Molti elementi concorrono, in questo quinquennio, a dare un volto nuovo alla scuola elementare tra questi: l’associazionismo magistrale, che ebbe la forza di far migliorare gli stipendi degli insegnanti; una nuova legge sul lavoro minorile che fissava ai 12 anni l’età minima per i lavori nelle fabbriche e negli opifici; la legge Orlando che alzava l’obbligo scolastico alla stessa età.
Conseguenza di ciò fu che la scuola elementare tornò ad essere di quattro anni a cui si aggiungevano una quinta e una sesta classe riservate a quegli alunni che avrebbero poi interrotto gli studi.
Le classi vennero perciò, fin dalla prima classe, formate e divise tra chi sarebbe andato a lavorare e chi invece avrebbe potuto continuare a studiare, secondo una procedura che oggi giudicheremmo discriminante, ma che allora era considerata più razionale e utile, soprattutto dalle classi popolari.
La finalità dei nuovi programmi era che La scuola deve servire alla vita, da intendere nel duplice significato di consentire l’acquisizione di competenze spendibili nelle attività lavorative, comprese quelle delle professioni, ma anche che la scuola avrebbe dovuto essere una palestra di atteggiamenti e comportamenti sociali dalle forti motivazioni etiche. Nel testo dei programmi tutto questo si presentava però in un equilibrio incerto tra ideali massonici e una visione cattolica della vita.
Erano anni in cui la crescita media annua dell’industria era del 7,5 % e quella dell’agricoltura di 2,9%, e tuttavia le condizioni di vita di gran parte della popolazione italiana rimanevano ad uno stato di grande indigenza, tanto che nei primi dieci anni del ‘900 emigrarono dall’Italia più di sei milioni di persone e l’analfabetismo si era di poco ridotto rispetto a vent’anni prima.



