Edolo.

Le scuole di Grano, frazione di Vezza d’Oglio, alt. 1223 metri