
Aniello Falcone nasce a Napoli il 15 dicembre del 1607. Il padre Vincenzo é reputato e benestante doratore, più volte Console dell’Arte, con una parentela ricca di pittori,artisti e artigiani . Con i proventi del suo lavoro acquista tutto un comprensorio di case in via della Selleria. Il giovane Aniello, indirizzatosi alla pittura, si trova ad operare in un contesto che vedrà sovrapporsi un crocevia, in epoche diverse, di grandi artisti che imprimono il tono di fondo delle diverse stagioni della scuola napoletana: dal passaggio epocale di Caravaggio nel 1606-1610, che aveva lasciato al Pio Monte della Misericordia la portentosa tela con le Sette Opere di misericordia, un manifesto del suo straordinario realismo e della sua profonda religiosità pauperistica, fino alle documentate presenze ed opere di Velasquez, Jusepe Ribera, Luca Giordano, Mattia Preti, Domenichino, Artemisia Gentileschi, Guido Reni, per tacer d’altri. In mezzo a questi giganti del pennello Aniello Falcone fu pittore reputato e di successo, sensibile, nelle diverse fasi della sua pittura, ai diversi influssi che facevano moda ed exemplum nel milieu della ricca produzione artistica dell’epoca. Costante rimane però la coniugazione, nella sua opera, di un realismo delle figure, mediato dal maestro Ribera, detto Lo Spagnoletto, ed un classicismo sobrio, monumentale dell’ambiente, alla maniera di Poussin.
Fu virtuoso nel disegno ed a riprova lo troviamo dal 1636, con due colleghi, a dirigere a lungo una Accademia di nudo. Dal 1638 è documentato che tenga bottega con tanto di assistente. L’anno successivo sposa Orsola,la figlia di Vincenzo Vitale, pittore anch’egli, da cui avrà quattro figli, tutti precocemente morti, se sappiamo dal testamento che suoi eredi sono solo i fratelli e la vedova dell’allievo di lustro Salvator Rosa. Nel 1647 ha parte e probabili simpatie nel moto di rivolta popolare guidato da Tommaso Aniello, Masaniello, contro il dominio spagnolo. Ma appare una leggenda che si sia fatto promotore della Compagnia della Morte, una ghilda armata dei pittori per sterminare gli spagnoli. Tale associazione, sembra di mariuoli, è documentata infatti dal 1650, quando gli spagnoli erano tornati al pieno dominio. Di sicuro questa rivoluzione locale è spartiacque tra un periodo di grande successo ed una eclisse successiva, nella quale a Napoli emerge la prolifica bottega di Luca Giordano. Troviamo infatti A. Falcone a Roma dopo il 1647, dove incontra il Borgognone, con il quale è assai probabile un successivo breve soggiorno parigino. Tornato a Napoli, dove aveva sicure e fidate commissioni principesche, primi tra tutti i Caracciolo, il 14 luglio 1656 contrae la peste, morendo in breve tempo e seguendo la sorte di una intera generazione di pittori, le cui case e botteghe furono date alle fiamme risanatrici, con immensa distruzione di disegni, bozzetti ed opere.
La produzione artistica.
Aniello Falcone, in un ambiente cosmopolita come quello della pittura napoletana della prima metà del seicento, fu prolifico artista a tutto tondo: fu maestro di affresco e di pittura su tela
Le battaglie
Ben presto, sulle orme di Belisario Carenzio, un pittore di origine greca attivo a Napoli, si specializzò nel tema delle battaglie, tanto da essere chiamato dai contemporanei “L’Oracolo delle battaglie” e da divenirne maestro nell’ambito della propria scuola di bottega, nella quale ebbe allievo ed emulo il più famoso Salvator Rosa. Il tema, in un secolo di guerre sanguinose e diffuse, prima tra tutte la Guerra dei Trent’Anni, si prestava ad una epopea variegata di episodi e varianti: l’assedio, lo scontro campale, la carica di cavalleria, l’agguato, l’assalto, il saccheggio, l’inseguimento, la scarica di fucileria, l’artiglieria in azione. Tutti temi che piacevano molto sia alla nobiltà, guerriera per tradizione, sia a Santa Madre Chiesa, per ricordare i propri trionfi sugli infedeli e sugli eretici.
La cifra originale di Falcone su questo tema consiste, come ha sottolineato il suo acuto biografo Saxl, nel produrre ” battle scenes without hero” cioè scene realistiche del corso di una battaglia di tipo corale, con minuzia di episodi, senza la centralità e glorificazione del condottiero che, se c’è, si perde nella massa in movimento (es. Gustavo Adolfo alla battaglia di Lutzen) . La psicologia drammatica dei personaggi, le espressioni di paura, di aggressività, di furore, di dolore sono meticolosamente sottolineati nella pittura, dopo attento e meditato studio mediante il disegno. Abbiamo infatti numerosi studi di eccellente fattura di singoli personaggi, che sono stati riutilizzati in diverse opere. Quello che originalmente Falcone esalta nella scena è il terribile “sublime” della guerra come atto collettivo, che altera l’umanità e la stessa natura, attraverso le nuvole di polvere sollevate dai cavalli, attraverso gli spari dei cannoni e dei fucili ed i rumori ferrigni, le grida, le invocazioni che sembrano prorompere dalla tela.
Gli affreschi
Le opere a fresco più significative si trovano a Napoli in San Paolo Maggiore, in San Giorgio Maggiore, nella Chiesa del Gesù Nuovo ed in una villa di Barra, appartenuta ad un suo generoso committente, il banchiere olandese Roomer.
Qui la scena di battaglia ritorna, come nella biblica battaglia tra Amaleciti ed Ebrei, con i suoi caratteristici cavalli impennati, la criniera a treccine, i corpi dei guerrieri ben studiati nella dinamica anatomica, ma i temi si fanno più variegati comprendendo storie bibliche, miracoli e perfino un portentoso San Giorgio ed il Drago, recentemente ritrovato in ottimo stato di conservazione.
La pittura di figure
Nella sua versatilità Falcone si distinse anche nella pittura di figure, secondo la lezione naturalistica e realistica appresa da grandi pittori spagnoli come il suo maestro Ribera o come Velasquez.
Veri capolavori come I Gladiatori, i soldati romani che entrano nel Circo, Cristo che scaccia i mercanti dal Tempio, commissionati da Filippo IV di Spagna, si trovano oggi al Prado. In varie collocazioni napoletane e romane si trovano L’Elemosina di Santa Lucia, Il Martirio di San Gennaro, un bellissimo Sant’Antonio Abate, L’Eremita, Il Banchetto di Erode. Tante altre opere potrebbero in futuro essergli attribuite, poiché Aniello Falcone era restio a firmare le proprie produzioni.
La Maestra di Scuola
Tra le opere di figura conservate al Museo di Capodimonte spicca, per eccellenza, la giovanile tela La Maestra di scuola.
Questa tela, che si trova nella raccolta del Museo di Capodimonte a Napoli, deve essere stata dipinta prima della Battaglia del Louvre, che è del 1631, e rappresenta perciò la prima opera di figura ad olio documentata di Aniello Falcone. Infatti l’opera risente, pur nella sua originalità di soggetto e composizione, dell’insegnamento pittorico del maestro Spagnoletto (Jusepe de Ribera) se non addirittura del virtuoso luminismo realistico di Velasquez.
Nella scena verticale, all’interno di un ambiente ligneo in penombra, una violenta luce obliqua, dall’alto a sinistra verso il basso a destra, evidenzia plasticamente, per i forti contrasti chiaroscurali, quattro figure che compongono una piramide asimmetrica, il cui vertice è rappresentato dal copricapo della maestra. Tre quinti della scena infatti, secondo una regola della sezione aurea, sono occupati in altezza ed ampiezza dalla figura di una donna ormai matura, assisa di tre quarti in un tronetto di legno a braccioli, vestita classicamente con bianca tunica, rossa veste ed un manto arancio annodato sulla spalla destra. Si intravede un piede nudo, forse calza sandali, che ben appoggiato imprime stabilità alla figura. La donna tiene in grembo un enorme testo, come fonte di sapere al quale un diligente allievo chinato si abbevera leggendo. Il braccio destro della donna è appoggiato al bracciolo ed impugna ostentatamente un flagellum, fatto di un bastone con funicelle nodose pendenti di cuoio. Il tronetto è l’unico elemento di mobilio presente. Davanti a lei i tre ragazzi, vestiti decorosamente e calzati, si affollano in piedi in un ridotto spazio della tela: dicevamo che uno è chino sul testo in grembo alla maestra, un secondo volge le spalle ai due assorto, con un libro trattenuto aperto con la mano sinistra, mentre usa la destra come indice del rigo letto, un terzo allievo di cui si intravede solo il pallidissimo volto, perché è coperto dai corpi dei primi due, guarda con sgomento e timore l’espressione severa e corrucciata della docente, che con ira trattenuta è in procinto di comminare una punizione con la sferza. Ai piedi della maestra alcuni libri in pergamena sono appoggiati in disordine, con le pesanti coperte slacciate, pronti ad essere consultati al cambio di materia di insegnamento.
La composizione è sapientissima perché riesce originalmente a coniugare la rappresentazione allegorica classica delle Virtù, che Falcone peraltro affrescherà nella villa di Roomer a Barra, con il realismo vivido e quasi fotografico dell’epoca.
Protagonista assoluto è il manto arancione, classicamente drappeggiato ed insieme zuppo di calda luce propria, tale da conferire alla solenne figura dell’insegnante, assieme al copricapo che ricorda l’elmo di Minerva, autorevolezza, sapienza, forza, potere, insomma l’aura sacra della regalità e della divinità. Ma la forte valenza allegorica e classicheggiante della scena si ribalta in crudo realismo ad opera della forte carica psichica comunicata dalle espressioni dei personaggi : tensione severa e corruccio nel volto dell’insegnante, timore, paura, smarrimento in quello di un allievo, concentrazione estraniata negli altri due. Anche abiti e posture degli allievi, tutti maschi, riportano con realismo al momento storico e alla cruda verità della scena scolastica.
Nel Seicento, infatti, accanto alle scuole parrocchiali in cui veniva impartito l’insegnamento religioso, si cominciarono ad affermare scuole private, gestite sia da ordini religiosi che da laici e furono aperte perfino scuole comunali gratuite, in alcune città. Ma chiaramente erano rivolte alla componente maschile e benestante, essendo i figli degli umili privati del tempo dell’infanzia, avviati ben presto a compiere lavoro di utile servizio agli adulti, in qualità di garzoni, apprendisti, pastori, guardiani, praticanti. Quando non finivano, non sostenuti né materialmente né moralmente dalla famiglia, a vivere pezzenti in mezzo alla strada, come tanta magistrale e cruda pittura dell’epoca illustra.
di Enio Lucherini
Il Museo della Scuola ringrazia per la disponibilità il Dott. Sylvain Bellenger, Direttore del “Museo e Real Bosco di Capodimonte” e la Dott.ssa Ornella Agrillo del Dipartimento Documentazione.
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